Curare con il Calore: la Terapia Dolce dei Tumori (ebook)

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Curare con il Calore: la Terapia Dolce dei Tumori  (ebook)  Paolo Pontiggia   Macro Edizioni
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L'ipertermia è un metodo di cura basato sull'innalzamento artificiale della temperatura del corpo in maniera da "bruciare" le tossine e le cellule cancerogene in esso contenute.
Il metodo imita il principio naturale di autoguarigione attraverso il quale la febbre elimina "ospiti indesiderati" dal nostro organismo. Il riscaldamento indotto può essere applicato all'intero corpo oppure a una sua singola parte. Le tecniche per ottenerlo sono varie e in continuo sviluppo.

Oltre a illustrare i recenti risultati ottenuti dall'ipertermia applicata alla lotta al cancro, il prof. Pontiggia illustra pure le terapie biologiche: l'immunoterapia e l'uso di determinate sostanze naturali in ambito oncologico, come interferone, tossine batteriche, derivati timici ecc., sono ormai procedimenti curativi efficaci e riconosciuti. La vasta bibliografia allegata ce ne dà conferma. L'esposizione è infatti documentata e aggiornatissima.

Ampio spazio viene dedicato alle direttive dietetiche da seguire in funzione anticancerogena, con tabelle, schemi e illustrazioni per ritrovare il piacere di alimentarsi in modo sano e per recuperare le energie e la forza di autoguarigione indispensabili in caso di malattia già avanzata.


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Considerazioni introduttive

1. Il dilemma terapeutico dei tumori
2. La malattia minima residua
3. Cos'è l'ipertermia
4. L'inibizione terapeutica della crescita tumorale
5. Le manipolazioni vascolari nel trattamento delle neoplasie
6. L'apoptosi
7. I macrofagi e l'importanza terapeutica della loro attivazione
8. Nutrizione, reattività immunologica e cancro
9. La prevenzione
10. Raccomandazioni per un'alimentazione sana
11. Le alterazioni nutrizionali nel malato neoplastico
12. Iperalimentazione come supporto terapeutico nel malato neoplastico
13. La cosiddetta terapia ortomolecolare
14. La genetica
15. L'ambiente
16. L'industria: la logica industriale applicata alla medicina
17. Conclusioni

