Etica per le Professioni. ETICA E EDUCAZIONE

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Etica per le Professioni. ETICA E EDUCAZIONE  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza
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Editoriale

Etica e educazione

DOSSIER

Un rapporto di reciproca implicazione
- di Carla XODO
La categoria dell’autonomia rappresenta il traguardo più significativo in educazione, coincidente per la persona con la capacità di autoeducarsi. Per questa via si comprende l’intreccio indissolubile tra educazione ed etica. Tra loro vige un rapporto di inclusione reciproca che esclude, però, la reciproca dipendenza. Esse, infatti, si differenziano per fini specifici inconfondibili. L’educazione  ha come fine la realizzazione della persona, ma, per non scadere nell’indottrinamento, si rivolge all’etica come mezzo. Dal canto suo l’etica, per non scadere nel moralismo, guarda all’educazione non come ad un fine, ma come ad una condizione del suo manifestarsi e perdurare. A differenza dell’etica, infatti, l’educazione si fa carico dell’intero corso di vita di un soggetto e, in tal modo, garantisce le condizioni dell’etica stessa. L’ancoraggio che le tiene legate è assicurato dalla visione antropologica inscritta nella tradizione umanistica liberale occidentale

L’illusione della neutralità - di Carlo NANNI
La concezione moderna della vita sociale pubblica sotto il segno della “laicità”, ossia del confinamento di religione, etica ed ideologia nella sfera del privato, ha dato luogo ad una sostanziale equiparazione tra laicità e neutralità valoriale. Ma il termine “laico” ha come significato pregnante «ciò che è proprio del corpo sociale in quanto tale». In questo senso, l’educazione è intrinsecamente “laica”, cioè è una funzione fondamentale per il corpo sociale, in quanto aiuta a crescere in umanità ed agisce per la «genesi della persona», promuovendo un agire eticamente valido. La responsabilità educativa, dunque, è di tutti. Si viene così a comprendere l’impossibilità che l’educazione possa essere valorialmente “neutrale”, cioè che debba astenersi da ogni affermazione sull'uomo, dato che nell’arco del suo attuarsi risulta decisivo proprio l’influsso dato dalla concezione che si ha dell’uomo e del suo destino ultimo. Il compito dell’istituzione scolastica è, dunque, quello di educare a partire dall’orizzonte valoriale rappresentato dal rispetto dei diritti umani.

La domanda sul “perché” dell’agire - di Pierluigi MALAVASI
La cultura occidentale, così presa dal “come” efficientistico dell’agire, trascura di interrogarsi sul senso del proprio vivere, sul “perché” dell’agire. L’intervento affronta proprio il tema del senso delle azioni e delle responsabilità educativa, mettendo al centro l’interrogativo sulla persona, con il suo desiderio di essere amata e al tempo stesso con il rischio del fallimento della sua esperienza. Viene riportato al centro del dibattito pedagogico la persona come “interprete” dell’agire, colta cioè nella sua dimensione dinamica e relazionale; e si sollecita in tal senso una pedagogia che valorizzi l’immaginazione, per inventare nuovi mondi educativi. L’agire pedagogico si trova ad essere interpellato dalla dimensione morale della formazione e in tale prospettiva è chiamato ad orientare il desiderio umano, consapevole dell’irriducibilità interpretativa dei vissuti dell’esperienza umana.

Il conflitto: una “chance” pedagogica - di Daniele LORO
L’autore mette in evidenza la profondità del rapporto tra etica ed educazione richiamando l’attenzione anzitutto sul carattere conflittuale, presente nel cuore stesso dell’educazione, come è ampiamente testimoniato dalla storia della pedagogia moderna e contemporanea. A questo riguardo si parla di «antinomia pedagogica», che indica un conflitto insolubile tra elementi opposti, entrambi necessari per una corretta esperienza educativa. Anche l’esperienza etica mostra la presenza di conflitti, a volte drammatici.  Se in educazione il conflitto può essere affrontate positivamente attraverso una scelta etica «per il meglio», il conflitto etico può essere vissuto come un’esperienza di «formazione morale», quindi con una consapevolezza pedagogica. 

