Etica per le Professioni. PROFESSIONI SOCIALI

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Etica per le Professioni. PROFESSIONI SOCIALI  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza
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Il sociale luogo delle nuove pratiche del riconoscimento - Lorenzo Biagi
Il “sociale” definisce una dimensione fondamentale e trasversale della vita umana e prende corpo anzitutto attraverso le pratiche nei mondi vitali legate allo stare assieme, all’essere parte di una comunità di progetto e non solo di origine, alla generazione del legame sociale, alla solidarietà e alla cooperazione. E’ animato al suo interno dalle pratiche del riconoscimento e della reciprocità in cui viene attivata la dimensione della fiducia e della gratuità. In questo senso il sociale, a differenza del significato più diffuso, non è collegato immediatamente al disagio e al dolore ma al protagonismo personale e associativo. Le professioni sociali hanno qui la loro forza e la loro debolezza. Le istituzioni hanno il dovere costituzionale di stabilizzare quelle professioni sociali che prima di tutto si pongono di fronte al “male strutturale”.

Servire la persona pensando alla collettività - Intervista a Walter A. Lorenz
, a cura di Germano Bertin
“Il sociale”, sebbene nelle società moderne sia spesso mal definito, contestato, idealizzato e, talora, inteso come luogo evanescente della solidarietà, in realtà è connesso al servizio sociale non solo per denominazione, ma per il modo di operare e per il fatto che il lavoro sociale entra in essere in un determinato periodo storico. Il servizio sociale, e quindi anche le professioni sociali, secondo in prof. Lorenz, rettore dell’Università di Bolzano, è la “politica sociale applicata”, in quanto garantisce il legame tra la società e l’individuo, esigendo flessibilità e, soprattutto, attenzione ai diritti e alla cittadinanza. Il sociale è diffuso, raggiunge molti contesti, come la cultura, l’identità, le strutture informali. Oggi si riconosce sempre piú la necessità di riflettere sulla diversità, particolarmente in un contesto europeo e internazionale.

Lavorare a servizio delle persone, per aiutare ad aiutarsi
- Tiziano Vecchiato
Il saggio è dedicato alle professioni sociali, oggi in crescita sia come tipologie che qualitativamente, effetto dello sviluppo dei servizi sociali e della determinazione dei livelli essenziali di assistenza. Accomunate da un’area comune (lavorare a servizio delle persone), si differenziano in ragione dei saperi aggiuntivi e delle tecniche proprie di ogni settore; in questo contesto l’autore si sofferma sul senso di un presunto diverso significato da dare ai termini “lavoro sociale” (Social Work) e “servizio sociale” (Social Service). Affronta inoltre la questione dei livelli essenziali di assistenza, osservando come un approccio corretto ad essi non si possa limitare agli aspetti strategici e di governo, bensì implichi l’evidenziazione della dimensione professionale e del suo apporto, sia come livelli essenziali di risposta, sia come livelli essenziali di processo. Infine l’autore approfondisce il binomio fondante dell’esperienza professionale: il sapere, che trae i contenuti teorici e tecnici dalla scienza, e l’esercizio della responsabilità che rimanda ai fondamenti etici del servizio alla persona.

Costruttori di relazioni, non manager della cura
- Antonio Da Re
Quando si riflette sull’etica o su temi che assumono immediatamente risvolti di natura etica o morale, si rischia di far intervenire l’etica attraverso un generico appello ai princípi e ai valori, che ciascuno è invitato a far propri. La deontologia, nel suo tentativo di regolamentazione della relazione asimmetrica tra professionista e chi si rivolge a lui, per impedire che diventi una relazione che strumentalizza la persona, vuole salvaguardare un valore fondamentale: la fiducia. Il professionista dell’àmbito sociale è per vocazione un costruttore di relazioni; è colui che cerca di riannodare i fili della vita comunitaria e sociale, favorendo il dialogo tra le persone, i gruppi, le famiglie, le comunità, le diverse forme di aggregazione sociale. Un professionalismo fine a sé stesso, motivato magari da un managerialismo, finisce per dimenticare la logica propria del lavoro di cura e per tradire l’autentica professionalità.

