L'Iperico. L'antidepressivo naturale

E le sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche

 
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L'iperico o erba di San Giovanni è una pianta spontanea molto diffusa anche in Italia. È conosciuta e utilizzata dall'uomo fin dall'antichità per le sue proprietà curative in caso di tagli, ferite, scottature, ustioni e per il suo potere rinforzante del sistema immunitario; ma la gamma dei suoi impieghi terapeutici è davvero molto vasta.

Antivirale e antibatterico, negli ultimi anni, grazie alla sua azione energica, è stato riscoperto anche come valido rimedio contro gli stati depressivi e i disturbi nervosi non gravi, quali sbalzi d'umore, tristezza, insonnia.

Per ogni disturbo o disfunzione in cui sono coinvolti stati di esaurimento nervoso o di malessere cronico l'iperico si dimostra efficace e spesso risolutivo. Agendo lentamente e gradualmente in profondità sulla psiche e influenzando la capacità di autocura dell'organismo, è in grado di ripristinare l'equilibrio e la capacità di reagire agli stimoli esterni senza farsene dominare. Inoltre, utilizzato con regolarità, tende a distendere e a rasserenare, esercitando una favorevole influenza anche sulla qualità del sonno.

L'iperico rappresenta un'alternativa dolce e ad azione lenta ai farmaci convenzionali, poiché non mira a risolvere il problema con terapie miracolose ma piuttosto a consolidare quei processi che portano a un riequilibrio anche interiore della persona.


L'Iperico. L'antidepressivo naturale  Giuseppe Chia   Macro Edizioni
 
L'Iperico. L'antidepressivo naturale
E le sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche

Giuseppe Chia



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Introduzione
1. L'iperico tra natura e storia
2. L'anagrafe dell'iperico
3. Iperico e depressione
4. La riscoperta dell’iperico: seconda fase
5. Altre proprietà e caratteristiche deli'iperico
6. Coltivazione, raccolta e preparazione
7. L'iperico nella sfida tra medicina convenzionale e medicina naturale
8. Disturbi e rimedi
Letteratura medica sull’iperico
Indice analitico


L'Iperico. L'antidepressivo naturale  Giuseppe Chia   Macro Edizioni
 
L'Iperico. L'antidepressivo naturale
E le sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche

Giuseppe Chia



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1. L'iperico tra natura e storia
Vedi quel campo gelato dall'inverno? Quel campo non è un semplice campo. È un prato stabile. Adesso lo vedi addormentato sotto il gelo invernale, ma io l'ho visto in giugno, mirabile visione. È qui che vengo a raccogliere l'iperico.
Giù, lì in fondo, c'è un torrentello che anche in estate ha sempre un filo d'acqua e pozze dove l'acqua si raccoglie e moscerini danzano. E da quel ruscelletto sale un'armonia monotona a cullare il bosco di querce e frassini che circonda in alto il campo. La soave litania delle acque si unisce al brusio d'innumerevoli farfalle, api e bombi che fanno la spola senza sosta dal campo alle loro case. Le farfalle, a dir la verità, non sembra proprio abbiano una qualche meta: svolazzano qua e là… Ma adesso cosa si vede di tutto questo?
Questo campo non viene più arato da molti anni. Non conviene, troppo lontano e si guadagna poco a metterci del grano (oggi come oggi non ci sono tante cose che conviene coltivare qui in collina). Ormai qua e là spuntano piante pioniere come rose canine, prugnoli, ginestre, sanguinelli e altro, ma quell'unico taglio a fine maggio riesce a non farle prosperare più di tanto. Vanno anche loro a finire nel fieno e quel fieno con tutte quelle essenze così varie e profumate dev'essere una delizia per le mucche. Ma per il contadino che viene a tagliare questo spoglio, misero prato il lavoro probabilmente non vale il guadagno. E le mucche non parlano.
Il giugno scorso qui ho raccolto la mia scorta d'iperico; le chiazze d'oro scintillavano da lontano nel mattino che diventava giorno. Il taglio di maggio ne aveva rinfoltito i cespi e c'era tanto da lavorare sotto il sole che man mano si alzava a riscaldare il prato. L'iperico è una pianta speciale: non è proprio una pianta da fieno, la sua specialità non sono le foglie, anzi non credo proprio che gli animali la mangino volentieri, se non forse quando è molto giovane. Cresce bene dove la presenza dell'uomo si sente poco, nei prati incolti e abbandonati, poco fertili ma dove l'umidità nel terreno si trattiene a lungo. Le sue radici poco profonde non le permettono di andare a cercarsi l'acqua in profondità come fanno le classiche piante da foraggio (erba medica, trifoglio, lupinella). Per questo è necessario che il terreno presenti una spessa cotica erbosa che trattenga bene e a lungo l'umidità. Nei terreni messi a coltura da poco ciò non è possibile perché manca questo manto di materiale vegetale in decomposizione che copre tutto il terreno e funge da spugna. In questi terreni è difficile trovare l'iperico perché questa pianta si propaga per dissemina spontanea. Dopo che il primo seme arriva da chissà dove, a poco a poco forma la sua colonia. Ma forse non sono abbastanza chiaro.
Adesso ti spiego… Questa pianta – qua si vedono ancora gli steli duri e diritti sopravvissuti perfino al carico della neve – è davvero speciale, un genio vagabondo. Non va bene, ad esempio, raccoglierlo troncando la pianta alla base perché questo costringerebbe la pianta a formare di nuovo tutto il suo apparato per arrivare di nuovo al fiore (che è il suo compito supremo). Potrebbe non farcela e quindi non potendo arrivare di nuovo al fiore, non riuscirebbe neppure a formare le capsule dei semi che poi in autunno rompendosi allargheranno la famiglia dalla pianta madre tutto intorno. Le nuove piantine spuntano di solito in primavera. Raccogliere la pianta intera troncandola alla base equivarrebbe dunque a contribuire alla sua rarefazione.
Ti porterò qui di nuovo in giugno, se vorrai, così mi aiuterai nella raccolta e vedrai quel poco che c'è da imparare. Puoi tranquillamente recidere con delle belle forbici affilate i vari rametti che in alto formano l'ombrello d'oro oppure usare le mani e troncare delicatamente con le unghie le cime fiorite. Questo non castiga troppo la pianta che emetterà altri numerosi rametti per portare a termine la sua missione e poi formare i semi. Così l'anno successivo la popolazione sarà ancora cresciuta.
Ma adesso basta, torniamocene a casa. Il sole sta sciogliendo il gelo e fra poco qui sarà tutto fango. Guarda bene dove metti i piedi, attento a non scivolare. Il torrente, il bosco, il prato li rivedremo in giugno, quando lo scheletro vivente e informe che abbiamo davanti si sarà rivestito del suo stupendo manto vegetale.