Appendice
Glossario
Bibliografia


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Negli anni Sessanta l’oncologia tradizionale ha visto avvenire cambiamenti che hanno dato la speranza di una soluzione definitiva al problema dei tumori.
Nei dieci anni precedenti numerosi studi avevano evidenziato la connessione esistente tra stato immunitario del paziente e sviluppo della malattia tumorale o neoplastica.
Queste considerazioni avevano portato a sperare di poter controllare o inibire la crescita tumorale mediante appropriate stimolazioni del sistema immunitario.
Negli anni attorno al 1960, in Francia, Georges Mathé aveva dimostrato come trattando alcuni tumori con agenti immunostimolanti, ad esempio il BCG (bacillo di Calmette e Guérin, una versione attenuata del batterio che provoca la tubercolosi bovina), tali tumori potevano essere controllati più a lungo.
Aveva infatti constatato che, instillando direttamente il BCG nei noduli solidi di melanoma, alcune delle lesioni regredivano e poteva anche esserci un beneficio sulla evoluzione generale della malattia.
Analogamente i tumori della vescica trattati con instillazioni endovescicali di BCG in alcuni casi guarivano. In pratica l’associazione di ablazione o asportazione endoscopica delle neoplasie vescicali con trattamento a base di sostanze immunomodulanti poteva portare alla guarigione o indurre lunghe remissioni di malattia in pazienti portatori di tumori vescicali.
Contemporaneamente Peter Reizenstein, ematologo di Stoccolma, aveva notato come la remissione ematologica e clinica nei bambini affetti da leucemia linfatica acuta veniva prolungata in maniera statisticamente significativa quando alla chemioterapia tradizionale si associava un trattamento di mantenimento con BCG. Sokal, negli Stati Uniti, trattava con l’associazione chemioterapici e BCG i linfomi e soprattutto i linfomi di Hodgkin, ottenendo risultati che erano superiori al solo trattamento chemioterapico.
Questo approccio innovativo di tipo biologico al trattamento dei tumori non ebbe poi un gran seguito per l’affermazione, a partire dagli anni Settanta-Ottanta fino a oggi, di una concezione più aggressiva nella terapia antineoplastica. In pratica, facendo seguito ai successi terapeutici ottenuti con schemi di polichemioterapia nelle malattie ematologiche, soprattutto nelle leucemie acute e nei linfomi, si è pensato che trattamenti dello stesso tipo potessero essere utili nella stragrande maggioranza delle malattie oncologiche che sono costituite da tumori solidi di tipo epiteliale, ad esempio i tumori del polmone, dello stomaco, del pancreas, dell’ovaio, della mammella ecc.
Questi concetti di trattamento chemiotossico per i tumori, anche per gli interessi notevoli dell’industria farmaceutica, interessata ad imporre l’impiego indiscriminato di nuovi chemioterapici, hanno finito per porre in secondo piano lo sviluppo di terapie di tipo biologico meno aggressive, di efficacia meno evidente e, si pensava, con potenziali di sviluppo inferiore.
In realtà ci si è dovuti rendere conto che, dopo quaranta anni di utilizzazione sistematica della chemioterapia nei tumori solidi, i risultati non sono molto soddisfacenti. La mortalità per tumori solidi in Italia e nel mondo tende a diminuire molto lentamente e soprattutto sembra ridursi solo per l’affermarsi di una mentalità preventiva che consente l’individuazione e il trattamento di alcuni tumori in fase più precoce, quando un intervento chirurgico può ancora essere radicale. Mi riferisco soprattutto alle campagne di prevenzione, o per meglio dire, di individuazione diagnostica precoce dei tumori del collo dell’utero con il metodo di Papanicolau e dei tumori della mammella con l’utilizzazione di mammografia, ecografia, termografia e di apparecchiature sofisticate per la biopsia mediante agoaspirato.
Nei tumori di polmone, stomaco, pancreas, ovaio ed encefalo l’utilizzazione di routine della chemioterapia non ha consentito fino ad oggi di ottenere dei risultati che possano essere definiti soddisfacenti.
Il tumore della prostata, sensibile nelle prime fasi dello sviluppo al trattamento chirurgico e antiormonale, è uno dei pochi esempi, tra i tumori dell’adulto, nei quali un successo terapeutico è documentabile. Però, anche in questo caso, a condizione che il tumore venga individuato in una fase precoce di malattia, quando è ancora circoscritto all’interno della capsula ghiandolare. L’impiego sempre più diffuso di indagini diagnostiche mediante la ricerca nel sangue periferico del marcatore specifico PSA (antigene prostatico specifico) e l’avvento dell’ecografia trans-rettale hanno consentito diagnosi sempre più precoci e interventi radioterapici o chirurgici effettivamente risolutivi.
