Si dice che ad Adamo fu dato il compito di dare un nome (e quindi di conoscere) tutte le cose viventi: fu una tremenda opportunità e responsabilità in quanto le cose senza nome sono inutilizzabili, mentre quelle chiamate erroneamente (e quindi scarsamente conosciute) sono erroneamente utilizzate o dimenticate.
Il compito di scegliere un nome per questa nostra portentosa e nuova medicina fu demandato ad C. F. S. Hahnemann che, essendo un uomo erudito, nel corso di tutta la sua vita fu capace di esprimere concisamente, in fluenti frasi greche, la potenza e le possibilità di questa Medicina utile per il mondo intero. Era la Medicina dei Simili, cioè la Medicina della cura dei Simili con i Simili: Omeopatia. Nome perfetto! Descrizione perfetta!
Quello fu il primo livello, incontestabile ma ancora incompleto, che egli stava per scoprire, dato che i rimedi, in certi casi, fallivano dopo un iniziale successo terapeutico. Perché? ... Il successo sembrava cessare: il parziale fallimento lo spinse a nuovi sforzi. Dopo undici anni d’intenso lavoro e di verifiche, egli poté esporre la sua spiegazione di questo fenomeno nell’opera intitolata ‘The Origin and Nature of Chronic Diseases and the Manner of their Cure’.
Ma i tempi non erano maturi per questi insegnamenti e i seguaci di C. F. S. Hahnemann, in sostanza, fallirono nel proseguire il suo lavoro. Le cose essenziali sono state sminuite. Persino la sua Legge di Guarigione per qualcuno è una semplice regolina. La possibilità, che C. F. S. Hahnemann intravide, di promuovere la salute delle Nazioni, anche se spesso dibattuta, nella sostanza è stata disattesa.
Persino la prima parte delle sue scoperte, che era inerente alla Medicina dei Simili, è stata disattesa. Anche un principiante dovrebbe capire che non si può, per esempio, curare una stitichezza cronica con purganti: questo è stato dimostrato nei secoli, ma su questi errori l’Industria Chimica prospera.
Sappiamo pure che non si può curare l’insonnia con ipnotici (eccetto forse il caso in cui il problema è di interrompere un’abitudine transitoria) e neppure il dolore con gli analgesici. Per curare non devi solamente alleviare le sensazioni, ma tagliare alla radice la causa del problema. Basterebbe riflettere sul fatto che se una cosa è curata è curata e non c’è bisogno di prolungare il trattamento per il persistere della patologia.
D’altra parte, si può curare la stipsi con la sostanza capace di provocare proprio quel tipo di stipsi; l’insonnia con quel rimedio in grado di provocare lo stesso tipo d’insonnia e così via. A questo proposito, si può citare la storia classica di un insonne che si rannicchiava dietro persiane chiuse e tendaggi pesanti, impaurito dal suo spietato nemico, il rumore, perché anche il rumore più lieve era capace di penetrare in lui e di risvegliargli la coscienza, l’irritabilità, la disperazione. Un Medico esperto, non solo di Medicina ma anche di Psicologia, prescrisse ad una persona insonne di trascorrere le sue notti in un cantiere navale pieno di incessanti e forti rumori di colpi di martello e dove era normale che il suo sgomento si incrementasse: in questo modo quel Paziente guarì.
Oltre a ciò, ricordo che più recentemente, come ausilio per il trattamento dello shock emotivo da bombardamento, è stato proposto l’ascolto di dischi che riproducono tutti gli orribili suoni provocati dalla guerra moderna, al fine di guarire i nervi scossi delle vittime della guerra attraverso la familiarità generata dalla consuetudine. Tutto questo non si tratta, forse, di pura Omeopatia?
È di grande soddisfazione la consapevolezza che è possibile scoprire sostanze curative per ciascun caso guaribile mediante la sperimentazione delle stesse, che però deve essere eseguita secondo le modalità che ci sono state insegnate. La sperimentazione non deve essere eseguita su animali, in quanto non possono fornirci il quadro necessario dei sintomi, e neppure su soggetti malati con svariate patologie in quanto, nella migliore delle ipotesi, questi possono presentarci un indistricabile miscuglio di sintomi malattia-farmaco da cui è impossibile trarre informazioni utili. L’Omeopatia, invece, studia e registra gli effetti delle sostanze su soggetti in buona salute e sensibili che possono fornire con grande precisione le informazioni desiderate.
