Il campo in conca, l’arte dell’orto

Suggerimenti, astuzie e riflessioni per coltivare l’orto secondo natura

 
Il campo in conca, l’arte dell’orto  Maria Pagnini   Terra Nuova Edizioni
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Prosa letteraria, ritmica e giocosa, per questo manuale sull'arte dell'orto: un invito a ritrovare il giusto e quotidiano contatto con la terra, semplicemente coltivando "50 passi per 20" di terreno.

Fra un aneddoto e un racconto, l'autrice dona ai lettori pratici consigli per la cura dell'orto: dalla preparazione del concime verde all'importanza dell'amico lombrico, dal compostaggio all'utilizzo della cenere per sottolineare, infine, l'importanza di un'alimentazione naturale.

Una favola bioregionale, di una gioia ritrovata nel contatto con la natura. La gioia dei buoni frutti raccolti, della curiosità insistente di un bambino, di una vita semplice e serena.

Un manuale atipico e romantico sull'arte del fare un orto....


Il campo in conca, l’arte dell’orto  Maria Pagnini   Terra Nuova Edizioni
 
Il campo in conca, l’arte dell’orto
Suggerimenti, astuzie e riflessioni per coltivare l’orto secondo natura

Maria Pagnini



torna suPrefazione Autrice

È Tizzola, mio nonno, che mi ha fatto capire che se perdi il contatto con la terra, è finita. Lui, così potente, stava in maniche di camicia anche d’inverno. Nelle veglie cantava, con gli altri beveva e rideva. Stava in religioso silenzio solo davanti a un conigliolo da sventrare. È stato lui, con la sua risata, i suoi baffi brizzolati e la sua bicicletta da contadino della piana di Ripoli, a farmi capire com’era diverso far parte di quel mondo.

Se per condurre un podere a mezzadria, come il suo, era necessario essere potenti, estroversi e avere i baffi, per fare un orto no. Anzi è meglio essere mingherlini, riflessivi e un po’ introversi perché siamo a un altro punto della storia. Sono passati i tedeschi con le fucilazioni e le razzie e gli americani che con il loro Ddt ci hanno impestato e avvelenato. Cinquant’anni di chimica americana spanta nei nostri campi. Facciamola finita. Disintossichiamoci attraverso quello che si mangia e che si pensa. Per questo non solo faccio l’orto, ma lo faccio con un bambino.

Le cose che mi dice sono così candide che mi sembra di rivivere un momento originario, come prima della cacciata. Gli insegno a seminare e a guardare le stagioni. Come ha fatto Tizzola con me e come ha fatto Abramo con Isacco.

- Isacco, hai guardato la luna?

E che cosa ci volevano dire, il Brunelleschi e il Ghiberti, con le loro formelle sul sacrificio di Isacco, che dopo essere stato una giornata a sarchiare fave, vecce e piselli, si vede piombare addosso suo padre armato di coltello.

– Oddio, padre!

Meno male che arriva un angelo che gli ferma la mano. Questo manuale vorrebbe piombare dal cielo nella tua vita, per fermarti. Ecco il messaggio antico che ci arriva dalle formelle: facciamola finita con i sacrifici. E sapere che mangi anche il Ddt, è un sacrificio.


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PER FARE UN ORTO...   (tratto da pagina 93 e seguenti del libro)

Per fare un orto non è necessario conoscere la formula chimica dell’azoto o del potassio. Ci vuole la praticaccia. andrea Del Sarto ha impastato colori per dieci anni. Per dieci anni ha pestato il gesso, pulito i pennelli e lisciato tavole. gli stessi lavori che faccio fare al parmigianino:

– Hai messo i salci in ammollo? Hai girato il macerato? L’hai spruzzato nella fila di fondo?

Se alzavano gli occhi dalla loro bottega, verso la strada, vedevano passare uomini con cavallo e carro che portavano una pala d’altare.

– Una pala d’altare?
– È un’altra pala.