Andando alla radice dell’atteggiamento corrente, per quanto riguarda la terapia oncologica dobbiamo rilevare che la metodologia clinica attualmente in auge deriva direttamente dal concetto teorico che i chemioterapici ad azione citotossica possono indurre la morte delle cellule maligne e quindi la guarigione dalla malattia.
Tale discorso si era rivelato corretto per quanto riguarda alcune malattie ematologiche e per alcuni tipi di tumore del bambino.
Nei linfomi e nelle leucemie acute ci troviamo di fronte a tessuti, i tessuti emolinfopoietici, particolarmente sensibili all’azione dei chemioterapici. Il tessuto tumorale è a stretto contatto con il sangue che circola nei capillari e nel midollo osseo, nella milza e anche nei linfonodi, quindi i farmaci somministrati, diluiti nella corrente sanguigna, vengono distribuiti in maniera abbastanza omogenea, raggiungendo concentrazioni sufficientemente elevate a livello delle cellule bersaglio.
Questo fenomeno di tipo fisico non avviene nei tumori solidi, perché la vascolarizzazione dei tessuti tumorali è una circolazione particolare, ad elevata resistenza, che non consente una facile distribuzione delle sostanze disciolte nel circolo sanguigno. Gli studi effettuati da Harry LeVeen hanno dimostrato come la neoangiogenesi vascolare, cioè la formazione di nuovi vasi da parte del tumore che tende a diventare autonomo dalla circolazione generale, avviene in maniera disordinata. Il tumore infatti non è un tessuto che si sviluppa in maniera coordinata, ma ha uno sviluppo incontrollato, afinalistico e la rete vasale del tumore, a volte ricca a volte meno ricca, presenta sempre e comunque un’elevata resistenza al flusso: ne consegue che i farmaci, sia introdotti per via venosa, sia assorbiti per via intestinale, giungono in corrispondenza della cellula tumorale in concentrazioni, e quindi in quantità, inferiori alle concentrazioni che raggiungono nei tessuti sani, per cui il gradiente terapeutico, cioè la differenza di concentrazione tra tessuti sani e tessuti tumorali, è sfavorevole per le cellule tumorali che invece dovrebbero essere quelle colpite maggiormente. Il risultato consiste in una notevole tossicità di questi farmaci che si estrinseca più sui tessuti sani che sul tessuto tumorale malato.
L’utilizzazione della chemioterapia comporta, dunque, un’elevata tossicità, un insoddisfacente risultato e, in molti casi, induce a livello del tumore una resistenza delle cellule maligne ai farmaci. La conseguenza è che, man mano che si procede con il trattamento, si ottengono risultati sempre meno evidenti, aumenta la tossicità per i tessuti sani - cuore, rene, midollo osseo - e le cellule sopravvissute alla chemioterapia, che possono migrare e andare a costituire nuclei isolati in altri organi, formando le cosiddette metastasi, tendono a diventare resistenti e quindi ad annullare i benefici terapeutici del trattamento. La diffusione del tumore lontano dal luogo di origine nei diversi tessuti e organi comporta delle modificazioni che sono nettamente peggiorative per la prognosi della malattia. Sovente infatti, le cellule che migrano, per contiguità o attraverso i vasi sanguigni o i vasi linfatici, sono cellule mutate rispetto alle cellule originali.
Le mutazioni sono modificazioni della struttura del DNA che avvengono spontaneamente in tutte le cellule del nostro organismo, ma in tutti i tessuti normali esse sono controllate e le cellule mutate vengono soppresse dai meccanismi naturali di difesa. Nel caso dei tumori, le mutazioni avvengono in maniera incontrollata e il sistema immunitario non è in grado di reprimerle; spesso tali mutazioni sono addirittura favorite dai trattamenti radianti o dalla chemioterapia. Comunque, le cellule mutate diventano solitamente meno sensibili ai trattamenti effettuati e soprattutto acquisiscono delle caratteristiche particolari che le rendono resistenti a quasi tutte le sostanze utilizzate per la terapia: questo fenomeno si chiama multidrug resistance ed è un fenomeno regolato a livello genico. In pratica, le cellule tendono a riconoscere il farmaco come un fattore tossico e ad espellerlo dall’interno della cellula stessa. Inoltre, le cellule tumorali d’origine e quelle che migrano a distanza a formare le metastasi si sviluppano in un ambiente con una saturazione in ossigeno insoddisfacente, per le ragioni anatomiche e vascolari di cui abbiamo già parlato e che comportano un’insufficiente irrorazione dei tessuti, in questo caso del tessuto tumorale in particolare. Tale condizione di scarsa ossigenazione determina una serie di alterazioni chimico-fisiche per cui le reazioni chimiche, di tipo ossidoriduttivo, necessarie perché radioterapia e chemioterapia possano funzionare, avvengono nel tessuto tumorale in maniera inadeguata. Questo fenomeno, accanto all’insufficienza vascolare, condiziona pesantemente la risposta delle cellule neoplastiche a farmaci e radiazioni.