“Prossimità dinamica” alle persone: il vero welfare sociale - Luca Fabrizi, Cristiana Ranieri, Simona Testana
Le professioni sociali rappresentano uno dei cardini dei servizi e degli interventi di promozione sociale, educativa e sanitaria. Negli ultimi anni queste figure professionali sono state coinvolte da fortissimi mutamenti, sia rispetto al sistema formativo sia rispetto all’assetto dei servizi. I cambiamenti sono ispirati non solo ai concetti di rete territoriale e comunità, ma anche ad un nuovo approccio all'utente (preso in carico come persona da “accompagnare” e non come “pratica” da svolgere). In primo piano vi è una questione fondante: la valorizzazione dell'elemento etico, ovvero dei principi deontologici, da declinare e riformulare, coerentemente, e senza il quale si aumentano i margini di fragilità nell'incontro tra disagio e professioni. I parametri del confronto tra professioni sociali e stato sociale riguardano: il lavoro sociale, il rapporto tra domanda e territorio, la razionalizzazione dei servizi e la prossimità dinamica alla popolazione.

Molte professionalità per un’unica domanda: inclusione
- Oreste Nazzaro, Margherita Brunetti
La legge quadro del 2000 per la realizzazione del sistema integrato di interventi e servizi sociali demandava allo Stato la determinazione dei requisiti e profili professionali in materia di professioni sociali, nonché l’individuazione dei livelli di formazione (laurea o corsi di formazione) e la comparabilità delle figure abilitate. In seguito, la riforma del Titolo V della Costituzione ha coinvolto in questo compito anche le Regioni. Si tratta di una esigenza molto sentita poiché l’inclusione sociale che l’accesso ai servizi sociali può garantire è strettamente dipendente dall’organizzazione dei servizi stessi e dalla presenza di personale qualificato. Purtroppo, come notano gli autori, il processo di riordino delle professioni sociali non è stato ancora avviato a livello centrale e si assiste invece ad un proliferare a livello territoriale di figure professionali differenti (prevalentemente a vocazione femminile, con ricorso al part time e legate al settore no profit).  Nel 2007 il Ministero del Lavoro ha avviato un lavoro di approfondimento ed indagine sul tema che dovrebbe ora essere seguita da una operazione di costruzione di un sistema riconosciuto e regolamentato di professioni sociali.

APPLICAZIONI

Assistente sociale - Paola Rossi

Psicologo sociale - Augusto Palmonari

Operatore socio-sanitario - Paola Bruttocao

Educatore professionale - Battaglia, Forneris, Scarpa


Rubriche per ambiti professionali

Ambiente – Copenaghen Conference 2009
“Copenaghen accord”: insostenibile e non coerente
- Luca Francesco Basile
Il testo presenta gli esiti della Conferenza di Copenaghen sul cambiamento climatico riportando i principali contenuti e soprattutto le modalità con cui si è arrivati alla definizione del documento finale il “Copenaghen Accord” concordato fuori dal tavolo negoziale ufficiale dai paesi emergenti e dagli USA. Documento che  non assume alcun impegno vincolante e lascia libertà di manovra ai singoli stati in merito agli impegni di riduzione delle emissioni. Il testo poi approfondisce un aspetto centrale del nodo negoziale dato dalla centralità assegnata ai processi per catturare il carbonio rispetto alle iniziative per la riduzione delle emissioni attraverso una maggiore efficienza energetica e lo sviluppo delle fonti rinnovabili

Economia - Crisi finanziaria
Saper vedere lontano, per attuare un nuovo assetto sistemico
- Corrado Squarzon
La crisi attuale ha origine nella speculazione finanziaria, in una politica del credito “predatoria” e nella relazione connivente fra mercato e politica. Alla fine ciò ha bruciato risorse fiduciarie centrali per il funzionamento del sistema. La fiducia è però una risorsa della società non dell’economia. Per ricostruirla serve ripensare le relazioni fra società, mercato e politica. E serviranno tempi lunghi.