Andavano tutti verso la città. Stavano costruendo Santa maria novella, Santa Croce, palazzo Vecchio, il Duomo e il Campanile. Di giotto. Nel nostro orto, concepito a regola d’arte come un’annunciazione, una cantoria, una pala, batte un cuore antico.

– È tuo quel bambino? – mi ha chiesto il padrone del campo.
– È il mio garzone – gli ho risposto mentre lo vedevo trafficare.

Lui si volta, capisce chi è e s’immagina cos’è venuto a dirci. Lo guarda, guarda i poponi maturi, i cetrioli gonfi, le zucche in fiore e gli scendono due lacrime grosse come chicchi di grandine. È un pianto antico, dove il Carducci non c’entra nulla, se non come cardo.


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torna suIndice

Prefazione

Del libro e dell’autrice
La rivelazione
Cerco un orto
Il mio orto
Cerco un bambino
L’arrivo del parmigianino

Capitolo I
Di come dev’essere l’orto e l’orticoltore
Acido o basico
Calmo e riflessivo
Giardiniere o agricoltore
Orti celestiali

Capitolo II
Dei semi e della semina
I semi
Il buon seme
Quando si semina
La luna
Serbamene un seme
La cultivar
Come si fa a seminare
Il semenzaio
Il trapianto

Capitolo III
Del vangare e dello zappare
Vangare fa bene
Un grande coinvolgimento
L’orto come terapia
Quando si vanga
Quando si zappa
Preparare il letto
Il rituale

Capitolo IV
Del letame e dei concimi
Il concime verde
Il lombrico
Cosa si ricicla
Il bio-trituratore
Il cumulo del compostaggio
Ci siamo
Il letame
La lettiera
La cenere

Capitolo V
Del senso dell’orto
Un orto, uno stile
L’alimentazione naturale
Il risparmio
A misura d’uomo
Come dev’essere l’orto
Cosa cerchi
Il riparo
Farli da soli

Capitolo VI
Del calendario dei lavori
L’orto è una dipendenza
Calendario della dipendenza
Il riposo
Le stagioni
Le previsioni
Se piove troppo
Se non piove
Quando si annaffia
Se c’è un fosso
Sarchiare
Pacciamare
Cosa usare

Capitolo VII
Delle malattie e dei rimedi
Le malattie
La prevenzione
La lotta diretta
Altri sistemi ancora
Una lotta corpo a corpo
Incontrarsi con quelli del posto
I macerati
D’ortica
Di equiseto o erba cavallina o coda cavallina
Il nebulizzatore
Per San giovanni
Il senso della storia

Capitolo VIII
Degli alberi nell’orto
Rose antiche e alberi antichi
Il salcio
Ii canneto
Il fico
Il nocciolo
Il noce

Capitolo IX
Delle rotazioni e delle consociazioni
Le famiglie botaniche
Le consociazioni
Per principio

Capitolo X
Delle infestanti
Il settimo giorno, controllo
La bellezza del piscialletto
Le infestanti
Settembre

Capitolo XI
Degli ortaggi
Aglio
Asparagio
Basilico
Bietola a coste
Barbabietola rossa
Carciofo
Carota
Bruxelles
Cavolfiore
Cavolo nero
Cetriolo
Cipolla
Cocomero
Fagiolino verde in erba
Fagiolo
Fava
Finocchi
Melanzana
Melone giallo
Patata
Pisello
Pomodoro
Popone
Porro
Prezzemolo
Ravanello
Rucola
Scalogno
Sedano
Spinacio
Valeriana
Zucca (gialla)
Zucchino

Capitolo XII
Della conservazione dei prodotti dell’orto
Il silos

Capitolo XIII
Finale
Indice analitico


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torna suDel libro e dell’autrice

(tratto da pagg. 7 e seguenti del testo)

Sarebbe meglio nascere parecchio sotto roma, dove le minime non vanno mai sotto lo zero, che poi è la fascia mediterranea Spagna–Sicilia–grecia, dove si coltivano arance e olive grosse come noci. Se poi si nasce vicino al mare, meglio ancora. Questo è un manuale per chi vive nell’italia centrale, sopra roma e distante dal mare.
i nostri mandarini sono solo buccia anche se tenuti nascosti dal tramontano, dietro angoli riparati. possibilmente angoli di ville che danno verso il piazzale michelangelo, tipo quelle abitate dagli inglesi, vicino alle mura del Forte. I mandarini, si sa, amano il tintinnio delle tazze del tè e la lingua anglosassone.

