Alluminio. Usi e Abusi (ebook)

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Alluminio. Usi e Abusi (ebook)  Giuseppe Chia   Macro Edizioni
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Già molti dei nostri nonni erano a conoscenza della pericolosità dell'alluminio quando viene a contatto con gli alimenti.
Questa sapienza, molto diffusa nella prima parte del secolo scorso, si è poi via via affievolita sotto l'incedere possente di un'industria che è oggi in continua ascesa in gran parte del mondo.

E in continua ascesa è anche la gamma di oggetti e applicazioni industriali che utilizzano alluminio.
Oltre ai tanti oggetti di uso comune come pentole, padelle e caffettiere, la grande versatilità di questo metallo ne permette l'utilizzo in numerosi composti: dalla depurazione delle acque agli additivi alimentari, è presente in farmaci e vaccini, viene usato straordinariamente nelle confezioni di alimenti della grande distribuzione (fra l'altro in prodotti alimentari come lattine e sacchetti contenenti biscotti, caffè e patatine).

L'autore, Giuseppe Chia, evidenzia seri interrogativi sui rischi sociali e sanitari del massiccio utilizzo dell'alluminio. Infatti, il suo accumulo nell'organismo è oggi riconosciuto come una probabile causa di numerose patologie che riguardano soprattutto il cervello e le facoltà mentali.


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  1. Introduzione
    1.1 - Una società trasparente
  2. L'alluminio in breve
    2.1 - Informazioni generali
    2.2 - Caratteristiche e qualità
    2.3 - Il riciclaggio
  3. Metalli tossici e alluminio
    3.1 - I test per la ricerca di metalli tossici
  4. Pro o contro
    4.1 - Un piccolo grande libro
    4.1.2 - La ricerca sull'alluminio prima di Tomlinson
    4.1.3 - Malattie associate all'intossicazione da alluminio
    4.2 - "Alluminio e salute", un documento ufficiale del ministero della Sanità canadese
    4.3 - Ancora dal Canada
    4.4 - La controinformazione made in USA
    4.5 - L'Organizzazione Mondiale della Sanità in tema di alluminio
    4.6 - L'alluminio in pediatria
  5. Alluminio e vaccini
  6. L'alluminio nell'argilla
  7. Alluminio e omeopatia
  8. L'alluminio nel cervello
    8.1 - Il nesso alluminio-fluoro
  9. La bonifica
    9.1 - Cosa eliminare e con cosa sostituire
  10. Conclusioni

Appendice

  • Appendice A
    La guerra delle lattine
  • Appendice B
    L'alluminio nell'acqua potabile
  • Appendice C
    Giamaica: l'impatto ambientale dell'industria dell'alluminio in un paese in via di sviluppo
  • Appendice D
    Piante acchiappa-metalli?