1.1. Le feste d'inizio estate e l'erba di San Giovanni
«The young maid stole through the cottage door
And blushed as she sought the Plant of pow'r:
‘Thou silver glow-worm, O lend me thy light,
I must gather the mystic St. John's wort tonight,
The wonderful herb, whose leaf will decide
If the coming year shall make me a bride».

L'iperico è una pianta dai molti nomi e dalla lunga storia. Il fatto che l'inizio della sua fioritura coincida con l'inizio dell'estate ha creato nelle tradizioni di molti popoli un'associazione tra il mistico e il religioso fra feste d'inizio estate e iperico. A ciò è dovuto il nome di erba di San Giovanni (San Giovanni Battista e non San Giovanni l'evangelista) diffuso in molte nazioni europee. Lo stesso San Giovanni Battista può essere ritenuto il più pagano dei santi (essendo nato prima di Gesù) e allo stesso tempo il santo più legato alla natura selvaggia. Sembra, inoltre, che sia l'unico santo di cui si festeggi la nascita e non la morte. Molte statue stranamente lo raffigurano con le corna costringendo gli iconografi di stretta ortodossia a giustificare la presenza delle corna travestendole da raggi di luce e quindi strumenti di rivelazione divina. In realtà è molto facile che la figura di San Giovanni Battista non sia altro che la trasformazione di divinità e figure mitologiche pagane, come i satiri o lo stesso dio Pan, insomma una divinità dei boschi sopravvissuta all'avvento del cristianesimo.
Ma probabilmente c'è di più. San Giovanni potrebbe essere la trasfigurazione cristiana dei culti dell'albero diffusi un po' dovunque4; l'uomo, quindi, come emanazione del mondo della natura, il volto selvaggio che sporge dalle variegate ghirlande vegetali che adornano le facciate delle chiese gotiche di mezza Europa. Ma, se vogliamo andare ancora più in profondità, dobbiamo citare almeno la raffigurazione del mondo di molte culture pagane antichissime. Nella maggior parte di queste culture il dio del sole viene presentato sotto due personalità diverse, alterne e rivali: il dio della luce e il suo gemello, il dio delle tenebre. Le due divinità sono in costante lotta per assicurarsi i favori dell'unica dea, la Natura o Grande Madre. Il dio della luce nasce durante il solstizio d'inverno (nell'età cristiana il Natale) e la sua forza cresce man mano che le ore di luce aumentano fino a raggiungere il massimo della sua forza durante il solstizio d'estate, il giorno più lungo che dà inizio all'estate e, per molti popoli, il giorno della festa di San Giovanni. Il dio delle tenebre nasce durante il solstizio d'estate e la sua forza cresce col diminuire delle ore di luce, fino a morire il giorno del solstizio d'inverno (la notte più lunga). Questo modello di morte-rinascita non esclude le grandi figurazioni della religione cristiana, che, anzi, proprio legandosi a questi miti, diventò nei secoli vera religione del popolo, se non della natura. La luce del mondo, il Gesù che nasce durante il solstizio d'inverno, è l'agrifoglio, l'abete, il sempreverde. Il dio delle tenebre, Giovanni Battista, è la quercia che all'inizio di giugno ha già cominciato a rivestirsi delle sue nuove foglie, tenere e traslucide. Per questo San Giovanni Battista è l'unico santo di cui si festeggia la nascita e non la morte.
I solstizi rappresentano dunque le due nascite mentre i due equinozi, d'inverno e primavera, rappresentano il culmine della lotta fra i due impulsi di luce e tenebra, variamente celebrati come feste primaverili della rinascita (Pasqua) e come feste autunnali del raccolto. Non stupisce quindi che le feste celebrate la vigilia di San Giovanni in età cristiana non fossero altro che riedizioni delle feste che dall'alba dei tempi hanno celebrato l'inizio dell'estate; e quale pianta meglio dell'iperico, i cui primi fiori compaiono proprio intorno a quel periodo, poteva essere associata al nome del santo e indirettamente alla celebrazione della nuova stagione?
Molte tradizioni popolari si sono sviluppate intorno alla pianta e alla ricorrenza della festa di San Giovanni. Boccioli e fiori d'iperico erano considerati efficaci per tenere lontane le influenze maligne e invocare la fortuna. Portare mazzi di iperico in casa la vigilia di San Giovanni avrebbe protetto la casa dagli spiriti maligni, dagli incendi e dalle streghe. La sera o addirittura la notte della vigilia le giovani in età da marito avevano l'abitudine di raccogliere un rametto d'iperico e, se i suoi fiori erano ancora freschi il mattino dopo, le possibilità di diventare una sposa felice erano buone, fosche e tristi in caso contrario. Altri scopi divinatori erano destinati a saggiare con la stessa metodica la longevità di una persona. Un'altra usanza legata alla pianta e al santo era di dormire quella notte con un rametto fiorito d'iperico sotto il cuscino. Allora in sogno sarebbe apparso il santo che avrebbe benedetto la persona impedendone la morte durante l'annata a venire. Usanze simili sono condensate in quest'altra poesia popolare inglese:

«St. John's wort doth charm all the witches away
If gathered at midnight on the saint's holy day
And devils and witches have no power to harm
Those that do gather the plant for a charm:
Rub the lintels and post with that red juicy flower
No thunder nor tempest will then have the power
To hurt or to hinder your houses: and bind
Round your neck a charm of a similar kind».

Queste feste fondamentalmente gioiose e pagane erano diffuse un po' dovunque ma soprattutto nei paesi nordici, dove il controllo della Chiesa è sempre stato meno capillare e asfissiante.
Dopo il tramonto si accendevano grandi fuochi che dovevano sia riscaldare e illuminare i festeggianti che scacciare gli spiriti ostili purificando l'aria per dare il benvenuto alla buona stagione e forse anche (perché no?) concimare i campi con le ceneri che rimanevano. E quelle ceneri avevano certamente il potere di assicurare buoni raccolti, sia perché la cenere è uno dei migliori concimi naturali esistenti sia per il significato rituale-religioso che essa acquisiva. Molti come segno di buon augurio e di coraggio, saltavano attraverso i fuochi, mentre gli stessi villaggi e le case venivano addobbati con fronde verdi di betulla, rose e trifoglio; le fanciulle in particolare portavano nei capelli rametti di iperico fiorito o verbena (altra erba associata all'inizio dell'estate) per rafforzare lo spirito davanti alle tentazioni o secondo altri per predisporsi all'amore o all'incontro col compagno di tutta una vita.
L'intento di queste feste era anche e soprattutto il vivere intensamente il rapporto con la natura e i suoi ritmi; la festa di San Giovanni rappresenta il punto culminante dell'estate, la sua massima intensità, dopodiché le giornate cominciano ad accorciarsi. Per questo la data si riempie di contenuti magici: fate e streghe si riuniscono a celebrare i loro riti all'aperto, i serpenti fanno il nido e depongono le uova, erbe magiche e sortilegi e tanti altri elementi si saldano insieme a creare un'occasione speciale e unica nel corso dell'anno.
L'iperico in questo contesto, coi suoi fiori giallo oro, rappresenta indubbiamente il sole al massimo della sua potenza, il suo simbolo e talismano; ma evidentemente qualcos'altro – e questo qualcos'altro non può essere stato che la sua reale, comprovata efficacia – ha spinto a scegliere esattamente questa pianta fra tante altre per celebrare l'estate e il sole. E questo ci conduce fuori dall'ambito e dal nesso di magiche superstizioni legate alla festa di San Giovanni e a esplorare altri usi e costumi legati a questa pianta.

