Le Leguminose in Omeopatia - Introduzione del Dr. Merialdo

Sono sempre stato goloso di fagioli, piselli, fave e ceci, cucinati in tutti i modi, da un bel piatto di pasta e legumi ai fagioli neri alla messicana e alla farinata ligure di ceci. Naturalmente, come tutti, ne ho sperimentato gli inconvenienti digestivi, fastidi che d'altra parte non hanno mai smorzato il mio apprezzamento per essi.

Proprio in considerazione di questi medesimi ‘effetti indesiderati' molto simili fra loro e presenti in ogni legume commestibile, iniziai molti anni fa a interessarmene anche dal punto di vista omeopatico. Erano gli anni Novanta e cominciai ad approfondire lo studio dei rimedi per ‘famiglie', seguendo i primi pionieri quali Massimo Mangialavori, in primo luogo, e anche Jan Scholten. Iniziai a seguire questa metodologia sia nello studio che nella clinica, con sempre maggiori soddisfazioni. Mi misi anche a studiare ex novo alcune famiglie botaniche e man mano che ne ampliavo la conoscenza avvertivo in me sempre più entusiasmo e sentivo di aver finalmente trovato un bandolo nella matassa apparentemente ingarbugliata che è la nostra Materia Medica Omeopatica.

Non ho mai ritenuto di poter esercitare una buona Omeopatia tenendo in considerazione solo venti o trenta rimedi e questa è sempre stata la mia principale preoccupazione fin dall'origine della mia formazione omeopatica. D'altra parte, la frustrazione che provavo nel districarmi tra l'enorme quantità dei sintomi e il grande numero di rimedi presenti in letteratura mi aveva portato a uno stato di sconforto, nonostante mi fossi munito di uno dei primi programmi informatici omeopatici. Non esisteva ancora Internet e rilevavo una grande difficoltà nel reperire casi clinici cronici curati con successo, ragione per cui mi risultava difficile comparare lo studio teorico con il risultato concreto. Ciò che mi interessava maggiormente di ogni rimedio erano i temi che potevano emergere solo dalla pratica clinica quotidiana, con le loro reali modalità, caratteri e intensità.

Sul finire degli anni Ottanta organizzai con amici omeopati un gruppo di studio sui sali di potassio, i Kalium. La ricerca si prolungò per oltre due anni e fu basata fondamentalmente, secondo la metodologia Masiana, su tutte le fonti omeopatiche allora disponibili, in primis le grandi Materie Mediche di T.F. Allen, C. Hering e J.H. Clarke e poi tutte le altre, appartenenti a decine e decine di autori, aggiungendo ovviamente il Repertorio. Non consultammo alcun testo di Chimica, di Biochimica, di Farmacologia, di Mineralogia o di Tossicologia, così che ci fu oscuro o quasi il ruolo che questa sostanza esplica nell'organismo, se non per sommi capi. Non valutammo il ruolo che questo minerale e i suoi sali hanno occupato nell'uso medicinale nei secoli, tantomeno tenemmo conto del suo simbolismo. Ma soprattutto eravamo privi di casi clinici cronici, di verifiche pratiche esemplificative dell'azione di questi rimedi nelle persone. Tutto lo studio era concepito e sviluppato a livello puramente teorico, utilizzando solo le pure fonti strettamente omeopatiche.

Ricordo mille riunioni e lunghe sessioni di studio e avverto ancora vivamente la delusione che provammo alla stesura della sintesi conclusiva di ogni rimedio, poiché questa occupava solo una paginetta o due, in cui ipotizzavamo teoriche dinamiche mentali presupponendo il possibile tropismo fisico. La montagna di lavoro che affrontammo (i sali di potassio sono tanti, sia in natura sia nella letteratura omeopatica) portò proverbialmente a partorire un topolino: questa fu la metafora alla quale ricorremmo a conclusione del lungo studio, il quale ovviamente fu poi scarsamente utilizzato poiché era di difficile lettura persino ai nostri occhi e di scarsa applicazione pratica.

Ciò nonostante, questo studio consolidò il nostro piacere per la ricerca e ci dette la possibilità di intravedere alcune dinamiche comuni in un certo gruppo coerente di rimedi e questo è rimasto per me il primo approccio allo studio per famiglie.