Formazione - Responsabilità sociale d’impresa
Progettualità pedagogica:la vera performance d’impresa
- A. Vischi
La formazione delle risorse umane nell’epoca della globalizzazione costituisce un elemento emblematico dello sviluppo culturale, sociale ed economico. L’impresa socialmente responsabile è parte integrante di questo sviluppo ed è chiamata oggi a coniugare tutela dei diritti e libertà di mercato, soddisfazione delle attese degli stakeholder e performance economica, promozione del bene comune e tutela dell’ambiente. La pedagogia, nell’individuare e interpretare ciò che è essenziale nella dinamicità dei processi, promuove una progettualità assiologicamente e teleologicamente connotata, pertanto essa non può non interessarsi anche di quei processi che sono attivati dalle imprese socialmente responsabili, specie per quanto riguarda la formazione delle risorse umane. Il presente saggio, senza alcuna pretesa di esaustività, considera la rilevanza del tema della responsabilità sociale d’impresa riconoscendone criticamente le potenziali implicazioni etico-educative, con particolare riferimento al valore della formazione delle risorse umane.

Bioetica - Etica clinica applicata
Dalle storie alle teorie: applicare l’etica alla medicina
- Paolo Cattorini
Mondo delle cose e mondo dei significati vivono una relazione simile a quella tra mondo delle azioni e mondo dei princípi, che a tali azioni dovrebbero applicarsi, per consentirne una valutazione. Ma che cos’è questo “applicare“ - si chiede l’autore - di cui la bioetica clinica dovrebbe garantire la padronanza? L’autore sottolinea che, aldilà della rigidità degli schemi sillogistici, l’argomentazione non ha mai rinunciato a offrire ragioni relative alla qualità morale dell’azione. Teoria e racconto sono i due lati del medesimo pensiero etico e della medesima arte applicativa.

Spazio aperto - Privacy
Sorveglianza “informata”: per tutelare singoli e collettività
- Marco Tuono
In questo articolo mostriamo l’imprescindibilità del contesto per un discorso che analizza la privacy nella società tecnologica. La nostra idea di privacy risulterà dal comprendere in che misura la democrazia sia rispettata nei casi concreti dei quali consideriamo il mercato e la sorveglianza. In merito al mercato, non può ritenersi giustificata una posizione di chiusura totale alla diffusione dei dati personali, occorre però prestare attenzione affinché sia impedito l’utilizzo dei dati liberamente rilasciati a soggetti non direttamente coinvolti nella relazione commerciale. La vulnerabilità delle nostre democrazie indica chiaramente che delle forme di sorveglianza elettronica sono necessarie; la democrazia non deve però andare contro sé stessa, non deve cioè allentare, oltre una certa misura e senza porre in essere dei meccanismi riequilibranti, la tutela delle libertà personali.


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Guardando la complessità della realtà in cui viviamo, si avverte con una certa immediatezza che l’area sociale, con il campo magmatico e i confini molto incerti e flessibili che sono tipici delle pratiche sociali, negli ultimi trent’anni, si è sviluppata in modo davvero veloce e imponente. Mentre la tradizionale articolazione della nostra vita pubblica registrava, e continua a tutt’oggi a registrare, un declino sia sul piano dei significati che su quello delle prassi pertinenti, il campo del sociale è cresciuto in dimensione e in capacità inventiva e innovativa. Una capacità che non si esaurisce solo nell’àmbito delle variegate espressioni economico-professionali, ma anche in quello civile e - in senso lato - in quello pedagogico-sociale.

