Smettila di fare i capricci - Capitolo 2 - Crescere un figlio senza confilitti e capricci è possibile

DAL DIARIO DI ROBERTA - UN BAMBINO VENUTA DA MOLTO LONTANO

Ero felice di incontrarlo quel mattino. Da qualche giorno, al telefono, dopo la fibrillazione delle settimane precedenti il suo arrivo, la famiglia che lo ospitava non faceva che dirmi quanta “pena” e tenerezza suscitasse da un lato e quanto, dall'altro, fosse difficile da trattare: “Non sta fermo un attimo! Se ci sono altri adulti o altri bambini con noi, inizia a fare il diavolo a quattro! Non ascolta! Ah, non so come faremo... Certo che ci vuole molta pazienza! Vuole mangiare solo schifezze, si ingozza di cicche e caramelle, a pranzo e a cena vuole soltanto pizza, würstel e patatine! Ma non possiamo dargli sempre quella roba, deve imparare a mangiare anche il resto: ci credo che ha tutti i denti cariati, pesa meno di una piuma ed è pallido come un cencio!”.
Ascoltavo pazientemente, senza intervenire, consapevole che non era facile ma anche che dietro quel comportamento c'era pur sempre un bambino. Un bambino dolcissimo, tenerissimo, intelligentissimo, simpaticissimo, come tutti gli altri.
Grandi occhi vispi color nocciola, capelli corti sul castano chiaro, visino sottile, corporatura asciutta, minuta, nervosa.
Ma questa è solo la superficie.
V. è un bambino di 11 anni che vive in un orfanotrofio bielorusso. Non ha idea di chi sia suo padre, alla madre è stata tolta la patria potestà, di tanto in tanto vede e frequenta la nonna. Da tre anni, per tre mesi all'anno, viene ospitato in Italia da una famiglia che si prende cura di lui e che conosco bene per via di uno stretto legame di parentela.
Quando V. è in Italia, da un lato avverto nella famiglia un forte desiderio di coinvolgermi, dall'altro so di essere vista – a volte più, a volte meno velatamente – come una pazza scriteriata che tende a viziarlo e gli impedisce di imparare le regole. Io mi limito a osservare e non me ne preoccupo, perché il tempo mi sta dando ragione.
Il mattino del nostro primo incontro fuori faceva freddo. Lui era in salotto, davanti al camino, a giocare con le costruzioni sul tappeto. Anche la tuta blu nuova di zecca e le pantofoline di lana cotta sembravano fatte apposta per scaldare il suo cuoricino. Per me è andata come sempre: uno sguardo, un sorriso e la solita sensazione che faceva capolino. È stato amore a prima vista.
Anche questa volta, tutto da ricominciare: per gli altri, un bambino da educare, da “afferrare”, da rimettere un po' in riga; per me, un bambino da amare, da aiutare, da capire, un'altra natura da assecondare. Come fare? Come sempre, come tutte le volte: con la pazienza, la lucidità e la disponibilità che mi hanno sempre permesso di infilarmi nel gioco e cambiare le carte in tavola.
Lui non sfida solo gli altri, sfida anche me. Qual è la differenza? Io non reagisco e sorrido. Sempre. Perché arrabbiarmi, del resto? So che non ce l'ha con me. So che non ha ricevuto nessun sostegno, nessun esempio, che ha tanta rabbia e un senso di ingiustizia gigantesco da liberare. Se proprio dovessi prendermela con qualcuno, dovrei farlo con gli adulti che lo hanno messo al mondo o con quelli che lo seguono durante l'anno, interessati solo al fatto che faccia il bravo e così poco attenti alla sua emotività.