Bibliografia e siti web

Indice analitico


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Gli ultimi cinquant’anni di storia della nostra società sono stati davvero un susseguirsi clamoroso di cambiamenti che hanno coinvolto sia il nostro stile di vita che il nostro modo di pensare. A prima vista questa accelerazione mai vista sembra aver amplificato oltre ogni possibile immaginazione la nostra capacità di decidere delle nostre vite. Ma siamo proprio certi che questa capacità di scelta vada oltre il semplice decidere cosa, dove e quando comprare? Senza perderci in fumose analisi e teorie, basta considerare con mente sgombra i ritmi della nostra vita quotidiana per renderci conto che questa presunta capacità di scegliere e di decidere è per lo meno molto dubbia. E altre domande potrebbero sorgere: è veramente cresciuto il controllo che abbiamo sulle nostre vite o è vero esattamente il contrario? Ma, d’altronde, quando mai questo controllo lo abbiamo avuto o esercitato?
Oppure sarebbe meglio dire che abbiamo sempre meno controllo sulle nostre vite? Scegliete voi per adesso.
In ogni caso i problemi posti da queste domande non riguardano tanto gli aspetti politici o sociali o economici della nostra vita quotidiana (diciamo l’aspetto macro che occupa di solito molto spazio nei nostri pensieri: quanto guadagniamo, che lavoro facciamo e così via). Voglio invece riferirmi a tutti quegli aspetti più o meno significativi che costellano la nostra vita quotidiana, quei fattori apparentemente micro che sono l’acqua che beviamo, ciò che mangiamo, gli oggetti che ci circondano e che usiamo continuamente senza nemmeno rendercene conto, le tante operazioni in automatico che svolgiamo senza neppure avvertire l’esigenza di porci il problema di come farle, come passare da una marcia all’altra in automobile, con quale mano aprire la porta e cose simili. Se consideriamo con un minimo di consapevolezza cosa facciamo ogni giorno da questo punto di vista ci rendiamo subito conto che oggi più che mai siamo circondati da centinaia, o più probabilmente migliaia, di sostanze più o meno misteriose, di cui sappiamo poco o nulla.
Prendiamo solo come esempio il campo dell’alimentazione. Oggi sono permessi negli alimenti in vendita qualcosa come 1.400 additivi diversi (solo nel 1986 erano appena 85), ma il numero di sostanze estranee, inventate dall’uomo, che vengono a contatto con gli alimenti che troviamo in vendita è molto più alto e si va da una varietà incredibile di pesticidi a sostanze, dette coadiuvanti, che vengono usate nella fase di produzione e di cui sembra non resti traccia nel prodotto finale.
Esistono poi sostanze che possono non essere dichiarate in etichetta in una nazione e che invece bisogna dichiarare in un’altra. E come si può dimenticare variopinte categorie come aromatizzanti, gelificanti, addensanti, esaltatori di sapidità, emulsionanti, correttori di acidità, amidi modificati, agenti di rivestimento, grassi idrogenati e…?
Quel bel caffè caldo, quasi bollente, in quel bicchierino di plastica bianco per spezzare il ritmo del lavoro ci farà veramente bene? E nel dentifricio che usiamo ogni mattina cosa c’è dentro? Il fluoro aggiunto ai dentifrici, che sembra il non plus ultra per la salute dei denti, è davvero insostituibile o invece a lungo andare ci fa male? E come possiamo essere così ingenui da bere quell’acqua cosiddetta minerale che viaggia in bottiglie di plastica per centinaia di chilometri al sole e al freddo prima di approdare sullo scaffale del nostro supermercato? C’è forse bisogno di svolgere ricerche per sapere che almeno una microscopica parte di quella plastica andrà a finire nel nostro organismo?
Non basta il sapore di quell’acqua a distoglierci dal suo uso, a pretendere almeno che il contenitore sia di vetro o che l’acqua dei nostri acquedotti, quella che ci arriva in casa, sia pienamente potabile e non piena di veleni? Molto spesso si verificano situazioni al limite dell’assurdo che la mente non registra più, tanto sono diventate normali: la lista degli ingredienti ci dice cosa è contenuto in un prodotto, ma non riusciamo a capire niente del contenitore, di che materiale o materiali è fatto. E lo stesso discorso si può fare per altri prodotti: la differenza fra un materiale e l’altro, una volta così netta, viene ora a confondersi.
Un frigorifero nuovo quanti materiali diversi, e a prima vista indecifrabili da un comune mortale, ha dentro? Ma evidentemente non è importante che il consumatore abbia almeno un barlume di consapevolezza su questi fattori. Fino alla prossima emergenza.
È una sorta di bollettino di guerra delle cosiddette società avanzate: siamo letteralmente sommersi da sostanze estranee alla nostra biologia di esseri viventi. C’è poi l’altro capitolo degli influssi che hanno su di noi tutti gli aggeggi che la tecnologia ogni giorno ci regala: dal televisore al cellulare, dalla radiosveglia al variegato universo dei materiali con cui entriamo in contatto appena ci infiliamo nell’insostituibile automobile. E il capitolo dei mobili (quanti di essi sono fatti con sostanze naturali come legno, vetro e simili?), nonché quello degli utensili che vengono a contatto col cibo che mangiamo, fuori e dentro casa nostra: ferro, acciaio, alluminio, plastica e una vasta serie di sempre nuovi materiali.