In più, prendemmo coscienza del reale valore della letteratura omeopatica in nostro possesso. Sono sempre stato malato di bibliofilia, quindi già a quel tempo vantavo una ricca collezione di testi omeopatici che andavano dalle Materie Mediche di tutti i tipi alle opere di Terapeutica Omeopatica, una raccolta personale ampliata da quella altrettanto numerosa di amici e colleghi. Potemmo così insieme verificare quanti autori si fossero copiati l'un l'altro nei decenni ripetendo, spesso con le medesime parole, i medesimi sintomi e concetti. Era molto facile verificare che la Materia Medica stilata da X non era che una ricopiatura e magari una sintesi di quella di Y, scritta magari due decenni prima, la quale a sua volta si era basata su quella di W, editata precedentemente. Poche novità si evidenziavano, in genere riferentesi a qualche nuovo proving o osservazione clinica, per lo più relativa a stati acuti.

Solo in questi ultimi tre decenni, a mio avviso, sono state pubblicate diverse opere davvero innovative che ampliano la comprensione dei rimedi e che si basano su nuove sperimentazioni, sull'esperienza clinica e su questa nuova metodologia, ovvero lo studio per famiglie.

Al momento attuale, al fine di acquisire la conoscenza di un rimedio o di un gruppo di rimedi assumo un atteggiamento piuttosto pragmatico, studiando anzitutto la sostanza allo stato fisico: di cosa si tratta, da cosa è composta, quali relazioni ha con l'esterno, è tossica o meno, qual è il suo eventuale utilizzo, ecc.

Poi valuto il proving, quando esiste, e quindi la casistica clinica. Mi rendo conto di non poter ben comprendere l'azione di un rimedio se non ho il supporto pratico di qualche caso ben curato, meglio ancora se osservato personalmente in qualche mio paziente. Partendo da queste basi e aggiungendo le informazioni presenti nella letteratura omeopatica, posso infine aspirare a comprendere l'essenza stessa e la dinamica del rimedio, da cui valuto quanto possa collimare con quella di altri rimedi facenti parte della stessa famiglia o gruppo, fino a intravedere in quest'ultimo diversi temi e modalità comuni.

Al termine rimango sempre piacevolmente meravigliato nel rendermi conto che tutto questo studio porta sempre a un risultato armonico e coerente.

Dal punto di vista didattico, tanto nella scuola omeopatica che nei seminari, da oltre vent'anni mi rifiuto di inserire nel mio insegnamento rimedi di cui non ho esperienza clinica diretta. Non posso trasmettere qualcosa che non conosco nella pratica e di cui ho solo una conoscenza teorica, non avendola mai potuta verificare personalmente: cadrei nello stesso schema di molti autori del passato che si copiavano l'un l'altro e descrivevano sostanze senza averle mai prescritte con successo. In questo caso posso solo citare le fonti e invitare coloro che lo desiderano a consultarle.

Questo è il motivo per cui in questo libro non descrivo rimedi di Leguminosae di cui non ho conoscenza clinica, quali Glycyrrhiza glabra o Mimosa pudica: gradirei molto averli potuto osservare, ma al momento attuale non è così. Espongo quindi solo rimedi appartenenti al mio patrimonio clinico: dopo trentasei anni di studio e pratica omeopatica sono veramente stufo di ipotesi teoriche o ricopiature.

Per ogni rimedio aggiungo un caso clinico esplicativo, con l'eccezione di Melilotus officinalis di cui ne ho descritti due per meglio sottolineare la profonda ambivalenza di questo rimedio.

Il percorso di studio della Materia Medica per famiglie è veramente affascinante e l'interesse aumenta sia durante il lavoro di ricerca, in cui si organizzano tutte le informazioni raccolte, generali, cliniche e sperimentali, sia nel processo di sintesi, quando si riconoscono i temi e i tropismi d'organo in comune.

Seguendo questa metodologia, intesa a valutare anzitutto i grandi temi di ogni famiglia per poi approfondire quelli di ogni singolo rimedio, l'obiettivo pratico è a mio avviso fondamentale e il Lettore lo potrà verificare durante la lettura di alcuni casi qui selezionati. In essi ho ragionato per temi e non solo per sintomi, ipotizzando anzitutto la famiglia di riferimento.