Qual è l'altra differenza fra me e gli altri? Non pretendo che lui impari a comportarsi “in modo adeguato”. Mi rendo disponibile ad ascoltare i suoi bisogni: se ha voglia di sfogarsi e di fare il matto, gli dico, può farlo e io lo capisco (non succede niente se un bambino per qualche giorno ha bisogno di correre, di fare la lotta o di rompere scatole di cartone per sfogare la rabbia).
Un'altra differenza? Se vuole le caramelle, non solo gliene do una per occhio, ma anche una per orecchio e una per tasca.
So che molti pensano che tutto questo sia follia pura. Ma so anche che in realtà ha un senso, una sua utilità.
Lo saluto subito con un sorriso caloroso, dicendogli quanto sono felice di conoscerlo, che l'ho aspettato tanto e che non vedo l'ora di giocare con lui: in realtà, aggiungo, sono proprio lì per questo (far sì che il bambino senta da subito la nostra sincera disponibilità nei suoi confronti è un ottimo punto di partenza). Giusto il tempo di togliermi la giacca, e sono già seduta anch'io sul tappeto a incastrare pezzi di Lego, a sorridergli, a guardarlo negli occhi e a chiedergli di farmi vedere come vuole che giochiamo insieme (durante il gioco, assecondare il bambino seguendo i suoi interessi, le sue curiosità e i suoi desideri aumenta i punti a nostro favore ed evita estenuanti richieste di avere questo o quell'altro, di poter toccare tutto o di andare dappertutto. Una volta soddisfatti, infatti, il desiderio o la curiosità del bambino non richiedono ulteriore dispendio di attenzione o di energia. Si passa ad altro senza quella “foga ossessiva” che molti adulti conoscono e davanti alla quale non sanno come comportarsi).
La sua storia lo ha reso un bambino pieno di vuoti affettivi, come nel caso di molti altri bambini: so che ha bisogno di essere guardato, ascoltato, che non vuole fare nulla senza che un adulto lo veda e lo consideri. Se serve, perché non farlo?
Per quanto tempo? Finché le sue parole e il suo comportamento non ci avranno detto che le cose stanno cambiando: gioca e si agita come un forsennato ma sa anche stare tranquillo, assaggia nuovi cibi, non ha paura di andare in bagno da solo, riesce a giocare con altri bambini senza l'intervento di un adulto, chiede molti meno giochi e dolciumi, ci dice che ci vuole bene, è affettuoso, non ha paura di comunicare quello che sente, sa aspettare senza spazientirsi. (Con V. il cambiamento ha iniziato a manifestarsi a partire dal suo secondo anno in Italia.)
Ovunque vada, ovunque mi sposti, gli domando se vuole venire con me, gli spiego e gli racconto cosa faccio. Se mi chiede di accompagnarlo al piano di sopra perché da solo ha paura, invece di dirgli che i bambini grandi non hanno paura, gli rispondo: “Certo, eccomi, ti accompagno”. Sapendo che adora la pizza, nei primi giorni dopo il suo arrivo gliela cucino o gliela compro spesso. Poi, quando ho già iniziato a guadagnare la sua fiducia, mangio con lui e lascio che osservi cosa mangio (verdura, frutta, minestra ecc.). Al momento non insisto perché faccia lo stesso e non mi imbarco in filippiche inutili sull'alimentazione sana e naturale (che barba!). Dopo qualche giorno di osservazione, inizia lui stesso a chiedermi di poter assaggiare.
Perché lo fa? Forse perché non gli ho rotto le scatole? In parte sì, ma soprattutto perché ha capito che di me si può fidare, ha iniziato a stimarmi e, per natura, segue il suo istinto, che lo spinge a volermi imitare.