1.2. Paracelso e l'iperico
Lo svizzero Teofrasto Bombast von Hohenheim detto Paracelso (1493-1541) – medico, naturalista e filosofo, alchimista, astrologo e altro ancora – fu una delle figure più affascinanti di quel periodo intermedio che dalle nebbie del Medioevo si apre verso le ampie e solari prospettive del Rinascimento.
Dopo aver studiato medicina a Ferrara, girò in lungo e in largo l'Europa (secondo qualcuno anche l'Asia) diffondendo le sue idee e un modo nuovo di sentire e vedere il mondo che avrebbe contribuito non poco alla nascita della scienza moderna.
Secondo Paracelso, Dio ha creato l'uomo perché voleva che attraverso l'uomo tutti i segreti dell'universo venissero svelati. L'uomo quindi può conoscere tutto portando a termine l'opera della natura. L'idea di uomo che promana dagli scritti e dalle opere di Paracelso non è più quella di un essere che passivamente accetta le idee rivelate dell'ortodossia e della religione ma di colui che effettua una continua ricerca; il filosofo è un uomo che lavora alla comprensione dei misteri della natura e questa comprensione non è data una volta per tutte ma è in continuo divenire. La natura, lungi dall'essere materia morta e muta abbandonata da Dio, diventa un organismo vivente in cui tutto trova posto su un piano di pari dignità. Anzi, la conoscenza del microcosmo in cui è inserito l'uomo aiuta a comprendere il macrocosmo, i principi di funzionamento dell'universo intero. Bisogna quindi imparare a leggere i messaggi e il linguaggio della natura, il linguaggio e i messaggi che provengono da piante, minerali e così via. Per avere piena conoscenza di una pianta e della sua specifica virtù «il naturalista deve origliare il suo meccanismo interno. In altre parole, c'è un elemento all'interno del naturalista […] che corrisponde a questa particolare pianta e che, con un atto di attrazione simpatetica e magnetica, deve congiungersi con essa. Egli quindi acquisterà conoscenza dell'oggetto in questione, con e attraverso la persona come un tutto… questa scienza è identica alla scienza intrinseca alla pianta, la scienza che insegna all'albero di pero come fare le pere […]».
È questa la base teorico-metafisica per capire la dottrina delle segnature. Secondo Paracelso, Dio ha messo un segno in ogni pianta per aiutare l'uomo a capire che utilizzo farne. Bisogna dunque cercare questo segno (segnatura) nella natura della pianta, nel suo portamento, colore, forma. Questa dottrina delle segnature si applica particolarmente bene al caso dell'iperico: tutto ciò che Paracelso, infatti, desume dalle caratteristiche della pianta si è dimostrato vero quanto a proprietà curative della stessa. Per Paracelso, dunque, i forellini che si intravedono nel fusto della pianta (da qui l'aggettivo perforatum) e le minuscole macchioline presenti sulle foglie sono un sicuro indice che la pianta serve a curare e guarire le affezioni di tutti gli orifizi interni ed esterni della pelle; il rosso color sangue che lasciano sulle dita i fiori quando sono strofinati indica che la pianta può essere usata per curare ferite e lesioni. E più in generale: «Niente caccia via le malattie come la forza. Perciò dovremmo cercare delle medicine che abbiano il potere e la forza di vincere qualsiasi malattia… Dio ha dato al Perforatum (cioè all'iperico) la forza di cacciar via i fantasmi della natura e anche i vermi e le fratture ossee e ogni forma di malinconia e depressione… è veramente una medicina universale…». Ecco, una volta tanto, che dall'osservazione attenta di un fenomeno naturale si perviene alla comprensione dei meccanismi di azione, delle forze e degli impulsi attivi in un organismo vivente. Non sono quindi i materiali morti che costituiscono la pianta a rivestire importanza, ma gli impulsi che in quella pianta sono all'opera. È allora oltremodo rilevante che questi impulsi siano conservati nel preparato che da quella pianta deriverà per la cura dell'uomo. Quali impulsi sono attivi, dunque, nella foglia, nel fiore o nel frutto e quale sarà il periodo migliore durante la giornata per la raccolta della pianta? Visto che l'iperico viene considerato una sorta di pianta-magazzino di energia solare e visto che questa energia solare è in crescita nella prima parte del giorno, sarà opportuno e necessario, per avere i massimi benefici dall'uso della pianta, raccoglierla nella mattinata.
Ma come si esplica poi l'azione terapeutica della pianta secondo la dottrina delle segnature? È ovvio che in ogni epoca l'uomo ha sempre cercato di costruirsi un'immagine del mondo adeguata alle condizioni del tempo. In altri termini, se nel Cinquecento Paracelso avesse avuto a disposizione un moderno laboratorio di analisi, la dottrina delle segnature non sarebbe probabilmente esistita. In effetti, però, essa rappresenta davvero un tentativo molto sofisticato di spiegarsi la malattia e il come giungere a una sua risoluzione nell'ambito di quei pochi strumenti diagnostici allora a disposizione. La dottrina delle segnature ha molti punti in comune con l'attività di quei preparati che chiamiamo vaccini o anche con i preparati omeopatici; in più ha anche un innegabile fascino poetico. Quando un vaccino penetra nell'organismo umano non fa che esporlo a una malattia in forma molto attenuata. Il preparato fitoterapico si basa sull'attenta osservazione di una pianta (dove e come cresce) per poi trovare analogie tra il (com)portamento della pianta e quanto avviene nel nostro organismo. L'assunzione della pianta non fa che esporre l'organismo allo stesso processo attivo nella pianta.
Nella pianta questo processo fa parte della sua natura, non è causa di malattie. Introducendo nel nostro organismo la pianta superiamo, riconduciamo a un equilibrio, quel processo che altrimenti porterebbe alla malattia.
L'opera di Paracelso, lungi comunque dall'essere un tutto organico e ben strutturato, rappresenta veramente un mirabile concentrato di impulsi, che porteranno poi, a distanza di tempo, alla nascita di molti importanti orientamenti della scienza moderna, ortodossi e non. Un altro importante contributo di Paracelso che ci piace ricordare è il forte impulso da lui dato alla riscoperta delle piante indigene europee (l'iperico è una di queste) in aperto contrasto con la grande enfasi posta al tempo sull'utilizzo di erbe e spezie esotiche a volte carissime, riservate ovviamente solo agli aristocratici del tempo.