Ci si potrebbe rammaricare degli entusiastici sforzi intrapresi per scoprire gli effetti delle medicine con l’aiuto di nessun’altra legge se non quella di utilizzarle nell’Uomo affinché forse un giorno altri possano essere in grado di impiegarle in qualche modo con una ragionevole prospettiva di successo ... non è quindi per questo che la Medicina si è evoluta con fatica? Ora dogmatizzando, ora dubitando, ora confutando in favore di una nuova teoria o speranza ... finché C. F. S. Hahnemann entrò in scena per capovolgere ogni preconcetto, tradizione o insegnamento contrario ai FATTI. Sembra che fino ad allora non si sia mai verificato che la ‘Scienza’ sperimentasse sostanze su soggetti sani per ricavarne precisi effetti su organi, tessuti e menti umane prima di prescriverle ai Malati. Senza conoscere gli essenziali rudimenti di base non è possibile comprendere quanto sia di valore la conoscenza degli effetti dei farmaci e delle malattie e come si possa applicare gli uni per il sollievo di queste ultime.
Ma, accanto alle malattie curabili con la Terapia dei Simili, vi sono incurabili casi patologici incurabili o con esiti di tali patologie. Non è possibile guarire, fino al punto di poter vivere normalmente, dopo una cavità polmonare causata dalla perdita del tessuto polmonare che si è ulcerato e non è possibile riaggiustare un arto amputato, ma la ‘Medicina dei Simili’ è comunque di aiuto anche per la maggior parte delle malattie incurabili: essa può e deve palliare e prolungare la vita indefinitamente. In questo modo, il parenchima polmonare può cicatrizzare ed essere posto in una condizione tale da permettere di vivere per molti anni. Oltre a ciò, chi può dogmaticamente affermare quale e quanto una patologia sia incurabile? L’Omeopatia, nelle mani di Medici coraggiosi, entusiasti e fantasiosi, può ridurre i limiti d’incurabilità: può agire apparendo persino miracolosa.
L’Omeopatia è stata descritta con molti nomi, finché C. F. S. Hahnemann ne scelse uno per rendere impossibile una cattiva interpretazione della sua natura o dei suoi scopi.
J. C. Burnett colpì nel segno quando definì l’Omeopatia una ‘Medicina Scientifica’. Tutto qui! È una Medicina basata su fatti accertati e su deduzioni abbondantemente provate. La nostra esperienza ci suggerisce che i risultati sono tanto migliori quanto maggiore è la conoscenza profonda e quanto più scrupolosamente viene applicata. La conoscenza in ciascun settore non è necessariamente globale: è sempre una questione di livelli. Se conoscessimo bene tutto, anche solo limitatamente al nostro settore medico, chi potrebbe porre limiti alle nostre grandi azioni curative? Ma, anche se quest’obiettivo non è stato mai raggiunto e non lo sarà mai, bisogna sempre tenerlo presente e perseguirlo per essere sempre più vicini alla sua soluzione e avere ogni giorno più luce e più forza ...
Sempre, FORZA. Questo è il nuovo nome che vorremmo proporre per il sistema di C. F. S. Hahnemann.
Omeopatia, la Medicina della forza
Dopo tutto cos’è una FORZA? Non è il più impalpabile e irresistibile dei fattori concepibili? Robert Louis Stevenson ha detto:
«Io ho visto solo le cose che hai fatto,
Ma sempre ti nascondi».
La forza non appartiene solo alla nostra Terra o a qualche altra parte del sistema solare, perché essa tiene insieme tutto e regna su tutto. Per riconoscerla non servono la massa, la quantità, la struttura, il colore o l’odore. Può esserci costantemente oppure può entrare improvvisamente in azione: per esempio, ora nell’apparente stabilità del moto ordinato di un torrente, ora nel balenio di un fulmine, che è spesso più devastante del più diabolico ordigno esplosivo, e ancora, poiché «Dio dette loro una Legge che non doveva essere infranta» (cfr Dt 6,1 ss), i suoi poteri erano stati concepiti anche per essere sfruttati in tanti piccoli modi utili all’Umanità attraverso lo studio e la verifica dei limiti e delle modalità d’azione e attraverso una loro corretta applicazione.
