Etica per le Professioni. ETICA E SPORT

 
Etica per le Professioni. ETICA E SPORT  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza
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Editoriale

Etica e sport

DOSSIER

Alla ricerca di nuovi equilibri
- di Marco Brunelli
Lo sport italiano sta vivendo una drammatica crisi istituzionale, finanziaria, di mercati, di valori e di orientamenti strategici. Mai in passato vi erano stati, tutti insieme, tanti fattori destabilizzanti degli equilibri faticosamente, ma saldamente raggiunti dal sistema sportivo nazionale. Emergono contraddizioni profonde: da un lato, lo sport è popolarissimo, ha una forza economica, sociale e comunicativa unica; dall'altro, esso appare sempre più esagerato, sovradimensionato, esasperato. Il rischio immediato è la perdita di credibilità dell'intero sistema. A lungo andare, lo sport potrebbe essere abbandonato sia dagli spettatori sia dai praticanti. La ricerca di nuovi equilibri non potrà prescindere dall'enorme patrimonio di passione, dedizione, spirito di iniziativa, cultura sportiva di tanti dirigenti, tecnici e società sportive. Serviranno: nuove regole; nuove politiche di prodotto; nuovi assetti organizzativi; nuovi sistemi di allocazione delle risorse.

Le virtù nascoste dello sport - di Cesare Scurati

L'educazione fisica non basta - di Sandro Spinsanti
Reinventare una disciplina del corpo. Per far questo occorre superare l'alternativa "dominare o essere dominati dal corpo", fondata sulla dicotomia intelletto/volontà-corpo. Nella concezione antropologica delineata dall'autore, il corpo è visto non come una parte da educare, quanto piuttosto come una via del processo educativo che coinvolge la persona nella sua totalità. La massima disciplina è necessaria per salvare la genuinità dell'essere umano. L'articola esamina quindi come questa visione si rifletta sulle discipline del corpo ai fini educativi e spirituali, nonché sui problemi morali posti dalla pratica sportiva.

"Performance" sportiva a tutti i costi? - di Alessandro Nobili

Le nuove sfide del volontariato sportivo - di Edio Costantini
L'intervento fotografa anzitutto la situazione della pratica sportiva in Italia che risulta organizzata prevalentemente attraverso le istituzioni non profit, malgrado la crescente concorrenza dei club profit e del "fai da te". Vengono poi esaminati i temi relativi al ruolo, al reclutamento, alla formazione e alla fedeltà alla mission del volontario. Si manifesta la necessità di sostenere le forze del volontariato puro con l'inserimento di professionalità a pagamento. D'altro canto, per evitare il rischio di svuotare l'associazionismo, occorre far sì che in quest'ultimo crescano le motivazioni, la formazione, la coesione associativa e la responsabilizzazione in ordine a canoni deontologici ed etici.

APPLICAZIONI

L'ARBITRO / Fuori dal campo nessuno se ne accorge
- di Carlo Mazza

L'ATLETA / Una sfida sempre nuova con se stessi - di Stefania Belmondo

IL "FITNESS MANAGER / In palestra per sudare e socializzare
- di Maurizio Ercolino

IL GIORNALISTA SPORTIVO /Non solo sport - di Italo Cucci

Indicazioni bibliografiche

RUBICHE PER AMBITI PROFESSIONALI

Sanità / Etica medica
Per una bioetica della finitezza umana
- intervista a David C. Thomasma e Renzo Pegoraro

Ambiente / Quale occupazione?
La rete sociale a tutela dell'ambiente
- di Giorgio Osti
I problemi della salvaguardia degli ecostistemi e della sostenibilità dello sviluppo hanno messo in difficoltà i tradizionali processi decisionali e di funzionamento delle istituzioni; le stesse singole discipline scientifiche possono offrire solo risposte parziali e insoddisfacenti. Occorrono piuttosto - secondo lo spirito di Agenda 21 - processi decisionali ampi e responsabilizzanti, che interessino cittadini e comunità locali. L'articolo analizza tre diverse scuole di pensiero formatesi sul tema della partecipazione e del coinvolgimento nelle questioni ambientali: la teoria basata sulla razionalità individuale, quella che fa riferimento alle tradizioni culturali delle comunità, quella che utilizza il concetto di rete sociale, mettendo nel contempo in evidenza l'insufficienza delle spiegazioni monotematiche.

Economia / La crisi delle Borse
Dopo il crack va di moda l'etica
- di Antonio Quaglio

Formazione / Con il cinema
Una visione da interpretare
- di Alberto Agosti
La visione filmica, per le caratteristiche che sono proprie del cinema, è un'esperienza che favorisce il cambiamento ed è quindi utilizzabile in maniera specifica ed intenzionale nei contesti di formazione. Partendo da questa convinzione, l'intervento si sofferma anzitutto sulla preparazione e sui compiti del formatore; tratta quindi del tema della scelta dei film ponendolo il relazione con il significato attribuibile al termine formazione. Come esempio di un utilizzo di film per fare formazione in contesti che richiedono una grande consapevolezza morale o affrontano problemi di ordine esistenziale, l'autore propone e analizza la trilogia di Krzystof Kieslowski costituito da Film blu, Film bianco e Film rosso.

