Etica per le Professioni. ETICA E NON PROFIT

 
Etica per le Professioni. ETICA E NON PROFIT  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza
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Editoriale

Etica e non profit

DOSSIER

Il Terzo Settore di fronte a un bivio
- di Stefano Zamagni
Il mondo delle organizzazioni della società civile vive oggi una situazione di positiva crisi di identità. E' necessario infatti decidere se crescere lungo la via dell'imprenditorialità sociale e civile e come intervenire da protagonista nella realizzazione del welfare society in sostituzione dell'obsoleto welfare state. Ci si deve interrogare su quali sono i soggetti del Terzo Settore e in che cosa stia la loro specificità rispetto ai soggetti dell'economia capitalistica. C'è poi la questione del posizionamento socio-politico del Terzo Settore, tra il compassionate conservatorism e le tesi neo-statalistiche. Fondamentale, poi, rimane il problema relativo al modello di ordine sociale al quale sia congruente la forma di agire tipica delle organizzazioni della società civile. L'autore sostiene che è possibile pensare al non profit come un agire capace di cambiare il modo d'essere delle istituzioni politiche ed economiche e come forza trainante per la propagazione in quei mondi del principio di reciprocità e della cultura della fraternità. Infine, l'impresa non profit ha il compito di restituire il principio di gratuità alla sfera pubblica e all'economia e di consentire al mercato di svolgere appieno il suo ruolo di regolatore dell'economia.

Protagonista di un "welfare" plurale
- di Lucia Boccacin
In un contesto societario orientato alla costruzione di un welfare plurale, si afferma oggi una concezione del Terzo Settore inteso come uno degli attori strategici (accanto allo Stato, al mercato, alla famiglia e alla reti informali) per la realizzazione di politiche di benessere; più precisamente l'attore specializzato per la costruzione delle relazioni soggettive ed intersoggettive. Premesso ciò, l'autrice si sofferma sui codici simbolici (dono, reciprocità, fiducia, solidarietà) che identificano, da un punto di vista dell'analisi sociologica, la cultura e la prassi organizzativa del Terzo Settore. Individua quindi le diverse entità sociali appartenenti al Terzo Settore e presenta i fattori accomunanti e distintivi che conferiscono soggettiva sociale al medesimo (l'intreccio tra elementi comunitari e elementi societari, una concezione "attiva" della solidarietà, la produzione del bene comune, l'assenza della finalità lucrativa). Si interroga, da ultimo, sull'apporto distintivo del Terzo Settore ai bisogni della società italiana.

La trasparenza: dalle intenzioni ai numeri - di Gian Maria Colombo
L'articolo prende in esame il ruolo che la contabilità e il bilancio possono avere nel perseguimento dell'obiettivo della trasparenza. E' quest'ultimo un principio fondamentale nella disciplina delle ONLUS (D.Lgs. 460/1997), la quale, a fronte di agevolazioni fiscali importanti, richiede la trasparenza nell'utilizzo delle risorse ricevute a garanzia prima di tutto dei donatori. La tenuta delle scritture contabili è infatti un presupposto per godere di dette agevolazioni fiscali. Il concetto di trasparenza non ha però solo un fondamento normativo e un rilievo tecnico, messo opportunamente in luce dall'autore anche con riferimenti critici all'interpretazione ministeriale, ma riveste anche una indubbia valenza etica. Da qui la necessità di introdurre una cultura del bilancio all'interno delle organizzazioni non profit.

Una risposta personalizzata
- di Roberto Lionetti

Sussidiarietà e nuova imprenditorialità - di Grazia Sestini
L'articolo ripercorre le tappe che hanno portato all'approvazione della legge delega sulla nuova disciplina dell'impresa sociale, sia dal punto di vista dell'iter parlamentare, sia dal punto di vista del superamento della concezione culturale che attribuiva al Terzo Settore una funzione ancillare o residuale rispetto allo Stato e al privato for profit. Si tratta di un percorso che l'autrice ha seguito da vicino, come Sottosegretario di Stato al Ministero del Lavoro e Politiche Sociali. Un percorso che in parte dovrà ancora essere completato, come ad esempio per la questione della corretta applicazione del principio di sussidiarietà nella sua accezione di sussidiarietà fiscale, ma che per altro verso già rappresenta una svolta di rilievo per l'intero settore.

Alla ricerca di una vera identità - di Carlo Borzaga
Il concetto di impresa sociale nasce alla fine degli anni '80 e trova una prima parziale caratterizzazione normativa negli anni '90 per effetto della legge sul volontariato e di quella sulle cooperative sociali. Oggi è possibile proporre una definizione generale condivisa di impresa sociale, articolata lungo le dimensioni economico-imprenditoriale e sociale. Dopo averla analiticamente esposta, l'autore prende in esame i principali contenuti della legge delega sull'impresa sociale (la n.118 del 13.6.2005), che risulta complessivamente in linea con la predetta definizione di impresa sociale. La normativa è in grado di risolvere molti dei limiti operativi incontrati dalle realtà non profit in questi anni e porta ad un aumento delle forme organizzative disponibili. Nell'attesa dei decreti delegati, rimangono irrisolti alcuni nodi, puntualmente evidenziati dall'articolo, e più in generale si comprende come l'intero sistema richiederà, per raggiungere un assetto definitivo, alcuni anni di sperimentazione.