La rivelazione
Nessun contadino ha mai scritto un manuale sull’orto. non se l’è nemmeno sognato. Sono segreti del mestiere. Tutt’al più può averlo rivelato ai propri figli, ma solo in punto di morte:

– Vanni, nella porga delle carote ci ho sempre buttato la cenere. E le fave vanno messe presto, verso fine ottobre, sennò prendono i pidocchi. Così gli agli, sennò diventano cipolle. E poi ricordati della luna, e anche di me.

Cerco un orto
Io ho un orto di 70 passi per 20. A dire il vero non ho nemmeno quello perché non è mio. Mi è stato dato. Ho attaccato un biglietto dove lavoro, siamo più di
cento. Basta attaccarlo nei punti giusti, presso un centro di alimentazione naturale, un consorzio agrario, non da paskowski. Dopo qualche giorno mi hanno chiamato per telefono:

– Te lo do io il campo. Non voglio nulla. Né soldi, né patate, né seccature. Lavoratelo e quando lo rivoglio, ti cerco.

Il mio orto
Il mio orto è giallo ocra, perché è argilloso. Appena l’ho visto, mi è piaciuto. Stretto fra un fosso e un campo lavorato, era lì ad aspettare di essere rovesciato e inseminato da qualcosa di scelto, selezionato, che non fossero soltanto i piscialletto portati dal vento. Ho incominciato a vangarne una strisciata. avrebbero dovuto esserci tre o quattro lombrichi per palata, invece non ce n’è nemmeno l’ombra.

- Andiamo bene. Ma è un caval donato.

Quando trovi un campo, sarà quello che ha voluto il destino. Sta a te renderlo fertile. prima lo ripulisci dai sassi più grossi per poterlo lavorare. Se ci trovi calcinacci perché è terra di riporto, va bene uguale. Se ci sono combustibili liquidi, se è terra macchiata, molla tutto e vai via.

Cerco un bambino
Con l’orto si entra in sintonia con qualcosa di celestiale. pensa all’angelico. Se questa sintonia la cerchi portandoti dietro, o accanto, un bambino, è ancora meglio. Si tratta di sentire insieme il profumo della pioggia sulla menta che è molto più potente che sull’erba. pensa all’annunciazione dell’angelico. Prova a immaginarti un’acquata su quel pezzetto di giardino che confina con il chiosco. Lì sotto c’è un angelo in ginocchio che annuncia. La madonna è stordita e c’è nell’aria un forte odore di menta. Sta per arrivare un bambino. L’arrivo del Parmigianino. Ho tre figli, non sono miei, ce l’ho a mezzo.

– Possiamo fare a mezzo, mi ha detto la mia amica di sempre.