1.3. L'iperico nei secoli – Come è fatta la pianta
Da un famoso erbario inglese del 1600 riportiamo: «La comune erba di San Giovanni manda fuori steli marrone-rossiccio, duri e diritti, alti 60 centimetri da cui si dipartono molti rami con foglie opposte l'una all'altra. Le foglie sono di un colore verde profondo, piccole e piene di minuscoli forellini, che non si possono vedere se non quando messi controluce. In cima agli steli e ai rametti si trovano fiori gialli con cinque petali con in mezzo molte macchioline rosse che, se strofinate, rilasciano un succo rosso come sangue; dai fiori si formano capolini rotondi in cui è contenuto un piccolo seme nerastro… La radice è dura e legnosa con molte fibre di colore marrone e rimane nel terreno molti anni con nuovi germogli a ogni primavera.
La pianta cresce nei boschi ombrosi o esposti al sole. Fiorisce intorno all'inizio dell'estate e in luglio e il seme matura a fine luglio o in agosto.
L'erba di San Giovanni serve come altre piante per curare ferite (anche interne), lesioni e contusioni, bollito nel vino e bevuto o preparato in olio o unguento, nell'acqua del bagno o come lozione per uso esterno. Ha il potere di aprire le ostruzioni, di dissolvere i gonfiori e richiudere le labbra delle ferite, di rafforzare le parti che sono deboli e fragili.
Il decotto delle foglie e dei fiori, o in special modo quello dei semi nel vino, oppure il seme ridotto in polvere e bevuto con succo di cento nodi aiuta a sputare o vomitare sangue, sia esso provocato dalla rottura di una vena interna che da lesioni, cadute o altro. Gli stessi preparati sono di aiuto a coloro che sono morsi o punti da bestie velenose di ogni genere e servono anche a coloro che hanno calcoli renali o che non riescono a fare acqua e provocano le mestruazioni. Pochi grammi di erba di San Giovanni ridotti in polvere e bevuti in un po' di brodo espellono gentilmente la bile o il sangue raggrumato nello stomaco. Il decotto di foglie e semi bevuto caldo prima di avere le fitte di febbre terzana o quartana le allevia e, se bevuto spesso, le fa sparire. I semi bevuti per quaranta giorni continui aiutano a guarire la sciatica, il mal caduco e le paralisi. L'erba di San Giovanni è sotto il segno del Leone e sotto il dominio del sole […]».
Già in questo breve brano, oltre a una bella ed efficace descrizione della pianta, troviamo condensati i vari utilizzi empirici e popolari dell'iperico. In queste parole di Culpeper vediamo ancora una volta all'opera la dottrina delle segnature di Paracelso, che influenzerà in modo sotterraneo tutti i cultori di scienze naturali dal Seicento in poi; in particolare, il nesso che ha portato a consacrare la pianta come rimedio contro le affezioni derivanti da ferite, emorragie e simili. Il rosso che lascia sulle dita lo strofinare i petali dei fiori d'iperico e forse, ancor di più, il perforatum del nome che rimanda alle apparenti fessure nello stelo, collegano la pianta al sangue. L'armonia e la simmetria con cui sono disposte le foglie sul fusto diritto, che tende senza tortuosità verso l'alto, evocano nella mente forza ed equilibrio, mancanza di unilateralità, un carattere deciso e un compito preciso da svolgere: accumulare nei suoi fiori e semi il calore e la luce dell'estate. Il fusto ha una caratteristica molto peculiare, poco comune nella maggior parte delle piante (che hanno stelo rotondo o a sezione quadrata): due rilievi che salgono lungo lo stelo e che la natura ha probabilmente fornito all'iperico per rinforzarne il fusto di per sé abbastanza fragile. In realtà la pianta contraddice in modo vistoso questa apparente fragilità; infatti, anche in pieno inverno, quando tutta la pianta è ormai secca (come se rientrasse nel terreno) rimangono ben visibili questi steli marrone-rossi a segnalare la presenza della pianta.