Le ‘potenze’, o forze , come lo stesso C. F. S. Hahnemann le definì, sono costituite dalla forza strana e ‘infinitesimale’ nascosta nelle cose, forse in tutte le sostanze, che deve essere solo liberata e resa utilizzabile mediante la ‘dinamizzazione’: questa forza è in rapporto inverso alla concentrazione delle sostanze. C. F. S. Hahnemann scoprì che la somministrazione di una prima dose non letale di Belladonna ad un soggetto ‘simile’, come quello con la febbre della scarlattina, «attizza un fuoco già vivo». Così C. F. S. Hahnemann provò con il suo metodo della dinamizzazione: una parte di medicina in 99 parti di sostanza inerte, assicurando la perfetta diffusione della prima nella seconda mediante una serie ripetuta di triturazioni in proporzione al grado di attività della sostanza, ottenendo così una riduzione degli effetti farmacologici e una sempre maggiore liberazione di potere curativo.
In uno dei suoi scritti nei quali spiega la dinamizzazione, C. F. S. Hahnemann pone l’accento sul suo ruolo in questa scoperta:
«Io ero evidentemente il primo a fare questa grande e straordinaria scoperta: le proprietà delle sostanze medicinali acquisivano un notevole aumento del potere terapeutico, se fluide, mediante la succussione con una sostanza non rimedio oppure, se solide, con la costante e ripetuta triturazione; quando questi procedimenti venivano ripetuti molto a lungo, anche sostanze prive di effetti farmacologici acquisivano uno stupefacente effetto sull’Uomo».
Inoltre, egli dimostrò che, insieme a questo cambiamento delle proprietà terapeutiche, il metodo di preparazione omeopatico produceva un’alterazione delle loro proprietà chimiche. Le sostanze insolubili divenivano completamente solubili sia in alcool che in acqua:
«Gli effetti di questa scoperta hanno un estremo valore in rapporto all’arte di guarire».
C. F. S. Hahnemann prosegue così:
«Le sostanze medicinali così preparate non sono più soggette alle leggi della Chimica. Una dose della più alta dinamizzazione di Phosphorus può rimanere per anni chiusa nella sua confezione dentro una scrivania senza perdere le sue proprietà mediche, oppure cambiandole in quelle di Phosphoricum acidum. Un rimedio che è stato elevato alla più alta potenza, divenuto in questo modo quasi puro spirito, non è più soggetto alle leggi di neutralizzazione ...».
C. F. S. Hahnemann, che era considerato uno dei più grandi chimici analitici dell’epoca, sapeva bene il significato di quello che scriveva.
Per quanto riguarda il suo libro ‘Le Malattie Croniche’, all’età di settantatre anni, C. F. S. Hahnemann, essendo del tutto convinto della verità delle sue scoperte e per evitare all’Umanità la perdita delle medesime, trasmise le sue conoscenze «a due dei suoi più meritevoli discepoli ... per paura di essere chiamato nel regno dell’eternità prima di aver terminato il suo lavoro». Il suo lavoro, tuttavia, fu lasciato incompiuto. Egli aveva raggruppato tutte le patologie croniche non veneree sotto un unico nome: Psora, ma diceva «di non considerare tra i rimedi antipsorici alcun rimedio isopatico in quanto i loro effetti sull’organismo sano non erano stati sufficientemente accertati». Per ‘rimedi isopatici’ egli evidentemente intendeva i rimedi derivati dai prodotti delle malattie (i nostri ‘nosodi’) e uno di questi, il suo Psorinum, che è derivato dalle secrezioni muco-purulente della scabbia, fu dallo stesso C. F. S. Hahnemann considerato «omeopatico e non isopatico, in quanto la preparazione omeopatica, mediante la quale viene sterilizzato e potenziato, gli cambia la sua natura e le sue proprietà e quindi alla fine i due prodotti non sono più identici ma ‘simili’: non Isopatia, ma Omeopatia».
Ci sono voluti quasi duecento anni affinché l’Omeopatia ottenesse un certo riconoscimento ufficiale; effettivamente il trattamento con successo delle malattie croniche non veneree, suo grande merito, è solo l’inizio della sua marcia trionfale in quel territorio di disperazione costituito proprio dalle Malattie Croniche.
Il fatto che l’Omeopatia sia anche in grado di curare patologie sconosciute, ma con sintomatologia nota, è stato dimostrato ineluttabilmente dai dati statistici che si diffusero in tutto il mondo quando il COLERA, descritto da C. F. S. Hahnemann come «quella peste misteriosa e omicida», «dilagò in Europa nel 1830». C. F. S. Hahnemann preparò i suoi seguaci a trattarlo con un successo documentato indiscutibilmente dai dati statistici che presenteremo e che abbiamo scelto tra i molti disponibili. Il suo rimedio principale fu Camphora, per gli stadi precoci: rimedio che veniva somministrato molto frequentemente «finché la coscienza, il riposo e il sonno ritornano e il Paziente è fuori pericolo»; infatti, l’avvelenamento da Camphora presenta tutta la sintomatologia delle prime fasi del colera.