APPLICAZIONI

Il cooperante
Anche il lavoro di gruppo ha bisogno di cura
- di Luciana Bianchera, Giorgio Cavicchioli

Selezionatore del personale
Identità e mission fanno la selezione
- di Ilaria Bettella, Paolo Gubitta

Fundraiser
Gli obblighi verso i donatori
- di Marianna Martinoni, Pierluigi Sacco

L'imprenditore sociale
Oltre la competizione: cooperazione
- di Johnny Dotti

Indicazioni bibliografiche

RUBICHE PER AMBITI PROFESSIONALI

Ambiente / Politiche europee
Favorire un consumo responsabile
- di Maurizio Fieschi
In tema di ambiente e sostenibilità l'Unione Europea crede nella necessità di trasformare la sua salvaguardia in una discriminante positiva per il mercato, a differenza degli USA che temono la perdita di competitività derivante dagli alti costi della protezione ambientale. In seno alle politiche ambientali europee, è di frequente utilizzato il termine IPP (Integrated Product Policy) per indicare che le politiche devono essere individuate, analizzate e scelte integrando tutti gli aspetti ambientali del prodotto nel contesto dell'intero ciclo di vita. L'articolo prende in considerazioni alcuni aspetti di queste politiche ambientali, specialmente per quello che concerne il punto di vista dell'imprenditore e le condizioni per indirizzarlo verso scelte di responsabilità; queste ultime, se da un lato comportano una internazionalizzazione nel prodotto di costi esterni, creano dall'altro lato un valore esterno che dovrebbe anch'esso essere riconosciuto.

Economia / Mobbing in azienda
Indispensabili regole e virtù
- di Danilo Bano
Il mobbing, vale a dire le violenze psicologiche subite da un lavoratore dipendente ad opera dei superiori o dei colleghi, è una pratica immorale perché offensiva della dignità della persona, la quale ha diritto al rispetto, e perché lesiva della sua libertà e capacità di agire razionalmente. L'autore, ricordate le caratteristiche dell'organizzazione aziendale come sistema operativo caratterizzato dall'interazione tra i soggetti, esamina le ragioni che rendono moralmente inaccettabile il mobbing. Esse discendono da principi universali da cui l'etica contemporanea deriva la determinazione dell'azione giusta, quali la pretesa del rispetto della dignità fondata sui diritti umani e il riconoscimento dell'altro verso il quale siamo portatori di responsabilità. Nell'ambito dell'organizzazione aziendale, per respingere le pratiche vessatorie, accanto al richiamo all'etica dei principi, potrà comunque trovare spazio una formazione diretta a coltivare un'etica delle virtù capace di generare sentimenti di simpatia e di amicizia.

Formazione / Tutor on line
Insegnare nell'aula virtuale
- di Lidia Elvira Canali
L'estensione delle reti telematiche ha aperto la strada alla formazione on-line, un nuovo, più aperto e flessibile paradigma educativo. Figura fondamentale in tale contesto è quella del tutor on-line, la persona abilitata ad avviare l'apprendimento degli alunni nell'educazione virtuale. L'intervento esamina i caratteri dell'attività tutoriale, che non va confusa con la funzione docente in senso stretto, anche se tra i suoi compiti rientrano delle rilevanti attività didattiche. Sono individuate ed esaminate quattro aree di intervento del tutor: organizzativo-amministrativa, pedagogico-didattica, socio-comunicativa, tecnologica. Caratteristica dell'educazione virtuale è la formazione di una comunità di apprendimento guidato e l'impiego di una metodologia di lavoro basata sull'apprendimento cooperativo. Per il successo del progetto formativo di ogni corso on-line è importante un intervento tutorale di qualità, che si esplica in una attività di incentivazione, di orientamento e di supervisione dell'alunno.

Sanità / Bambino e disabilità
Saper dire, cioè sapersi prendere cura
- di Paola Drigo, Daniela Gobber
La comunicazione di una diagnosi di "non normalità", con la prognosi di un destino incerto, nel quale si configura un carico assistenziale impegnativo è senz'altro complessa e non può essere un atto estemporaneo. Va preparata chiedendosi che cosa comunicare, chi deve comunicare e chi deve essere il destinatario della comunicazione. Dovrà essere chiarito il progetto terapeutico e riabilitativo, che non sarà quello di imparare a copiare la normalità, bensì di realizzarsi con la propria diversità. Ma ci si dovrà anche interrogare, secondo le autrici dell'intervento, sul senso di questa comunicazione, che tenderà a favorire la responsabilizzazione, lo sviluppo di un senso di fiducia reciproca, per costruire una buona alleanza terapeutica e ridurre i conflitti.