1.3.1. Avanti e indietro nel tempo
Molti dei nessi intuiti, razionalizzati, spiegati e messi sulla carta da Paracelso, in realtà erano già noti fin dall'antichità. È fin dall'antichità, infatti, che l'iperico è pianta principe di medici e ospedali militari per trattare e far cicatrizzare velocemente ferite, arti amputati e, per estensione, per la cura di ulcere di vario genere. Sembra, fra l'altro, che i veri protagonisti della diffusione dell'iperico nelle varie regioni europee siano stati proprio i soldati romani che, oltre alle ferite, curavano e alleviavano con l'olio di iperico i dolori ai piedi messi a mal partito da lunghe ed estenuanti marce. Il decotto serviva, inoltre, per guarire renella e ulcere dell'uretere, disturbi dei reni, gotta e reumatismi. Connessi a questi che chiameremo utilizzi medici fondamentali dell'iperico – cura di ferite/emorragie/ulcere, cura di disturbi connessi a un eccesso di umidità nell'organismo, antidoto alla tristezza e alla malinconia – vi sono altri utilizzi, più o meno estesi nella tradizione popolare e poi riportati nei pochi testi (soprattutto erbari) che nelle varie nazioni saranno pubblicati fino all'inizio del Novecento. Fra questi: l'infuso (per spurgare il catarro dai polmoni o purificare intestini e percorsi urinari) e la lozione a caldo da applicare su traumi alla colonna vertebrale e per guarire piaghe, contusioni e altre affezioni della pelle.
Dal Cinquecento in poi, comunque, e per gran parte dei secoli che seguiranno, l'uso dell'iperico nella tradizione popolare è legato a ciò che ne dice Paracelso, il che a sua volta non è altro che la conferma di quanto già si praticava nell'antichità greca e romana. Il greco Dioscoride, ad esempio, nel suo De Materia Medica elenca quattro specie di iperico utili per guarire sciatica, purgare i condotti della bile e trattare le scottature. Alcune specie sono raccomandate anche come diuretici e per stimolare le mestruazioni. Il decotto dei semi bevuto per 40 giorni di seguito poteva essere usato contro le febbri ricorrenti (forse anche malariche).
Plinio il Vecchio nella sua monumentale Historia Naturalis (spesso, bisogna dire, poco affidabile quanto ad accuratezza perché Plinio più che altro raccoglieva e collezionava usi e costumi senza preoccuparsi di appurarne l'efficacia) si limita a raccomandare l'erba contro il morso dei serpenti velenosi e a testimoniare il suo utilizzo per curare le ferite dei gladiatori. Fu Galeno, però, grande medico greco trasferitosi a Roma nell'epoca di Marco Aurelio (II secolo dopo Cristo), a fare dell'iperico una vera pianta medicinale per il trattamento delle malattie connesse a un eccesso di umidità nel corpo, come forza in cui sono condensate le energie curative della luce solare (caldo-asciutto contro freddo-umido) contrapposta al freddo dell'inverno e per analogia anche per quegli stati mentali assimilabili al grigio della nebbia (malinconia, depressione).
Le raccomandazioni di Galeno – molto simili già allora a una dottrina della segnatura – divennero vere e proprie prescrizioni per guaritori e medici futuri fino a trovare conferma nella medicina di Paracelso, il quale a sua volta avrebbe influenzato medici e guaritori dei secoli a venire. Le tradizioni popolari ovviamente continuarono, a prescindere dalle opere pubblicate. Sappiamo, ad esempio, che anche in Russia il suo utilizzo medicamentoso era molto diffuso e sarebbe interessante approfondire l'argomento. Per inciso, sappiamo che varietà di iperico diverse dal perforatum venivano usate anche dagli indiani d'America per utilizzi fondamentalmente simili a quelli già descritti, con qualche novità: come vermifugo, contro la diarrea, per provocare l'aborto, per arrestare le fuoriuscite di sangue, come cura per la pelle e contro il morso di serpenti. La varietà perforatum venne, a quanto sappiamo, portata in America dai coloni europei e si è poi diffusa spontaneamente un po' dappertutto, fino a provocare delle vere e proprie emergenze perché l'effetto fotosensibilizzante dell'iperico danneggiava e danneggia il bestiame al pascolo.
Sempre a proposito delle diverse specie di Hypericum (circa 370, diffuse dall'Europa all'estremo oriente e al Nord Africa, in regioni montuose tropicali e non), ne citeremo alcune per segnalare l'ubiquità della pianta – l'habitat e la provenienza sono per lo più indicati dal nome della pianta – e gli utilizzi medicinali tradizionali che combaciano con quelli già descritti (cura di ferite, punture d'api, morsi di cani e altre bestie, infezioni cutanee): Hypericum aethiopicum, H. crispum, H. revolutum, H. canariense, H. glandulosum, H. grandifolium, H. erectum, H. hookerianum (India), H. japonicum (Cina e aree circostanti), H. patulum o uralum (dall'India agli Urali). Su alcune delle specie nominate torneremo anche in seguito per alcuni studi su di esse svolti, senza ovviamente allargare troppo il campo perché ci porterebbe davvero molto lontano, in territori connessi a discipline come l'etnofarmacologia che non sono però di pertinenza di questo scritto.

1.4. Il nome iperico
«Etimologicamente il nome Hypericum deriva da hyper (sopra) e eikon (immagine): Linneo lo spiega con l'immagine che appare sui petali.
Per altri autori il nome deriva dal verbo upereidofal (vedo oltre, mostro me stesso) come riferimento ai puntini trasparenti sulle foglie […].