Anni dopo, la sera, chiede ancora di poter dormire con me. Ma a 10 anni non si dorme più nel lettone... Io me ne infischio e rispondo: “Certo! Ci leggiamo anche una bella favola, cantiamo la ninna nanna a Tigro (il pupazzetto storico che gli fa compagnia ogni notte) e, se vuoi, ci facciamo anche qualche coccola!”. All'inizio quest'ultima frase lo lasciava impietrito: coccole? Se lo abbracciavo o lo accarezzavo si irrigidiva e si tirava indietro. Ancora oggi, se un adulto allunga il braccio per fargli una carezza, si ritrae istintivamente per paura di ricevere botte.
Ma la natura del bambino è sensibile, votata all'apertura e consapevole dell'importanza di avere un adulto come guida, capace di sostenerlo per il tempo necessario a irrobustire da solo le proprie ali. Ed ecco che con pazienza, ogni giorno, facevo lo stesso lavoro dell'acqua con la roccia: tante piccole gocce che, a forza di scorrere, levigano anche il diamante più duro. Oggi V. adora farsi coccolare e ricambia, inizia a maturare dentro di sé l'amore per gli altri, oltre a ricevere ha imparato anche a dare. In effetti c'è una domanda che mi pongo spesso: come fa un bambino a dare se non ha potuto ricevere in termini di amore e attenzione quanto avrebbe voluto?
E quando devo proprio dirgli di no su qualcosa, che cosa faccio? Gli dico di sì lo stesso?
Anche se alcuni pensano il contrario, pur amando i bambini e la loro felicità, non sono una teorica del laissezfaire  incondizionato, del lasciargli fare quello che vogliono. Non penso che dargli dei limiti equivalga a metterli in catene. Non sono neppure contraria alle regole e ai no: anzi, li considero degli ancoraggi necessari per il bambino, degli argini preziosi che, se ben scelti e mai troppo rigidi, possono garantirgli quella sicurezza che molti di noi, a causa di un'educazione troppo lassista o troppo rigida, non hanno potuto maturare.
Se so che ama i videogiochi al computer, per esempio, dopo aver scelto i giochi adatti alla sua età e restando con lui per monitorare la situazione, sono io stessa ad anticipare il suo bisogno e a proporgli, in uno o due momenti della giornata: “Vuoi giocare al computer? Vieni che lo accendiamo!”. Dopo un quarto d'ora o venti minuti mi avvicino, gli chiedo se si sta divertendo e gli dico: “Gioca pure tranquillo, tra un po' vengo a chiamarti per spegnere”.
Dieci minuti dopo mi avvicino di nuovo ed esordisco dicendo: “Din don! Eccomi, sono arrivata: è ora di spegnere! Cosa stai facendo? Mmmh ... è un momento decisivo... Finisci pure tranquillo: io sto qui con te, ti aspetto, ti guardo e poi spegniamo” (di solito passano circa due minuti e la partita finisce, non ci vogliono ore). Anticipando il suo bisogno, evitando la rigidità, mettendoci in empatia con lui e con le sue esigenze, facciamo sì che il bambino si senta amato e capito e abbia più voglia di collaborare.
Con V., in effetti, va proprio così: spegne il computer e passiamo ad altro. Chi la ritiene una cosa impossibile o lontana dalla realtà, forse non ci ha mai provato davvero. O, probabilmente, si rapporta al bambino con aspettative precise (“Deve andare come dico io!”), con impazienza (“Speriamo di convincerlo in fretta!”), con timore (“E se non ci riesco, e se non mi ascolta?”), con nervosismo (“Che seccatura, con tutto quello che ho da fare!”).