Spazio aperto / Democrazia e rappresentanza
I dilemmi etici delle relazioni pubbliche
- di Giampietro Vecchiato


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Il titolo scelto per il dossier potrebbe suscitare qualche perplessità. Si potrebbe eccepire, infatti, sull'opportunità di accostare il termine "etica" all'espressione "non profit", che come tale sembra già, di per se stessa, evocare il riferimento a solide motivazioni ideali e morali e il perseguimento di obiettivi nobili, che vanno dalla lotta contro le varie forme di emarginazione e disagio, all'aiuto concreto verso le persone più deboli e in difficoltà, dalla promozione della partecipazione sociale, dello sport dilettantistico, della cultura nelle sue varie espressioni, alla difesa del territorio, dei beni artistici e culturali, ecc. Sia l'ispirazione ideale che gli scopi perseguiti sembrano, quindi, contraddistinguere un'agire eticamente qualificato.
Si potrebbe, poi, eccepire anche sull'opportunità di assumere la locuzione "non profit" e non ad esempio la categoria, ormai affermatasi ben al di là del piano strettamente scientifico, di "Terzo Settore", per significare quelle realtà, dalle organizzazioni di volontariato, alle cooperative sociali, alle ONG, alle associazioni prosociali di varia natura, alle imprese sociali, alle fondazioni, che nella sfera sociale si qualificano con una loro specificità e autonomia nei confronti sia della dimensione pubblica e statuale che di quella del mercato. In fin dei conti, non profit indica più il mezzo, che non il fine, delle organizzazioni appunto del Terzo Settore: il fine è rappresentato dall'"interesse generale", che seguendo la logica della sussidiarietà viene costantemente ricercato attraverso lo scambio di beni e servizi di utilità sociale; ed è rispetto a questo fine che acquista un significato positivo anche l'esclusione del lucro e del profitto.
Ma allora, perché parlare di "etica e non profit"? Perché - è la risposta che la redazione propone - si tratta di un binomio che non è affatto scontato. Il far parte di organizzazioni non profit non è una garanzia sufficiente per qualificare in senso etico la propria attività, sia essa volontaria o professionale, retribuita oppure no. Anche in questo ambito ci possono essere comportamenti e azioni piú o meno eticamente contrassegnati; anche qui si possono presentare esempi di scorrettezza sul piano deontologico e di superficialità e inadeguatezza sul piano più propriamente etico. Non sempre vi è piena consapevolezza dei risvolti etici che accompagnano l'attività delle organizzazioni non profit, risvolti che spesso nascono da problematiche inedite, come emerge dalle riflessioni che ospitiamo sulle figure del cooperante, del selezionatore del personale, del fundraiser, dell'imprenditore sociale.
Vi è, poi, un altro motivo che induce a non dare per scontato l'accostamento del termine "etica" a quello di "non profit", ed è la visione distorta che spesso accompagna la comprensione della realtà del Terzo Settore come pure di quella for profit. Secondo quest'ottica, spesso non esplicitata ma inconsapevolmente diffusa, il for profit sarebbe sinonimo di efficienza, di efficacia economica, di capacità gestionale mentre il non profit garantirebbe al meglio le esigenze dell'etica. È una visione del tutto inaccettabile, perché induce implicitamente a ritenere che le organizzazioni del Terzo Settore possano - come dire - transigere sulla considerazione dei requisiti dell'efficienza economica e organizzativa, quasi che le motivazioni e le finalità etiche non abbiano bisogno anche di tali requisiti; e, al contrario, si lascia intendere che le organizzazioni economiche mosse dalla ricerca del profitto non debbano conformarsi a particolari obblighi di correttezza deontologica ed etica.
Questa spartizione dei campi è deleteria ed è fondata su una concezione dell'etica come dimensione residuale, fondamentalmente privata, che al più può coinvolgere realtà dai forti legami identitari e comunitari, come ad esempio la famiglia o le organizzazioni del Terzo Settore, ma non può pretendere di intaccare i rapporti duri e spessi del mercato. È venuto il momento, invece, di considerare le organizzazioni non profit come un soggetto centrale della dinamica sociale ed economica e non semplicemente come uno strumento per ovviare alle carenze gestionali e finanziarie del welfare state: la sfida è di riuscire a incidere in profondità sul modo d'essere sia delle istituzioni statuali e politiche che di quelle economiche. È ovvio che questo salto di qualità non deriverà solo dalle scelte del mondo non profit; ma, certo, molto dipenderà dalla sua lungimiranza e dalla capacità di salvaguardare e di accrescere la propria autonomia, svincolandosi da un rapporto privilegiato se non esclusivo con le amministrazioni pubbliche e rinunciando a dipendere, per la propria sopravvivenza, da strumenti comodi, ma limitanti, quali sono quelli usuali della convenzione e del contributo.


Il Direttore
Antonio Da Re


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