Essendo questo il panorama generale della chemioterapia e radioterapia oncologiche, ne consegue la necessità di rielaborare concetti e schemi terapeutici, rivalutando gli approcci metodologici che comprendono le cosiddette terapie biologiche: stimolazione immunitaria, ipertermia, modificazione metabolica. Per questa ragione, negli ultimi anni sono stati elaborati schemi terapeutici integrativi o complementari alle classiche chemio- e radioterapie, con la funzione di migliorare i risultati terapeutici, ottenere condizioni di vita del paziente soddisfacenti e salvaguardare, nei limiti del possibile, l’integrità dell’organismo del malato di tumore.
Quando l’intervento chirurgico iniziale non ha le caratteristiche di radicalità necessarie, una valutazione attenta dei rischi e dei benefici di un’eventuale terapia e una valutazione degli effetti collaterali dei trattamenti che andiamo ad effettuare diventano obbligatorie.
Nell’antichità filosofi, sacerdoti, poeti concordemente esaltavano la misura in tutte le manifestazioni individuali, ivi compresa l’alimentazione. Famose sono rimaste a questo proposito le massime attribuite ad Ippocrate e a Galeno e, più vicine a noi, le raccomandazioni della Scuola medica Salernitana, autentico compendio di dietetica ante litteram. Oggi si riscopre su basi statistiche quanto gli antichi già avevano intuito. Nelle moderne società industriali di tipo occidentale, uno dei fenomeni caratteristici è la progressiva espansione della patologia neoplastica.
I fattori causali finora presi in considerazione sono costituiti soprattutto dall’inquinamento ambientale, dal fumo di sigaretta e dalla moderna alimentazione. Anche il dato positivo di un allungamento della vita media contribuisce in maniera determinante all’aumentata frequenza di alcuni tumori, tipici dell’età avanzata.
La reattività immunologica di un soggetto tende spontaneamente a diminuire con il passare degli anni, a partire dalla quarta decade di vita. Un ridotto controllo immunitario sulla crescita tumorale, causato dall’età, dall’inquinamento, da un’alimentazione sbilanciata, o anche da fattori genetici, contribuisce in maniera determinante a indurre l’aumento dei tumori che si verifica dalla sesta decade di vita in poi.
Iperalimentazione, squilibri o carenze alimentari specifiche possono favorire particolari patologie tumorali. Purtroppo, dati incontrovertibili in questa direzione non sono ancora stati ottenuti.
Per una corretta valutazione, bisogna infatti tenere conto di numerosi fattori aggiuntivi che interferiscono con i risultati e rendono una valutazione statistica estremamente difficile.
Comunque, l’alimentazione condiziona pesantemente, in positivo o in negativo, la reattività immunologica, sia nell’animale che nell’uomo. Per tale motivo, il comportamento alimentare è da considerare problema centrale per lo sviluppo dei tumori, oltre che per la loro promozione. Inoltre, incongrui atteggiamenti dietetici possono essere determinanti nello sviluppo di infezioni, malattie degenerative ed autoimmuni, direttamente o attraverso alterazioni immunologiche. Alimentarsi correttamente è quindi essenziale per il mantenimento di uno stato clinico di benessere.
Tuttavia, in assenza di dati epidemiologici di assoluta certezza, autorità ed enti di numerosi stati (soprattutto Stati Uniti e Svezia) hanno preferito la via di un coinvolgimento indiretto del pubblico, attraverso l’informazione ai medici, all’intervento massiccio in senso preventivo di orientamento delle abitudini alimentari della popolazione. Ne sono scaturite “raccomandazioni”, probabilmente molto più prudenti di quanto le reali dimensioni del problema potrebbero suggerire.
Ci sembra perciò utile e corretto riferire in questa sede dei dati essenziali e più sicuri riguardanti sia l’importanza della dieta nell’induzione e nella promozione dei tumori, sia i fenomeni nutrizionali peculiari dello stato neoplastico, con particolare riguardo alle alterazioni immunologiche, che appaiono sempre più come il nucleo centrale del problema. È opportuno inoltre valutare le ragioni ed i dubbi che fanno ritenere potenzialmente efficaci l’iperalimentazione o, al limite, il controllo nutrizionale come supporto terapeutico negli schemi di cura attualmente utilizzati in oncologia.
Si ritiene anche di dover segnalare le tematiche emergenti in questo settore, ed in particolare i rapporti tra metabolismo lipidico, recettori per il colesterolo e neoplasie; l’importanza (ancora da quantificare) dell’apporto in oligoelementi; ed il ruolo centrale che alcune carenze vitaminiche, assolute o relative, generali o locali, possono giocare nella genesi di alcuni tumori.
Questo libro si propone di illustrare ai lettori alcuni dei suddetti metodi di terapia biologica, di valutarne l’efficacia nelle varie situazioni cliniche e di fornire utili indicazioni circa la loro applicazione.


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