In altre parole, tutte le volte che devo dirgli di no lo faccio con dolcezza, cercando di considerare i suoi tempi e il suo punto di vista, dandogli la libertà di dirmi che non è d'accordo e rispondendogli che lo capisco, ma restando ferma (ferma, non spazientita, dura o arrabbiata) nella mia decisione. E dato che non si tratta di una decisione arbitraria, lui lo sente e lo apprezza. Se gli dico, per esempio: “Dammi la mano, non attraversare da solo, lo facciamo insieme così vedi come si fa”, lui avverte il senso del pericolo e mi segue naturalmente. Se invece dico: “Adesso smetti di giocare perché lo dico io”, senza un vero motivo (non è ora di cena, non  bisogna uscire, non c'è nient'altro di divertente da fare), lui lo sente e, probabilmente, si ribellerà al mio diktat (vale lo stesso per una caramella o per dieci minuti di televisione in più: non hanno mai fatto morire nessuno, sono ben altre le cose che “uccidono” l'infanzia di un bambino).
E se le cose non vanno così? Se V. si impunta e dice che non vuole spegnere? Se, peggio ancora, si mette a piangere?
All'inizio è successo. Non solo con lui, ma anche con tanti altri bambini. È normale: se si sentono incompresi o privati delle giuste attenzioni, presto o tardi si sfogano, si ribellano, piangono, urlano, dicono anche loro di no.
Ma quella volta, con V., non sono più alle prime armi. Mi sento assolutamente sicura della mia decisione, così riesco a mantenere la calma. So che può non essere semplice, ma mi sforzo di farlo e di non perdere il sorriso amorevole di sempre (messaggio: “Non ti preoccupare, io la calma non la perdo, ho tutto sotto controllo, e se invece tu il controllo lo stai perdendo c'è qualcuno pronto ad accoglierti e a gestire la situazione”). Non mi allontano da lui o dalla stanza aspettando (e sperando) che la smetta. No. Rimango con lui, lo guardo negli occhi e gli dico: “Amore, lo so che sei tanto arrabbiato, ti capisco, hai ragione. Con questi pantaloni non vuoi proprio uscire... Mannaggia!”. E poi? E poi aspetto, seduta o in piedi, vicino a lui, respiro e mi chiedo quale può essere la motivazione profonda che lo spinge ad agire così. In questo caso, so che in realtà il problema non sono i pantaloni, ma il suo bisogno di piangere e sfogare la rabbia (a volte invece i bambini lo fanno perché si sentono trascurati da mamma e papà in altri momenti della giornata).
Lascio che si arrabbi, e poi gli chiedo perché non vuole quei pantaloni. Se me lo dice bene, altrimenti non importa, non insisto. Dopo qualche minuto, la situazione prende una piega diversa: V. non è più così nervoso, inizia a calmarsi. Gli dico: “Mi dispiace, ma i pantaloni per uscire sono questi. Cosa possiamo farci? Ah, giusto, non ci avevo pensato: puoi uscire in mutande, no? (glielo propongo sorridendo, in modo che sappia che sto sdrammatizzando). Guarda un po', mi era proprio sfuggito... Ma allora sei pronto: metti le scarpe e andiamo!” (preso alla sprovvista, dopo aver avuto modo  di liberare la sua emozione, se l'adulto non si innervosisce, non si identifica, non ha aspettative e non dà la sensazione di prendersi gioco di lui, il bambino si calma, si sente capito, accolto, e modifica il suo atteggiamento). V. mi guarda, sorride all'idea di uscire in mutande. Io insisto: “Su, dalli a me quei pantaloni, per oggi li metto io...” (sono “seria” mentre glielo dico). V. mi guarda di nuovo, mi prende i pantaloni dalle mani per infilarseli, si mette le scarpe e usciamo.
Cosa porto con me da questa esperienza che prosegue tuttora con gioia e da tutte le altre che sono ormai parte del passato?