Secondo altri autori, il nome deriva da hypo (sotto) e erikn o ereikn (erica), indicando una pianta che cresce sotto l'erica. Infine, secondo altri botanici, l'origine viene da hyper (sopra) e eikon (immagine, nel senso di spettro) e significa magico, “quasi al di sopra degli spettri”, perché la gente credeva nelle sue misteriose proprietà esorcistiche, oppure perché mette radici su vecchi monumenti (eikon = simulacrum)».

1.5. Il declino della medicina delle erbe
Mentre l'uso dell'iperico continuava a livello popolare ed empirico, l'approccio alla medicina mutava col mutare dei tempi, allontanandosi progressivamente dai rimedi del passato e perseguendo prospettive sempre più legate a una visione atomistica sia dell'uomo che della malattia. Si impone gradualmente infatti una concezione di scienza che ha al suo primo posto non già l'obiettivo della conoscenza come grande impresa spirituale e destino dell'uomo (Paracelso) ma quello del conoscere per possedere e utilizzare, una scienza che tende a scomporre più che a ricomporre e che sempre più si propone come unica possibile visione del mondo e della realtà, escludendo, spregiando e svilendo tutto ciò che non è misurabile, quantificabile, riproducibile e trasferibile in dati e numeri. La Rivoluzione industriale non fa che accelerare questo processo portando all'emarginazione tutte quelle correnti di pensiero che non accettano o rientrano nella prospettiva prima delineata. Le cure tradizionali a base di erbe vengono ora relegate nella categoria superstizione. Qualunque concetto o visione del mondo che non rientri in questa categoria di scienza è superstizione. Il punto culminante di questa tendenza storica è oggi sotto gli occhi di tutti.
Il fatto che nel 1830 un chimico tedesco di nome Buchner isolasse l'ipericina dall'iperico, lungi dal segnalare una ripresa dell'interesse della scienza ufficiale per le proprietà curative della pianta, ci fa capire che ormai ha preso piede un ben diverso modo di intendere le piante e la natura: la nuova sostanza non aveva, infatti, scopi medicinali ma quello di essere usata come colorante rosso. La tendenza sempre più marcata che percorre tutto l'Ottocento e buona parte del Novecento è quella di considerare la natura (e quindi anche piante e animali) non come parte del comune destino e operare dell'uomo ma, invece, come risorsa da sfruttare economicamente.
Un lungo oblio, almeno dal punto di vista della medicina ufficiale, comincia per l'iperico come per l'approccio naturale alla cura delle malattie. Nasce e si sviluppa la chimica e l'industria del farmaco. La riscoperta dei rimedi naturali è cosa recente.
Due figure notevoli fanno eccezione in questa tendenza che sempre più prende piede nell'Ottocento e che trionfa nel secolo successivo: la figura di C.F. Samuel Hahnemann (1755-1843), fondatore della medicina omeopatica, e quella dell'abate Sebastian Kneipp (1821-1897). Entrambi attribuirono notevole importanza all'iperico ma ebbero scarso influsso sulla medicina ufficiale del tempo. L'abate Kneipp raccomanda l'olio di iperico per contusioni, dolori da artrosi, nevralgie e altri dolori in genere (per gli utilizzi dell'iperico in omeopatia vedi la sezione apposita).
Nonostante queste ed altre tendenze della medicina che chiameremo naturale fossero del tutto rifiutate dalla medicina convenzionale del tempo, anzi ostacolate e a volte ridicolizzate in tutti i modi possibili, esse riuscirono ugualmente a costruirsi un loro seguito (formato anche da persone di un certo prestigio sociale) che dalla Germania si estese via via in tutto il mondo.
Fu soprattutto il fatto che persone di elevato livello culturale si facessero sostenitori di queste pratiche mediche a impedire che anch'esse fossero relegate nella superstizione. Sia l'omeopatia che l'approccio dell'abate Kneipp sono, infatti, oltre che varianti di medicina, veri e propri sistemi di pensiero e come tali non potevano essere cancellati con un colpo di spugna.
La stessa cosa dicasi per la medicina antroposofica introdotta da Rudolf Steiner dal 1920 in poi. Senza approfondire in questo contesto un discorso che ci porterebbe troppo lontano, è già incredibile che un approccio medico come quello di Hahnemann, un orientamento che nei suoi principi di base è quanto di più lontano si possa immaginare dai principi della cosiddetta scienza moderna, sia riuscito a sopravvivere e a prosperare nell'epoca del positivismo imperante.
Evidentemente, una parte dell'umanità ha saputo mantenere i piedi per terra, nonostante il rombo fragoroso di ferrovie, fabbriche e navi a vapore.
Omeopatia, metodo Kneipp e antroposofia nascono e si sviluppano nelle nazioni di lingua tedesca, le stesse nazioni in cui più attiva e di lungo respiro era stata l'opera e la fama di Paracelso.
E d'altra parte cos'è la ricerca della quintessenza di Paracelso se non il rimedio omeopatico incapsulato in un minuscolo granulo?
Questa continuità è quindi una sorta di marchio distintivo (certamente non una scuola o una dottrina ufficiale) a cui dobbiamo oggi veramente tanto.
In questo nesso di tipo storico-filosofico troviamo il bandolo della matassa che ha permesso la riscoperta della medicina naturale e della fitoterapia in anni recenti.
E ciò ci riporta immediatamente all'iperico e alla sua riscoperta nell'epoca attuale.