Uno dei fattori più misconosciuti della vita quotidiana è proprio l’incidenza che può avere la presenza di vari metalli e microelementi in quello che mangiamo e nell’ambiente in cui viviamo. Se per molti di essi c’è ben poco di nuovo da dire perché l’essere umano è stato esposto a essi per millenni, per molti altri, entrati relativamente di recente nell’esperienza quotidiana della maggior parte delle persone, siamo ancora per così dire in fase di sperimentazione. Che l’esposizione al piombo sia dannosissima alla salute è a esempio noto da centinaia di anni. Che l’amianto sia causa di molte gravi e incurabili malattie lo abbiamo appurato a nostre spese negli ultimi decenni. Che il mercurio usato negli amalgami per le otturazioni dentali provocasse disturbi e malesseri di varia entità fino a danni al sistema immunitario chi poteva immaginarlo?
L’alluminio è uno dei metalli di più recente introduzione nel contesto quotidiano. Sconosciuto nell’Ottocento come elemento a sé stante, è entrato prepotentemente nella nostra vita dopo la prima guerra mondiale, quando le fabbriche belliche di componenti di alluminio cominciarono a ristrutturare i loro cicli di produzione, sfornando utensili di alluminio di ogni tipo che hanno invaso le cucine di gran parte dei paesi cosiddetti avanzati e poi del resto del mondo. Oggi siamo circondati dall’alluminio. Lo ritroviamo praticamente dappertutto. Se apriamo una nuova confezione di caffè acquistata al supermercato l’interno è di alluminio. Quando la mattina ci prepariamo il caffè con la tradizionale moca usiamo un recipiente di alluminio, una tavoletta di cioccolata sarà avvolta da alluminio e così anche l’interno della maggior parte delle confezioni di biscotti; di alluminio sono le lattine per bibite che soprattutto i giovani prediligono e d’alluminio è anche l’interno dei sacchetti di patatine. L’alluminio è presente in tracce anche nei vaccini, nei pesticidi che si usano nell’agricoltura convenzionale e in mille altri contesti che esamineremo in seguito.
Eliminare oggi l’alluminio dall’uso quotidiano significherebbe mettere in ginocchio l’industria del packaging e di conseguenza la grande distribuzione che ne fa un uso in costante crescita. Nell’acqua del rubinetto ci può essere alluminio. Sembra, in definitiva, che in media ognuno di noi ingerisca senza saperlo almeno 20 milligrammi di alluminio al giorno.
Ma è difficilissimo, come è facile pensare, dare un’importanza in qualche modo significativa e risolutiva al problema dosi-effetto. Quanto alluminio può tollerare l’organismo umano e preso sotto che forma? A questa domanda non si può dare una risposta univoca e precisa. L’alluminio, infatti, lo si ritrova in forma composta anche nelle argille e l’argilla è componente essenziale di ogni buon terreno. Quindi anche le piante coltivate su quel terreno conterranno alluminio. Il problema delle dosi è quindi inaffrontabile se inserito nel contesto vivente a meno che si tratti di casi in cui l’evidenza s’impone (un terreno posto nelle vicinanze di una fabbrica che lavora alluminio, a esempio).
Gli unici studi che potrebbero darci prove risolutive fin nel dettaglio e inconfutabili sulla dannosità complessiva dell’alluminio sarebbero studi prospettici che durino anni e anni condotti con una scrupolosa, meticolosa, imparziale applicazione di principi scientifici. Negli studi epidemiologici più comuni e correnti si dovrebbero prendere in esame troppi fattori e variabili individuali e ambientali e spesso questo o non avviene a ragion veduta oppure per inefficienza dei ricercatori; di conseguenza molti dati derivanti da questo tipo di studi sono lungi dall’essere incontrovertibili.
E d’altronde come sarebbe possibile vagliare con esattezza la multiforme varietà dell’esposizione all’alluminio e ricavarne valori precisi? A dispetto di queste considerazioni, il numero di studi comunque condotti sugli effetti dell’alluminio sulla salute umana è davvero incredibile, non tanto in Europa ma soprattutto in Nordamerica dove la possibile associazione alluminio-morbo di Alzheimer ha negli ultimi vent’anni stimolato stuoli di ricercatori da una parte e dall’altra della barricata. Sono però nella maggioranza dei casi studi condotti su animali di laboratorio come topi, conigli, gatti, cani e scimmie. Relativamente pochi sono gli studi basati su autopsie del cervello di pazienti morti per Alzheimer o altre forme di demenza senile che possano poi contare su dati e confronti basati sullo stile di vita dei pazienti in vita. Questo sarà a quanto sembra uno dei campi d’indagine delle ricerche future.
L’alluminio dovrebbe cominciare a preoccuparci. Per questo, senza partire da posizioni preconcette, nel corso di questo lavoro daremo spazio alle opinioni più accreditate e credibili, con più largo riscontro di consensi, senza rinunciare a ogni sano ragionamento di tipo empirico che possa aiutarci a conquistare almeno un po’ di certezza: ciò che non si deve assolutamente fare perché è dimostrato o quasi definitivamente dimostrato che gli effetti saranno dannosi e ciò che è permesso con qualche margine di rischio. Ma anche ciò che tutti fanno inconsapevolmente e che non dovrebbero fare.
Un esempio tipico di quest’ultimo comportamento è l’utilizzo quotidiano senza alcun criterio degli onnipresenti rotoli di alluminio per cucina senza neppure leggere le avvertenze. Su ogni confezione ci dovrebbe essere scritto più o meno chiaramente che bisogna (almeno!) evitare il contatto prolungato dell’alluminio con cibi acidi preparati con aceto, succo di limone o con alimenti sotto sale. Anche se l’alluminio può resistere a temperature dell’ordine di 600 °C non bisogna assolutamente metterlo a contatto diretto con parti elettriche o fiamme dirette. È sconsigliabile inoltre coprire con l’alluminio cibi umidi contenuti in recipienti o piatti metallici. In definitiva: meglio non mettere l’alluminio a contatto diretto con qualsivoglia alimento!


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