Porto la certezza che crescere un bambino senza conflitti è possibile.

Che non perdere la pazienza e non identificarsi è possibile. Che imparare dall'esempio è possibile. Tutto quello che so è frutto di attente osservazioni e di una pratica costante e paziente. Ogni volta che mi sono allontanata dalla natura del bambino pensando di poter fare di testa mia, mi sono sempre messa nei pasticci e ho percepito l'assenza di una piena sintonia fra noi. Se invece sai cogliere la loro natura, come ascoltarli e come sostenerli, i bambini non hanno motivo di ribellarsi: ti seguono e ti danno retta. Ma il punto fondamentale per me non è questo: è riuscire a creare la fiducia e la stima necessarie affinché il bambino possa rispecchiarsi in noi, nel nostro lato “supereroe” (che tutti abbiamo), e arrivi a riconoscere nel tempo le sue  qualità di supereroe, i suoi  talenti, le sue  debolezze (tutti i supereroi ne hanno), imparando a manifestarli, a gestire le proprie emozioni, a divertirsi e anche ad assumersi le proprie responsabilità. In una parola, a diventare un individuo maturo e consapevole.

Questa breve storia di vita vissuta ti mostra che è possibile abbracciare i bisogni del bambino mantenendo al tempo stesso il tuo ruolo, dando dei limiti e dicendo dei no.
Da questa esperienza emergono già gli strumenti fondamentali che avrai modo di approfondire nel libro.
Usa pazienza e disponibilità: questi attributi dell'amore sono fondamentali affinché possa iniziare e continuare a fidarsi di te.
– Evita di reagire e sorridi di più: la reazione emotiva (per esempio arrabbiarti o innervosirti) è indice di debolezza. L'ascolto delle tue emozioni e la capacità di gestirle, invece, no. Tuo figlio impara dall'esempio.
Evita di pretendere che faccia qualcosa per forza: i bambini non danno nulla per scontato e non sono dei burattini. Amano collaborare e seguirci, e lo fanno solo se si sentono rispettati.
Renditi disponibile ad ascoltare i suoi bisogni: se vede che tu ascolti i suoi bisogni, da grande sarà in grado di farlo anche lui. E poi, che altro ci stai a fare qui sulla Terra se non per essere di sostegno a tuo figlio quando non è ancora in grado di cavarsela da solo?
Anticipo del bisogno: percepire i suoi bisogni e soddisfarli non è viziarlo, ma farlo sentire considerato e amato. La privazione non rafforza, anzi, rende fragili e rancorosi (basta osservare la società in cui viviamo per accorgersene).
Danza del sì: chiamiamo così la gestione “pacifica” dei momenti in cui devi per forza dirgli di no (più avanti vedremo nel dettaglio come fare).
Quando giocate, fatti guidare da lui: attraverso il gioco tuo figlio esprime la sua creatività e ha bisogno di verificare le sue intuizioni.
Ascoltalo, guardalo negli occhi: la comunicazione e la comprensione reciproca migliorano e tuo figlio si sente più amato e considerato.
Permettigli di fare molte cose con te: i bambini imparano per imitazione. Non servono molti giochi preconfezionati, lascia che ti guardi e che imiti quello che fai.
Lascia maturare il cambiamento con costanza e perseveranza: non è detto che assecondare la natura di tuo figlio sia un passaggio facile o immediato, ma se persisti, i frutti che raccoglierai saranno meravigliosi, inaspettati e duraturi.
Costruisci la sua stima e la sua fiducia nei tuoi confronti: ogni momento è buono perché tuo figlio ti osservi e si faccia una buona o una cattiva idea di te. Approfittane.
Sii fermo nelle tue scelte: evita di cambiare idea anche se credi di non aver fatto la scelta giusta. Fai sempre il possibile per non sbagliare, ma sappi che per tuo figlio conta di più vederti sicuro su ciò che bisogna fare.
Di' di no con dolcezza, considerando i suoi tempi, i suoi bisogni e il suo stato d'animo: non c'è motivo di essere duro, anche quando devi dire di no. Se ti innervosisci è un problema tuo, e la risposta del bambino non cambia (se dici di no da arrabbiato non hai più probabilità che ti ascolti, ma solo più probabilità che si spaventi e perda la fiducia in te).
Cogli la motivazione profonda dei suoi no o delle sue ribellioni: è una delle chiavi fondamentali per risolvere velocemente i capricci e impedire che si generino. Più avanti avremo modo di parlarne approfonditamente.
Evita di identificarti nei conflitti: comprendilo seriamente e poi scherzaci su, sdrammatizza l'evento (non il suo stato d'animo). In questo modo lo aiuti a non identificarsi con le situazioni e gli insegni a rispettare sempre i suoi sentimenti.
Evita la rigidità, cerca la comprensione: se entri in empatia con lui e con i suoi bisogni, tuo figlio si sente amato, capito e naturalmente spinto a collaborare.
Evita di rapportarti a lui con aspettative particolari, con impazienza o nervosismo, mostrando debolezza o senso di inadeguatezza: sappiamo che è la parte più difficile (e infatti ti daremo qualche suggerimento nei capitoli successivi), ma sforzarti di restare neutrale dà frutti impagabili: lo fa sentire al sicuro, non colpevole o accusato di qualcosa.

Quelli che ti abbiamo appena elencato non sono strumenti magici, e neppure chimere. Sono approcci semplici, che rispettano la natura del bambino e che hanno già aiutato migliaia di mamme e di papà a migliorare la relazione con i figli.

Perché è così importante la relazione che crei con tuo figlio?

Perché è proprio questo a fare la differenza sui tanto odiati capricci (e non solo).

La relazione con tuo figlio è il cuore della sua vita futura, della sua autonomia e della sua maturità.