1.6. La riscoperta dell'iperico
Uno dei fattori più importanti che ha condotto in tempi recenti alla riscoperta dei poteri di quest'antichissima pianta fu la pubblicazione di uno studio sul British Medical Journal nell'agosto del 1996. In questo studio vennero esaminati e confrontate 23 diverse ricerche svolte soprattutto in Germania, per un totale di 1.757 persone o pazienti coinvolti. Per molti studiosi, medici e scienziati fu la prima volta che su una rivista scientifica di fama internazionale si poteva leggere – probabilmente in modo del tutto inatteso – qualcosa che avesse il timbro dell'ufficialità sul tema dell'iperico e del suo uso contro la depressione. L'epitome della meta-analisi («l'estratto d'iperico è più efficace del placebo nel trattamento di disturbi depressivi di tipo medio o moderato») risuonò come un buon inizio. L'iperico, dunque, aveva dimostrato la sua utilità nel trattamento della depressione. Scarso risultato, invero, quello di far meglio di un placebo. Ma spesso – non ci si pensa molto ma è così – è la stessa idea di essere sotto cura, l'idea e il sentimento, l'emozione che qualcuno si stia interessando di te a predisporre la parte profonda di un paziente a un pronto processo di guarigione. Oppure: il nostro organismo ha già trovato da solo la via della guarigione, che ci diano una pillola vera o una finta ha poca importanza.
Un fattore molto importante e dalle ampie ripercussioni che ha permesso la riscoperta dell'iperico è stato senz'altro quello dei cosiddetti effetti collaterali o secondari. L'iperico non aveva dimostrato, nei vari studi sottoposti ad analisi comparata, alcun effetto collaterale degno di nota (vedi Tabella). In altri studi vennero registrati solo qualche disturbo di stomaco nel 2% dei partecipanti e qualche reazione allergica di tipo cutaneo nello 0,4%. Questo, come vedremo, non si verificherà molto spesso in altri studi svolti successivamente. La maggior parte dei 23 studi presi in esame nella meta-analisi del British Medical Journal aveva assegnato a caso i pazienti a tre gruppi diversi, uno trattato con estratto d'iperico e gli altri due trattati o con placebo o con un antidepressivo convenzionale. I medici avevano analizzato i pazienti sia all'inizio che alla fine dell'esperimento, utilizzando le valutazioni standard accettate a livello internazionale sui vari tipi di depressione (già, cos'è la depressione, come si fa a misurarla e a dire quando è lieve, media o moderata, o addirittura grave? Ci devono essere ovviamente degli standard internazionali riconosciuti che vedremo velocemente in seguito).
Lo studio-analisi comparata fu dunque solo un inizio brillante: l'iperico era sì più efficace del placebo, ma nessuno si sentì di affermare in modo chiaro che era superiore ai vari antidepressivi; erano necessari altri studi! Il novanta per cento degli articoli sulle riviste scientifiche internazionali si conclude così: sono necessari altri studi. Inoltre, otto settimane (tanto erano durate per lo più le varie prove) erano ancora poche per avere un'idea chiara sull'efficacia dell'iperico a lungo termine e questo a maggior ragione se bisognava confrontarlo con altre sostanze di sintesi destinate alla cura delle forme di depressione più gravi.
Ciò poneva e pone un altro problema: il mercato degli antidepressivi era ed è in continua espansione, nuove formule e nuovi prodotti compaiono sul mercato a distanza di mesi; in più ogni farmaco va adattato alle caratteristiche individuali di ogni paziente. Difficile dunque fermarsi e mettere la parola fine rispetto a qualcosa di così complesso come la depressione che coinvolge milioni di individui; bisogna continuamente sperimentare e ricercare nuovi farmaci più efficaci e al contempo privi di effetti secondari, in un'attività senza sosta che è diventata col tempo una vera e propria catena… di montaggio, una vera e propria industria di cui studiosi e ricercatori sono parte rilevante.
I preparati a base d'iperico utilizzati per le prove, inoltre, erano quanto di più lontano dallo standard si possa immaginare: estratti liquidi, capsule, pasticche, erba macinata; di conseguenza anche il dosaggio aveva posto seri problemi. I risultati furono dunque definiti semplicemente incoraggianti, promettenti. Il processo era comunque avviato e presto vennero pianificati molti altri studi sia in Europa che negli Stati Uniti.
In quest'ultimo caso, però, l'intento principale di studi e ricerche sembrò essere quello di verificare – se non mettere in dubbio – la veridicità dei risultati raggiunti dai ricercatori tedeschi a favore dell'utilizzo di iperico, più che confermarne l'efficacia e i vantaggi per la salute pubblica. È anche vero, però, che negli Stati Uniti le case farmaceutiche sembrano avere diversi problemi a ricavare adeguati profitti da un investimento destinato a scoprire eventuali benefici derivanti dai cosiddetti semplici, cioè dalle piante, principalmente perché è molto difficile brevettare e sfruttare a scopi commerciali eventuali principi attivi da esse derivati. Questa biforcazione obbligata – o il farmaco di sintesi oppure il mercato quasi selvaggio e senza regolamentazione dei supplementi – crea enormi squilibri per il pubblico statunitense.
Due anni prima, negli Stati Uniti, su una rivista un po' meno prestigiosa e nota del British Medical Journal, denominata Journal of Geriatric Psychiatry and Neurology – una rivista destinata soprattutto a specialisti di geriatria e problemi delle persone anziane – era stato pubblicato un numero speciale interamente dedicato all'iperico. Il titolo del numero speciale parlava chiaro: Hypericum: A Novel Antidepressant.
Si trattava di ben 17 documenti di ricerca (per la maggior parte di studiosi tedeschi) tutti puntati sull'importanza dell'iperico nel trattamento di disturbi più che altro mentali degli anziani. Scorriamo velocemente qualcuno dei titoli degli articoli inseriti in questo numero speciale per capire un po' meglio le novità: Inibizione di MAO da parte di frazioni e componenti dell'estratto d'Hypericum, Studio multicentrico (cioè: che si svolge presso vari ospedali o ambulatori) in doppio cieco (cioè: né il paziente né il dottore sanno cosa c'è effettivamente nella sostanza che si sta provando, ossia se dentro c'è il farmaco o se è semplicemente un placebo) sull'efficacia antidepressiva dell'estratto d'Hypericum, Efficacia e tolleranza dell'estratto d'Hypericum LI 160 comparato a maprotilina: studio multicentrico in doppio cieco, Trattamento delle depressioni lievi con sintomi somatici mediante Hypericum, L'Hypericum nel trattamento dei disturbi affettivi stagionali (SAD), Effetti dell'estratto d'Hypericum sull'espressione dei recettori della serotonina, Effetti dell'estratto d'Hypericum sull'elettroencefalogramma di pazienti anziani durante il sonno, Inibizione di MAO e COMT da parte di estratti d'Hypericum e ipericina, Efficacia e tolleranza dell'estratto d'Hypericum LI 160 in confronto a imipramina: studio randomizzato (cioè in cui la scelta dei pazienti ai quali somministrare le sostanze oggetto di esperimento viene fatta a caso) con 135 pazienti ambulatoriali, Benefici e rischi dell'estratto d'Hypericum LI 160: studio di monitoraggio del farmaco con 3250 pazienti, Modulazione dell'espressione delle citochine mediante estratto d'Hypericum.
Abbiamo di proposito riportato i titoli di alcuni degli articoli (evitando inutili ripetizioni) per familiarizzare il lettore con i contenuti di queste ricerche sulle proprietà dell'iperico nel trattamento della depressione. Infatti, la prima fase della riscoperta delle molteplici e a prima vista incredibili proprietà dell'iperico parte principalmente da questi campi d'indagine:
il confronto con antidepressivi classici nella cura della depressione di livello lieve o moderato anche e soprattutto per quanto concerne gli effetti collaterali;
il trattamento della SAD;
la ricerca concernente la serotonina e le citochine;
gli effetti sulla qualità del sonno.