Spazio aperto
Le professioni "devolute" alle Regioni
- di Ivone Cacciavillani


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È soprattutto nei momenti critici e difficili che il richiamo all'etica si fa piú insistente: si reclama maggiore coerenza di comportamenti, si invocano atteggiamenti piú responsabili, si propongono nuove regole, piú giuste ed efficaci. Qualcosa del genere sta avvenendo nel variegato mondo dello sport, da quello professionistico e di performance, tanto esaltato e spettacolarizzato in televisione, a quello amatoriale e ricreativo. È indubbio che il mondo dello sport sia in crisi. E che negli ultimi tempi, poi, l'appello all'etica sia risuonato forte sembra altrettanto fuori dubbio.
La crisi che sta investendo il mondo dello sport è in primo luogo finanziaria, istituzionale e persino formativa, considerato il fatto che in Italia siamo ancora ben lontani dal raggiungere gli standard dei Paesi nord-europei nel riuscire ad avviare i ragazzi che frequentano la scuola a una pratica sportiva stabile. Il modello organizzativo e istituzionale tradizionale, incentrato sulle società sportive federali, con al vertice il CONI, non è riuscito a intercettare la domanda di sport che negli ultimi anni è andata sempre piú diffondendosi. Si è calcolato che quasi un cittadino su tre svolga, in modo piú o meno continuativo, un'attività sportiva; ma solo la metà dei praticanti ha un qualche rapporto con la rete delle federazioni o delle stesse associazioni di volontariato, mentre è sempre piú frequente il caso di chi si indirizza verso il mondo delle palestre e dei club a pagamento o piú semplicemente si organizza da sé (jogging, ginnastica domestica, …). Il fenomeno di per sé non è ovviamente negativo, ma è indice di una trasformazione radicale, che ha trovato impreparati per lo piú gli addetti ai lavori.
Per quanto possa essere fragile e problematico l'assetto organizzativo, è tuttavia l'idea stessa di sport che viene stravolta quando l'esasperazione agonistica o la ricerca a tutti i costi del successo portano a considerare come del tutto normali comportamenti sleali, tentativi di corruzione e persino il ricorso stabile al doping. Purtroppo tutto ciò non è prerogativa delle attività ad alto livello, sempre piú condizionate da enormi interessi economici e dallo sfruttamento pubblicitario: anche a livello di base non è affatto raro assistere, durante qualche competizione minore, all'esplodere di atti di violenza, come pure non è infrequente che i partecipanti a gare dilettantistiche o amatoriali assumano sostanze dopanti.
La drammatica emergenza in cui versa lo sport impone a tutti (atleti, allenatori, dirigenti, medici, farmacisti, giornalisti, ecc.) di ripensare con coraggio alla propria esperienza professionale, senza timore di mettere in discussione stereotipi e abitudini consolidate. La situazione di emergenza richiederebbe innanzitutto di avviare un vasto processo di sensibilizzazione, che potrebbe culminare nell'adozione di codici etici di autoregolamentazione: ciò potrebbe valere per le società e le varie associazioni sportive, comprese quelle di volontariato, per le palestre e per i grandi centri fitness. Siamo tutti sufficientemente smaliziati per concludere che la sottoscrizione di un codice non è affatto risolutiva; tuttavia, il processo che porta alla redazione di un nuovo codice o alla sua riformulazione consentirebbe di precisare meglio i rispettivi diritti e doveri di chi pratica lo sport e del professionista sportivo, e aiuterebbe non poco a far maturare una nuova consapevolezza sportiva ed etica.
Solitamente i codici prevedono degli obblighi nei confronti di altri soggetti, di sé stessi e della professione stessa. È impressionante osservare come, nel caso dello sport, il venir meno di alcuni obblighi basilari nei confronti degli altri (in termini di lealtà o di correttezza) e nei confronti di sé stessi (quando, con l'uso di certi farmaci, si mette a repentaglio la propria salute fisica e psichica) abbia in definitiva tradito l'idea stessa di sport, la quale dovrebbe significare formazione del proprio essere nella sua integralità, nella lealtà della competizione, nell'autotrascendimento, nella valorizzazione del momento ludico e ricreativo. Recuperare l'istanza etica vuol dire in definitiva recuperare il significato autentico dello sport; in caso contrario siamo destinati a rivivere la profezia formulata già negli anni Trenta da José Ortega y Gasset, il quale, constatando il venir meno, nell'"uomo massa", del senso ludico e dello slancio vitale, denunciava l'inevitabile estinzione dello spirito sportivo.
Abbiamo dedicato una particolare attenzione, in questo numero, a David C. Thomasma, membro del Comitato Scientifico della Rivista, che aveva seguito con passione sin dal suo inizio. Lascia un vuoto, ma anche una responsabilità che vogliamo assumerci nella sua memoria, specialmente nell'àmbito dell'etica medica, alla luce dei valori che ispirarono la sua opera e la sua speranza.

I Direttori
Antonio Da Re
Renzo Pegoraro


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