Dal primo momento in cui lui è entrato a far parte della tua vita, dall'istante del concepimento in avanti, tutto si è basato su una relazione. Quando vi guardate, quando giocate, quando lui sta facendo cadere il vaso di porcellana e tu sei in cucina a preparare la cena, quando lui è dai nonni e tu al lavoro, quando litigate, quando vi fate le coccole, quando tu sei fuori e lui è a casa, perfino quando non siete insieme, la vostra relazione è sempre viva. Perché tu sei tu, e le cose che fai e che tuo figlio osserva influiscono più di ogni altra cosa sulla sua educazione. Il tuo comportamento e le tue emozioni possono fare una netta differenza. Che sia verbale o non verbale, consapevole o inconsapevole, conscia o inconscia, la comunicazione fra voi è sempre attiva e non è dotata del tasto off: una volta accesa, brucia o illumina per sempre.
Forse puoi vivere questa cosa come un pesante macigno, come una tremenda responsabilità. Noi ti suggeriamo di vederla come un dono e un'opportunità. Un dono, perché stare con i bambini è una vera scuola di vita (per esempio ti insegnano fare le cose divertendoti e a vivere il presente, cosa a cui noi adulti non siamo più abituati). Un'opportunità, perché se sai che lui impara imitandoti, il fatto di dargli il buon esempio ti aiuta a preservarlo dalle cattive strade.
Noi lo abbiamo sperimentato personalmente in diversi casi, tanto che ormai è impossibile parlare di casi isolati. Ricordiamo per esempio A., 7 anni. Un bambino allergico a ogni regola: scappava, picchiava i più piccoli, rompeva qualsiasi gioco trovasse sulla sua strada, bestemmiava e faceva del male a se stesso. Potrà sembrarti impossibile, ma per noi è una delle situazioni più semplici da gestire. Perché?
Perché, a parte la necessità iniziale di dedicargli molte attenzioni, A. aveva semplicemente trascorso i suoi primi sette anni di vita con persone che si comportavano esattamente come lui: adulti che bestemmiavano, si facevano del male assumendo droghe e alcol, distruggevano tutte le opportunità che avevano davanti, picchiavano e punivano i più piccoli (i loro due figli). Era sufficiente cambiare la sua fonte di imitazione, fare in modo che attingesse le sue risorse e la sua linfa da un altro terreno.
Così è stato, in effetti: nel giro di qualche mese, A. era un altro, o forse sarebbe più corretto dire che finalmente era di nuovo se stesso: dolce, amorevole, scalmanato e con tanta voglia di giocare (diritto naturale di ogni bambino), disposto a condividere il suo tempo con altri coetanei ma a vivere anche momenti di tranquillità.

Ringraziamo la natura per averci inventati così

Questo libro non è un manifesto per le famiglie: non intende darti nuove ricette o regole da seguire. Non è il decalogo di un metodo educativo appena scoperto, sperimentato clinicamente o avvalorato da studi scientifici. Non abbiamo né la presunzione né l'intento di convincere nessuno.
A parte il nostro racconto di vita vissuta, non troverai rimandi a studi particolari che avvalorino la nostra tesi. Anche perché una vera e propria tesi non c'è.
Quando le persone che incontriamo si complimentano con noi, ci limitiamo a rispondere con gentilezza che, in realtà, non siamo noi quelli da ringraziare.
A volte invece incontriamo persone che sottovoce ci dicono: “Sai, quello che hai detto prima, quell'esempio che hai fatto su come accogliere il bambino... in realtà si chiama approccio psicoqualcosa...”, quasi dovessimo per forza collegare quello che facciamo a un metodo testato o messo a punto da qualche scienza particolare.
Se è questo che cerchi, ti preghiamo di non continuare nella lettura: perderesti solo tempo prezioso, che puoi sfruttare in modi più costruttivi. Se invece vuoi conoscere meglio te stesso e tuo figlio, se vuoi relazionarti a lui efficacemente e senza nuocergli in alcun modo, se vuoi metterti in gioco e fare della tua responsabilità di genitore qualcosa di piacevole e leggero, piuttosto che di pesante e complicato, se vuoi risvegliare le capacità che già possiedi per diventare un genitore migliore e far sì che il tuo intervento sia più apprezzato anche da lui, allora sei nelle mani giuste. Insieme faremo un ottimo lavoro, e la riconoscenza che leggerai negli occhi di tuo figlio ti ripagherà di tutti gli sforzi iniziali.
Cominciamo...

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