Sono nati tacca tacca. Avrebbe voluto dei torelli e invece ha sempre fatto degli scriccioli. Due chili e due, due e quattro, due e sei. Nascono tutti d’inverno e sono così piccini che per vederli devi frugare dentro le coperte e quando li hai trovati, anche se c’è il sole non puoi uscire finché non sono tre chili.
Così si aspetta l’arrivo della primavera stando alla finestra con un fagotto di cenci in braccio.
Il primo è un grillo che ha le mani larghe e tozze come un cavatore di pietre, con le quali monta e smonta, avvita e svita, collega circuiti elettrici. È un po’ indietro con il disegno. Ha sei anni ma disegna da tre. gli interessano soltanto ruspe, camion e trattori, per gli ingranaggi e quando, sull’autostrada, li sorpassiamo, sta a guardarli con le sue mani tozze appiccicate al vetro come una tarantola. Mangia due fili di spaghetti stracarichi di parmigiano e poi si butta disteso sulla panca per appoggiarsi sulle mie gambe. Mentre sono a tavola, gli accarezzo la testa a popone e lui gongola. Ci vediamo ogni sabato per andare al supermercato. Tocca a uno alla volta. Il parmigianino si distende a baco nel sedile posteriore dove trova cuscino e coperta. giro con questo covo in macchina apposta per lui e non lo disfo nemmeno quando parto per andare lontano, da sola. Quando tocca alla principessa sul pisello, sta tutto il tempo in piedi a guardarsi nello specchietto. mentre guidando guardo dietro, non vedo altro che il suo chiorbone. È fidanzata con Lorenzo-Lotti spaccatutti. L’ultima ha un anno per San Valentino. nascere per San Valentino è stucchevole. meglio il primo maggio, il venticinque aprile, l’undici agosto, liberazione di Firenze, o meglio ancora nascere in un giorno senza ricorrenza, se non la nostra.
Con le manine grassocce di chi ha raggiunto i tre chili in un baleno, sta attaccata alle palline dei passeggino, e guarda. Guarda piovere sulle tamerici, sui pini, sui mirti, sulle ginestre fulgenti, sui ginepri folti e sui nostri volti, senza capire nulla. E attaccata alla rete del box guarda suo fratello disegnare infagottato in un plaid con un pezzetto di lingua fuori, guarda sua sorella sculacciare la Barbie, senza sapere cos’è un fratello, una sorella, una Barbie, uno sculaccione. Guarda con gli occhi e il cervello di chi ha ancora la fontana aperta.
Però è bombardata da stimoli, è la terza. Camminerà e parlerà prima. Che andatura avrà e che cosa dirà, solo iddio lo sa. Quando mi avvicino, d’istinto, mi butta le braccia. La prendo e la trastullo mentre piano piano il parmigianino lascia il plaid e la principessa sul pisello la Barbie per fare un chiassino a quattro fatto di abbracci, rotolamenti e morsini con i denti di latte.
Sono proprio belli, anche se non li ho fatti io. E sono già fidanzati.

– Pronto, Mari, mi ci vuole un regalo.
– Per chi?
– Per l’Elena.
– E chi è?
– La mia fidanzata.
– Anche te?
– Eh, anch’io.

L’ho accompagnato alla festa del suo compleanno. L’Elena sta in cima a una delle colline di ripoli. Siamo entrati con la macchina dentro un cancello, attaccato al pilastro c’era il nome del babbo. Serpeggiando serpeggiando siamo arrivati in cima. C’era una villa.

– Ma sei sicuro?

C’è venuta incontro una bambina bionda con un vestito di velluto blu.

– È lei – mi ha detto.
– Ma è tutto suo? – gli ho chiesto piano.
– Del babbo.
– Eh, già.
– Ma le piaci? – sempre piano, mentre lui le faceva ciao dal vetro.
– Non è sicura, perché le arrivo agli orecchi.
– Mangia!
– Mangio.

Me li porto spesso nell’orto. Il primo con le sue gamberelle e i suoi ginocchi grossi come un cazzotto, cammina attento lungo il sentiero, trascinandosi
l’annaffiatoio che vuole sempre pieno.

– Non ce la fai!
– Ce la fo.

Mentre ha i piedi fradici per l’acqua che ha perso. La seconda è seduta sul prato a piangere, ha trovato l’ortica. La terza, che non ne sa niente né di un campo di grano né di un amore profano, me la porto sulle spalle e da lassù, dondolata come su un cammello, non vede che il cielo.

– Sto scrivendo un manuale sull’orto – dico al primo, mentre annaffia con la poca acqua che gli è rimasta
– e vorrei i tuoi disegni.

Mi guarda.

– Non voglio un impianto per annaffiare. Vorrei il disegno di un annaffiatoio come quello che hai.

Lo guarda come se lo vedesse per la prima volta.


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