In tutto questo scenario ha svolto certamente un ruolo decisivo la metamorfosi dell’assetto e dei servizi dello Stato Sociale assieme, per altro, alla grande mutazione della dimensione economica e finanziaria, sempre piú invasiva e soffocante, non solo nei confronti delle politiche degli Stati, ma anche rispetto alla vita quotidiana delle persone. In questo grande processo di ristrutturazione e di riorganizzazione della vita pubblica (di fatto ancora in atto e dagli esiti non ben definiti), se la politica è quella che ha pagato il prezzo piú alto e l’economia - almeno fino a prima della crisi attuale - quella che invece ne ha guadagnato di piú, il sociale sembra essere il vasto campo in cui le persone e le associazioni di cittadinanza hanno concretizzato una controtendenza culturale, valoriale e pratica.

Per certi versi il sociale, potremmo dire, è diventato cosí significativo e consistente da segnalare, almeno negli ultimi tempi, perfino delle avvisaglie di una sua possibile, seppure sotterranea, esposizione a processi di strutturazione e di organizzazione tali da replicare proprio alcuni elementi negativi che hanno contribuito al declino sia della politica che dell’economia. Da questo punto di vista, si può dire che il primo nemico del sociale è proprio il suo stesso successo e la sua espansione.
Questo è un punto assai delicato di fronte al quale il sociale deve iniziare a esercitare un sano discernimento al fine di non evolversi secondo schemi per l’appunto negativi sia sul piano della sua fisionomia che su quello della sua declinazione in pratiche, servizi e organizzazione professionale.

È probabilmente vero che questa esposizione può dipendere dalla incerta e mobile identità del sociale stesso, che ogni volta emerge come un universo di pratiche trasversali agli assetti e alle ripartizioni del tradizionale stato sociale, delle istituzioni pubbliche e della società stessa. Tuttavia, è innegabile che questa sua debolezza identitaria costituisce anche la sua forza di rigenerazione del legame sociale, del capitale sociale, della prassi del riconoscimento e della stessa sfera valoriale e operativa delle professioni sociali.

L’etica delle professioni, come cerca di mostrare da sempre e instancabilmente la nostra rivista, rappresenta una realtà estremamente significativa e fruttuosa per la vita personale e per quella collettiva, proprio perché testimonia in presa diretta che l’etica non è una “etichetta” buonista che si appiccica dal di fuori, ma cova come una brace per cosí dire dall’interno stesso della pratica professionale, qualunque sia il campo del suo concretizzarsi. Le professioni sociali aggiungono a questa denotazione di base una ulteriore esplicitazione: costruiscono “relazioni” attente a non strumentalizzare le persone e salvaguardano il valore fondamentale che è la fiducia. Favorendo il dialogo e l’incontro tra le persone, i gruppi, le famiglie, le comunità, le diverse forme di aggregazione sociale esse riescono a riannodare i fili della vita comunitaria e sociale e lo fanno - ed è quel che piú conta - in maniera non artificiosa, ma quasi naturale. Per questo le professioni sociali in primis sono chiamate a una autentica “professionalità della cura”, attenta a evitare un professionalismo fine a sé stesso, magari animato da un pericoloso managerialismo.

Le professioni del sociale, di fatto, non possono stare in piedi se non dando forma quotidianamente nella relazione personale, comunitaria e istituzionale a quel processo di umanizzazione che rappresenta sempre un fine che porta a piena fioritura il riconoscimento della dignità dell’essere umano e prima di tutto di quello ferito e/o “scartato” dalla stessa nostra cinica organizzazione della vita. Lo Stato democratico, da parte sua, porta a compimento la sua propria missione costituzionale nel momento stesso in cui non mortifica queste professioni, né le lascia nell’incertezza di una delega a tempo o nella mera funzione di “tappabuchi”, bensí le riconosce, le legittima e le abilita ad agire nella vita sociale come insieme di strategie volte alla edificazione di una convivenza piú giusta e attenta a creare le condizioni affinché tutti - e prima di tutto proprio i piú deboli - possano dare, secondo le rispettive capacità, un contributo unico ed essenziale alla vita sociale.


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