«Nel secondo e più difficile stadio delle clonie spasmodiche con vomito, diarrea, dolorosissimi crampi ai polpacci, ecc., se Camphora non è d’aiuto entro i primi 15 minuti, bisogna somministrare Cuprum metallicum ogni 30-60 minuti, oppure, se vi sono vomito e diarrea eccessiva con abbondante sudorazione fredda, il rimedio indicato è invece Veratrum album».
Tra l’altro, possiamo leggere quanto segue:
«Il colera si diffuse inizialmente dalla Russia. Il Console generale russo ha diffuso i risultati del trattamento omeopatico in Russia nel 1830-31. Dei 70 casi curati in due zone, il successo fu pieno. Su altri 1270 casi, 1162 guarirono e solo 108 morirono» (la mortalità di allora, con trattamento allopatico, di solito variava dal 60 al 70%).
Il Dr. Wilde, un chirurgo allopatico (Ed. ‘Dublin Quarterly Journal of Medicine’) nel suo libro intitolato ‘Austria, its Litterary, Scientific and Medical Treatments’ scrisse quanto segue:
«Comparando i risultati del trattamento del colera nell’Ospedale Omeopatico di Vienna con quelli degli altri ospedali nello stesso periodo, emerge che mentre i due terzi dei Pazienti trattati omeopaticamente guarirono, due terzi di quelli trattati negli altri ospedali morirono. Tali straordinari risultati portarono l’allora Ministro degli Interni austriaco, il Conte Kolowrat, ad abrogare la legge relativa alla pratica dell’Omeopatia».
Il Dr. Perrusel, nel Sud della Francia, curò i poveri abitanti di un villaggio per malaria e colera: la sua mortalità, con trattamento omeopatico, era del 5-7% mentre la mortalità dell’epoca, con trattamento allopatico, era del 90%.
Nel 1854, in Guatemala, un missionario evangelista fu imprigionato da un giudice. L’accusa era di aver guarito gratuitamente un gran numero di persone ammalate di colera con rimedi omeopatici, mentre il trattamento ospedaliero non ne aveva guarito alcuno.
Nel 1854 il colera si diffuse ampiamente in Europa, quindi l’ospedale omeopatico di Londra aveva riservato 25 posti letto per la cura di Pazienti con colera o con diarree coleriformi. I rapporti riferiscono di 10 decessi su 60 casi di colera e uno su 341 casi di diarrea colerica. Nel frattempo, accanto ai casi trattati in ospedale, furono distribuite 1200 bottiglie di Camphora ai meno abbienti che si affollavano in lunghe code per prenderle.
In occasione di quella epidemia di colera, dovettero essere eseguiti dettagliati rapporti sul tipo di trattamento e sui risultati relativi, da parte di tutti gli ospedali e dei Medici coinvolti. Quando questi rapporti furono presentati al Parlamento, i dati statistici sul trattamento omeopatico furono nascosti: furono richiesti espressamente ma non furono presentati. La giustificazione fu espressa nella seguente dichiarazione scritta dei Medici responsabili: «Presentando i risultati dei Medici, non solo l’Omeopatia avrebbe compromesso il valore e l’utilità del loro sistema di cura, ma avrebbero ingiustamente approvato una pratica empirica che si opponeva alla ricerca della verità e al progresso scientifico».
Il più brillante studio sul colera fu eseguito dal Dr. Rubini durante l’epidemia di Napoli del 1854-5. Nell’Albergo dei Poveri, trattò con Camphora 225 casi di colera senza registrare un solo decesso e curò anche 166 soldati del Terzo Reggimento Svizzero con lo stesso successo. Nacque allora e probabilmente esiste ancora, l’appellativo «Lo spirito di Camphora».
Bradford, nel suo articolo intitolato ‘Logic of Figures’ (States, pag. 137) scrisse quanto segue:
«I risultati complessivi del trattamento allopatico del colera in Europa e in America dimostrano una mortalità superiore al 40%; i dati relativi al trattamento omeopatico registrano una mortalità inferiore al 9%»