L’insegnante etico “per natura” - di Elio DAMIANO
Spesso la letteratura a proposito della moralità degli insegnanti è di carattere prescrittivo, e tralascia il problema della sostenibilità del modello proposto. Tuttavia, l’insegnamento è costitutivamente un’azione morale, e gli insegnanti sono veri e propri operatori morali. È opportuno, dunque, occuparsi di che tipo di lavoro l’insegnamento sia nel suo concreto svolgersi. Gli ambiti eticamente rilevanti sono quelli relativi ai rapporti tra insegnati e alunni, asimmetrici per via del loro diverso potere; quelli relativi agli stili tenuti in classe poiché lasciano un’impronta permanente sugli studenti ed, infine, i contenuti, anch’essi eticamente rilevanti, poiché strumenti e non fini dell’azione educativa. La relazione educativa richiede un negoziato etico permanente, tra i valori dell’insegnante, degli allievi. Se, quindi, gli insegnanti sono agenti morali, la formazione etica deve essere componente fondamentale della loro professionalizzazione.



APPLICAZIONI

Genitori
La relazione: antidoto ai legami deboli - intervista a Paola Di Nicola
a cura di Germano Bertin

Tutor
La promozione della vita intellettuale
- di Ferdinando Fava

Educatore professionale
Decisore etico attento ad ogni situazione
- di Paola Milani e Mino Conte

Gestore di siti web
Regole e valori anche per il mondo virtuale
- di Maurizio Conte

Indicazioni bibliografiche

RUBICHE PER AMBITI PROFESSIONALI

Economia / Mafia e criminalità
Priorità allo sviluppo civile
- di Alberto Suppa

SANITA’ - Discriminazione genetica? - Conoscere e accogliere la diversità - di Lorenzo BERTANI
L’intento dell’articolo è quello di affrontare il tema della legittimità etica dell’uso della biotecnologia della diagnosi preimpianto mettendo in discussione l’idea stessa della disabilità, il significato che il mondo d’oggi attribuisce all’esistenza di una persona disabile, la sua reale posizione nella società. La prospettiva di una malattia o una malformazione fisica o mentale che dalla nascita  pone in una posizione di diversità ineludibile spinge i genitori stessi ad identificare la vita del  nascituro con la sua disabilità. Richiamando un intervento del Disabled People’s International, organizzazione dei diritti umani attiva dal 1981, che ha voluto prendere posizione nel dibattito sui test prenatali, l’autore sostiene che la consulenza genetica è orientata e disinforma sull’esperienza della disabilità. Prevale oggi il convincimento che la vita fisica sia il bene per eccellenza, premessa di ogni altro valore o progetto. Ma in questo modo sono proprio le persone non affette da disabilità a potere definire la qualità della vita di chi invece questa condizione la vive.

Spazio aperto / Etica nello sport
L'ethos che forma la persona e la società
- di Lorenzo Biagi

Primo Forum di Etica Applicata / Il Documento
La sfida dell'etica applicata
- a cura della Fondazione Lanza