In questo modo e con l'aiuto del programma informatico che mi ha mostrato nella repertorizzazione solo i rimedi relativi alla famiglia da me prescelta, ho potuto prescriverne con successo alcuni di cui conoscevo poco o nulla, come Indigo tinctoria e Trifolium pratense, tanto per fare qualche esempio. In altri casi la prescrizione ha riguardato rimedi addirittura mai sottoposti ad alcun proving, quali Derris pinnata e Lathyrus.

Molti miei Colleghi e amici, insegnanti e non della Scuola Omeopatica di Genova, seguono la medesima strategia prescrittiva con gli stessi confortanti risultati.

Come si può prescrivere un rimedio mai sperimentato, hanno osservato alcuni colleghi arricciando il naso?

Io credo che purtroppo non abbiamo il potere dell'onniscienza e non possiamo sperimentare tutto. Invito il Lettore a verificare quante sono le Leguminosae attualmente riconosciute dal mondo botanico: solo le specie sono 12.000, per non parlare delle piante singole! E non è una eccezione, dato che tra le altre grandi famiglie botaniche rientrano sicuramente Compositae, Graminaceae, Labiatae, Liliaceae, Ranuncolaceae e Solanaceae. Senza considerare poi tutto il mondo minerale e animale: quanti sono i rimedi provenienti dagli insetti che utilizziamo in Omeopatia? Solo poche unità rispetto alla marea vivente!

In più, anche nella nostra farmacopea omeopatica sono presenti molti rimedi non sperimentati o provati solo malamente e parzialmente, con un protocollo dal valore nullo o quasi: è questa infatti la situazione in cui incontriamo la maggior parte dei rimedi delle Leguminosae, ma naturalmente non sono gli unici. Che possiamo fare? Li ignoriamo eliminandoli dalla Materia Medica in attesa di nuovi e corretti proving da effettuarsi in un futuro più o meno lontano? Oppure proviamo a prescriverli ugualmente sulla base dei temi generali della famiglia e sul loro tropismo d'organo, riconosciuto dalle scarne informazioni omeopatiche o dalla fitoterapia, se questo è tutto ciò che possediamo?

Infatti, ho sentito affermare da alcuni colleghi omeopati, che si professano ortodossi, che alcuni dei rimedi che qui riporto non avrei mai dovuto prescriverli, poiché appunto mai sperimentati.

Ho solo due risposte: la prima, che li invita a chiedere ai pazienti stessi se la prescrizione fosse stata loro utile o meno; la seconda, che li esorta a rileggere il primo paragrafo dell'Organon, l'opera principale del nostro Maestro, che è da me ritenuto il più bello perché assolutamente pratico: “La più elevata, e al tempo stesso l'unica vocazione del medico, consiste nel restituire la salute alle persone malate, cioè nel guarire”. Con la nota a): “Il suo compito non consiste nell'inventare sistemi teorici, mescolando idee vuote ed ipotesi … ambizione, questa, che fa sprecare energie e tempo a tanti medici”.

Le ideologie non mi interessano più, tantomeno se portano a rigidità concettuali astratte. In fondo, lo studio dei Kalium, rimedi ‘rigidi' per eccellenza, mi ha abbondantemente vaccinato!

Ritorno ai fagioli e alla loro bella famigliola. Dopo aver studiato in precedenza attraverso questa nuova metodologia altri gruppi di rimedi, il mio interesse si spostò su questi proprio perché poco sperimentati, conosciuti e tantomeno prescritti. Eppure ne ero affascinato, forse ne intuivo vagamente le potenzialtà trattandosi per la maggior parte di rimedi provenienti da piante altamente tossiche. In più, erano molto coerenti fra loro, avendo tutti una componente chimica comune, l'azoto, che in misura più o meno rilevante condiziona la loro struttura biologica e il loro comportamento.

Lo studio mi richiese più di un anno e fu arricchito da successivi numerosi riscontri clinici, sia personali che provenienti da altri amici e colleghi, nei quali ripongo la massima fiducia. Naturalmente lo studio non finirà mai e sarà sempre in divenire: non vedo l'ora di prescrivere con successo nuovi rimedi di questo gruppo per poterne osservare l'aspetto clinico o di avere ulteriore conferma di rimedi già prescritti.

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