Il fatto che siano 17 i documenti pubblicati nel supplemento della rivista statunitense di geriatria e che siano ben 23 quelli sommariamente analizzati nel compendio del British Medical Journal, a distanza di soli due anni, significa che già allora si doveva essere in presenza, soprattutto in Europa e in particolare in aree di lingua tedesca, di una enorme mole di prove e documenti a favore dell'utilizzo di iperico. Una buona percentuale dei 17 studi (circa otto) confrontarono l'efficacia dell'estratto d'iperico con normali farmaci antidepressivi dimostrando senza ombra di dubbio che l'iperico era almeno altrettanto efficace nel trattamento di persone afflitte da depressione lieve o moderata. Gli effetti collaterali erano ovviamente minori nell'iperico che nei farmaci di sintesi; erano addirittura minori rispetto ai placebo (forse per il cattivo sapore delle false pillole?). I risultati riguardo alla superiorità dell'iperico rispetto agli antidepressivi convenzionali nel trattamento di pazienti con depressione grave non furono giudicati esaurienti, ciò perché i pazienti furono trattati con dosi inferiori rispetto al normale di antidepressivo (principalmente imipramina).
Un discorso a parte merita l'unico studio che investigava l'efficacia dell'iperico nel trattamento del cosiddetto Seasonal Affective Disorder (Disturbo affettivo stagionale o SAD). Questa patologia rappresenta un sottogruppo abbastanza peculiare dei disturbi depressivi: in essa sono inseriti i pazienti afflitti da depressione grave con una manifestazione regolare dei sintomi in autunno e inverno e la completa guarigione in primavera-estate. Per avere un quadro chiaro di ciò che comporta questa patologia, il lettore dovrebbe farsi un'idea di che cosa significhi vivere, ad esempio, nella parte settentrionale della Finlandia dove il sole per mesi e mesi rimane solo un'ombra e le giornate passano come avvolte in un incubo grigio. Depressione, malinconia, tristezza sono solo parole vuote al confronto di ciò che può rappresentare in effetti una simile condizione sul corpo e sullo spirito. La terapia standard in tali casi viene detta light therapy e non è altro che un'esposizione del paziente a quantità e intensità di luce standard come quella che si registrerebbe guardando all'esterno da dietro una finestra durante una giornata di primavera. Questo tipo di fototerapia viene di solito applicata per due ore; il paziente viene messo a una distanza di circa 90 centimetri da una lampada opportunamente schermata e deve guardare la lampada una volta ogni minuto. Il paziente può svolgere nel frattempo attività come scrivere o leggere senza problemi. Durante la stagione critica tale terapia va seguita senza interruzioni pena la ricomparsa dei sintomi.
Ovviamente per alleviare la patologia si possono assumere dei normali antidepressivi; lo scopo dello studio non fu, però, di saggiare l'efficacia dell'iperico in confronto a quella dei normali antidepressivi nel trattamento della SAD, ma semplicemente di appurare se l'iperico poteva avere una qualche incidenza positiva sul trattamento della malattia. Lo studio fu il primo mai condotto sull'argomento e dimostrò, anch'esso senza ombra di dubbio, che il trattamento con iperico rappresenta sicuramente un vantaggio in più nel trattamento della SAD, sia da solo sia associato a light therapy.
Si trattava però di un gruppo costituito da soli 20 pazienti e ciò, come al solito, non fece altro che invitare ad ulteriori approfondimenti. I sintomi di questo disturbo – che può colpire non solo gli abitanti dei paesi nordici ma anche cittadini di aree sottoposte a pesanti e persistenti nebbie d'inverno (ad esempio, la Val Padana) – sono: irritabilità, voglia di fare ma senza riuscire a fare o concludere alcunché e di conseguenza frustrazione, sconforto, sonnolenza, disturbi del sonno, caduta della libido.
L'iperico dimostra proprio in questi casi la sua forza e cosa contiene: una riserva di luce di cui l'uomo può godere quando ha bisogno. In termini scientifici l'iperico (questa una delle considerazioni finali dello studio) sembra possedere un meccanismo che rende più sensibili alla luce, che ce la fa assorbire o apprezzare meglio. Durante il periodo di somministrazione dello studio in questione anche le secrezioni notturne di melatonina e di cortisolo infatti aumentarono.
Altri temi importanti della ricerca sugli effetti dell'iperico sui disturbi depressivi concernono l'inibizione dei cosiddetti MAO e COMT da parte di composti presenti nella pianta. Cerchiamo di spiegare: la depressione viene associata a cambiamenti nei livelli di alcuni neurotrasmettitori (principalmente serotonina e norepinefrina) che vengono disgregati da due enzimi denominati mono-amino-ossidasi (MAO) e catecol-O-metil-transferasi (COMT). Molti studi hanno dimostrato che l'inibizione di questi enzimi (cioè impedire che questi enzimi svolgano la loro funzione di disgregare i neurotrasmettitori) ha un effetto contrario alla depressione (e quindi antidepressivo), aumentando di conseguenza la disponibilità e la concentrazione dei neurotrasmettitori in corrispondenza delle aree che congiungono (sinapsi) una cellula nervosa all'altra. Già nel 1978 Suzuki et al. avevano dimostrato un effetto MAO-inibitore dell'estratto di iperico ma lo studio di Thiede e Walper non riuscì a fare meglio e l'incertezza sui meccanismi dell'azione antidepressiva degli estratti d'iperico continuerà fino ai giorni nostri. Forse, in esperimenti di questo tipo, sono importanti la modalità e i materiali scelti dai ricercatori: Thiede e Walper usarono per il loro esperimento dei preparati in vitro di fegato di maiale. Probabilmente questo ha una sua importanza.
Un altro degli studi che crediamo rilevante per capire i meccanismi d'azione dell'iperico nel trattamento della depressione è quello relativo alle citochine. Le citochine sono sostanze proteiche coinvolte nei processi di comunicazione tra cellule e sono importanti modulatori della risposta immunitaria. Nella patologia della depressione, oltre a neurotrasmettitori come la serotonina e la norepinefrina, rivestono un ruolo importante le citochine, proprio perché esse incidono sulla funzionalità del sistema immunitario e sulle reti di comunicazione tra sistema nervoso centrale e sistema immunitario. In questa attività, oltre alle citochine, sono coinvolte molecole come le endorfine e ormoni come l'ACTH (adreno-cortico-trope-hormone) e l'ADH (antidiuretical hormone). La funzionalità del sistema immunitario e la sua normale attività sono direttamente o indirettamente controllate dal cervello e dall'apparato endocrino. Una minore o maggiore attivazione delle citochine può dunque produrre mutamenti nel modo in cui il cervello reagisce agli stimoli esterni e di conseguenza nella genesi della depressione. In effetti, lo studio in questione sembra dimostrare una notevole attività dell'iperico nel sopprimere o deprimere l'azione di alcune citochine (interleuchina-6/effetto maggiore, interleuchina-1B e TNF/effetto meno pronunciato). Questa attività di inibizione ha effetti sul rilascio di ACTH e sulla secrezione di cortisolo, fenomeni indotti da condizioni di stress. Su questo e su altri temi dovremo comunque fare il punto successivamente quando si tratterà di esaminare studi più recenti. Per adesso dobbiamo accontentarci di acquisire una sorta di lessico essenziale, di prendere in considerazione per linee generali e piuttosto sommarie l'ampio spettro di problematiche mediche connesse all'utilizzo di estratti d'iperico.
Sta di fatto che la pubblicazione del numero speciale del Journal of Geriatric Psychiatry and Neurology e il rapido tamtam che ne seguì provocarono un aumento vertiginoso nelle vendite di prodotti a base di iperico, prima limitato a quella fitta rete di negozi (health food stores) di prodotti naturali diffusi fin dagli anni '70 del Novecento in ogni angolo di Stati Uniti e Canada. L'incremento delle vendite coinvolse rapidamente anche i banchi dei supermercati e il settore dei cosiddetti supplementi alimentari (quindi senza regolare approvazione dell'ente preposto46 alla concessione del permesso di vendita di prodotti farmaceutici). L'iperico divenne nel giro di qualche anno da un perfetto sconosciuto una sorta di panacea; molte aziende alimentari, sfruttando la ventata di popolarità della pianta, cominciarono ad aggiungerne piccole quantità in preparati da prima colazione, cereali, bevande alla frutta, cibo in scatola, patatine e addirittura barrette di cioccolato. Molti veterinari cominciarono a prescriverlo per ridurre l'ansia in animali come cani e gatti soggetti a distacco o allontanamenti dal padrone o per disturbi legati all'aggressività. Tutto questo ricevette un ulteriore stimolo dalle notizie circolanti sull'utilizzo di massa dell'iperico in nazioni come la Germania, dove già dal 1992 le vendite di iperico erano aumentate fino ad accaparrarsi il 27,3% del mercato degli antidepressivi.
Ma prima di procedere oltre nella descrizione di altri studi che possono interessare la nostra ricerca, dobbiamo ancora dedicare un certo spazio a un altro documento molto significativo che può aver sensibilizzato le due riviste già nominate a svolgere la loro meritoria opera nell'allargare l'ambito degli interessi per l'iperico, sia della comunità scientifica che del pubblico in genere. Si tratta di un documento anteriore ai due già citati (maggio 1994) e poi via via aggiornato, che può aver fornito una sorta di legittimità istituzionale ai due documenti successivi, aprendo la strada alla valorizzazione dell'iperico come di altre piante medicinali. Si tratta della monografia sull'iperico preparata dalla European Scientific Corporation of Phytotherapy o ESCOP (Corporazione scientifica europea di fitoterapia), una delle tante organizzazioni affiliate all'Unione Europea, che ha il compito di fornire linee guida per omogeneizzare il mercato, la coltivazione, la trasformazione ecc. delle piante officinali in ambito europeo. Di questo documento useremo i dati per procedere a una sorta di schedatura della pianta.

 


L'Iperico. L'antidepressivo naturale  Giuseppe Chia   Macro Edizioni
 
L'Iperico. L'antidepressivo naturale
E le sue proprietà antinfiammatorie e antibatteriche

Giuseppe Chia




Scritto da MARIELLA
Valutazione: 

era proprio il libro che speravo di trovare, io faccio l'oleolito di iperico e con il vs. libro imparerò anche aktre cose. MI E' MOLTO UTILE





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