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Con il dossier di questo numero andiamo, per così dire, alla radice della nostra esperienza di vita e del nostro stare assieme in società: "etica" e "educazione" si presentano infatti come due termini, ineludibili, che reciprocamente si implicano e che reclamano, ciascuno per proprio conto e in connessione con l'altro, di tradursi in esperienze e in pratiche di vita coerenti. L'etica ha bisogno per sua essenza dell'educazione; il coglimento del buono e del giusto, il significato degli impegni comuni e delle regole, lo sforzo per la realizzazione di sé come persona passano necessariamente attraverso un processo formativo che in verità non può mai dirsi concluso.
Dal canto suo, un'educazione che non fosse consapevolmente ispirata dall'etica potrebbe facilmente trasbordare dal limite intrinseco al suo esercizio, che risiede nel rispetto della libertà e delle propensioni delle persone, e trasformarsi pericolosamente in indottrinamento; oppure, al contrario, potrebbe giustificarsi come semplice trasmissione asettica di contenuti tecnici, secondo una versione che oggi è socialmente assai accreditata. Siamo soliti descrivere le condizioni del nostro vivere sociale ricorrendo alle tinte forti, alla logica della situazione estrema e drammatica; ci siamo ormai convinti che viviamo in una perenne condizione di emergenza, tant'è che ci viene spontaneo parlare di emergenza economica o criminale o sociale o sanitaria o scolastica e via di seguito, in un crescendo incontrollato di retorica e allarmismo.
Forse, però, se di emergenza si deve parlare, ebbene è quella che fa da sfondo a tutte le altre, è l'emergenza educativa. Essa nasce proprio dalla negazione, o almeno dalla sottovalutazione, di ciò che rappresenta un tratto costitutivo dell'esperienza educativa, ovvero il suo carattere di normalità, di quotidianità; l'educazione si snoda poi su tempi lunghi ed è segnata dall'imprevedibilità e dall'incertezza riguardo al suo risultato finale. Questi elementi fanno sì che alla faticadell'investimento educativo si preferisca la soluzione a breve termine, la quale magari nn fa che riproporre quella logica emergenziale che ci affligge e che è destinata a ripresentare in continuazione i medesimi problemi.
Non vi è dubbio che l'intervento educativo risulti particolarmente impegnativo e problematico nel nostro contesto, fortemente pluralistico e multiculturale, e questo spiega almeno in parte il fascino con il quale si guarda alle tecniche e alle procedure che sembrano garantire soluzioni più chiare e a portata di mano. Questa fiducia nel mezzo tecnico nasconde a volte, però, una deresponsabilizzazione, un non volere esercitare fino in fondo il proprio ruolo, un non lasciarsi coinvolgere. Con ciò non si vuole ovviamente demonizzare il ricorso a metodologie e tecniche, che possono agevolare, e non poco, il processo formativo; piuttosto s'intende segnalare come la relazione puramente tecnica non potrà mai prendersi cura della particolarità del caso singolo; solo una "relazione etica", che coinvolga direttamente i soggetti, potrà entrare nel merito delel situazioni particolari, con tutte le difficoltà, i confronti e addirittura gli scontri che ciò comporterà, ma anche con la soddisfazione che deriva da una relazione ricca di significati.
Il dossier, oltre ad analizzare da diverse prospettive le modalità attraverso le quali è possibile coniugare il rapporto tra etica e educazione, prende in considerazione figure professionali quali quelle dell'insegnante, dell'educatore, del tutor. E' interessante notare come gli autori, partendo da un'analisi fenomenologica delle diverse esperienze professionali, mettano in luce un elemento comune, ovvero che la dimensione etica non risulta essere qualcosa di estrinseco, di giustapposto, ma qualcosa senza la quale non è possibile qualificare la stessa attività professionale. Si afferma così che l'insegnamento è per sua natura un'azione morale, ma lo steso di deve dire della nuova figura dell'educatore professionale o del tutor. La relazione che si viene a stabilire tra insegnante, educatore, tutor da un lato e il rispettivo interlocutore dall'altro è di carattere asimmetrico, anche se la promozione dell'autonomia del destinatario dell'azione educativa porta certo a ridimensionare tale disparità. L'asimmetria della relazione è comunque indice dell'autorità di cui gode il professionista e del potere che egli può esercitare, con il rischio che si possa, magari inconsapevolmente, scivolare verso forme di dipendenza o perfino di abuso. Da qui deriva in modo consequenziale la responsabilità morale della quale è investita l'attività professionale di chi educa: una responsabilità esigente, che riaffiora in ogni attività educativa, anche in quella più innovativa, trattata nel dossier, del gestore di siti web.

Il Direttore
Antonio Da Re


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