Etica per le Professioni. DIRITTO AL FIGLIO?

 
Etica per le Professioni. DIRITTO AL FIGLIO?  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza

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Editoriale

Diritto al figlio?

DOSSIER

L'alterità irriducibile del figlio
- di Fabrizio Turoldo
Ricordato, nella premessa di carattere semantico, che "pro-creare" significa "partecipare ad una creazione a favore di qualcuno", l'articolo affronta il tema della procreazione medicalmente assistita prendendo in esame alcuni aspetti di natura etico-filosofica. In primo luogo, la questione del ruolo della tecnica in campo procreativo e il connesso rischio che il bambino venga "fabbricato" ad immagine e somiglianza dei desideri dei genitori. In secondo luogo, il problema della difficoltà, per i genitori che ricorrono alla procreazione artificiale, di accettare l'alterità del figlio reale rispetto al figlio immaginario. Infine, il tema fondamentale del valore dell'essere umano, sul quale si confrontano l'approccio sostanzialistico e quello funzionalistico.

Genitorialità biologica o sociale? - di Paola Di Nicola
Esiste un'apparente aporia nella società contemporanea tra desiderio di un figlio a tutti i costi e bassi tassi di fecondità. A partire da tale constatazione, l'autrice affronta il tema della generatività e della maternità in una prospettiva sociologica, toccando quattro punti. La generatività, anzitutto, dipende da un'azione riflessiva, nel senso che le donne iniziano a controllare la fertilità in relazione alle loro competenze affettive e psicologiche e alle possibilità di successo che possono garantire ai figli. Scienza e tecnologia, inoltre, sono alleate della donna, alla quale assicurano un controllo sulla propria fecondità. L'uomo contemporaneo è poi convinto di poter dominare il proprio destino, per cui finisce per non tollerare la sterilità biologica. Infine, la filiazione, come legame biologico, è una strategia di difesa dalla paura della solitudine che può essere provocata dalla fragilità delle relazioni sociali. Oggi la fecondazione medicalmente assistita costituisce la forma più avanzata del controllo sulla fertilità da parte della donna. E' anche, però, una scelta che interroga fortemente il senso della relazione coniugale e la responsabilità della società in ordine alle difficoltà che l'organizzazione sociale e del lavoro pone alla scelta della procreazione.

Il vissuto di un bimbo speciale - di Dario Casadei, Gino Soldera
Le tecniche di Procreazione Medicalmente Assistita (PMA) sono molto studiate da un punto di vista scientifico medico-ginecologico; meno indagati sono invece gli aspetti psicologici connessi con le difficoltà procreative e con il percorso, costellato da speranze ed angosce, compiuto dalle coppie che hanno scelto di ricorrere ai protocolli della FIVET. L'articolo passa in rassegna la letteratura psicologica sperimentale più attuale in materia. Un altro campo di studio riguarda gli effetti della PMA sul piano della crescita e dello sviluppo dell'essere umano, da un punto di vista neuropsicobiologico, psicosomatico e psicologico, soprattutto in funzione della particolare relazione che si viene a costituire tra coppia e figlio.

Salvaguardare il valore della vita umana - di Luca Marini
L'articolo si propone di offrire alcuni spunti di riflessione sulla tutela giuridica della vita umana nel momento del suo inizio, a partire dalle sollecitazioni poste dallo sviluppo della tecnoscienza e dei connessi interessi economici. Viene anzitutto messo in luce come si siano diffuse concezioni radicalmente diverse della vita umana prenatale e come esse abbiano avuto chiari riflessi sul piano giuridico. L'autore offre una puntuale comparazione delle principali legislazioni europee, individuando tratti comuni (gli interventi normativi spesso "seguono" la diffusione nella prassi medica delle tecniche di riproduzione artificiale) e divergenze (in particolare tra sistema inglese e spagnolo da un lato e della gran parte degli Stati europei dall'altra). Esamina, quindi, come le diverse concezioni della vita umana abbiano influenzato anche gli orientamenti del diritto internazionale e del diritto delle Comunità europee, specialmente in materia di clonazione riproduttiva e terapeutica, tra i quali il più importante è la cosiddetta Convenzione sulla biomedicina (Oviedo 1997). Sottolinea infine come oggi si sia affermata una "bioetica globale", cioè una percezione della responsabilità dell'umanità intera nei confronti della dignità di ogni essere umano, e come questo porti alla nascita di un "diritto internazionale della bioetica", capace di conferire valore giuridico alle sollecitazioni della "bioetica globale".

APPLICAZIONI

Lo scienziato
Staminali: sì alla ricerca, purché adulte
- di Angelo L. Vescovi

Il medico ginecologo
Diagnosi: dalal terapia alla selezione?
- di Daria Minucci

L'assistente sociale
Accompagnare verso la piena genitorialità
- di Maura Guerrini

Il pubblico ministero
A tutela dei diritti dei soggetti deboli


Indicazioni bibliografiche

RUBICHE PER AMBITI PROFESSIONALI

Ambiente / Quale partecipazione?
Eco-democrazia: oltre l'individualismo
- di Gaetano Borreli, Orietta Casali
Le decisioni nel campo ambientale e la valutazione dei rischi connessi, l'adozione di stili di vita sostenibili sono questioni che rendono necessario un ripensamento del concetto stesso di democrazia. Le risposte in termini individualistici male si conciliano con la realizzazione di politiche nazionali accettabili da tutti. Esse sentono invece il bisogno di accrescere la dignità dell'uomo attraverso la compartecipazione attiva alla vita politica.
Per essere condivise le scelte di politica ambientale, che spesso dal punto di vista scientifico si presentano complessi e non del tutto chiariti, devono soddisfare alcuni criteri, e rispettare in particolare il supremo diritto democratico dei cittadini di essere ascoltati. L'articolo, nell'esaminare il tema, si riferisce anche ad alcuni strumenti messi a punto a livello internazionale per favorire la partecipazione in campo ambientale di attori locali.

Economia / Deontologia
Un Codice per gli operatori bancari
- di Gruppo Etifiba, Antonio Da Re

Formazione / Centri professionali
La paura di definirsi "scuola"
- di Giuseppe Tacconi
Gli istituti di istruzione e formazione professionale, ai quali appartengono anche i centri di formazione professionale gestiti a livello regionale, possono legittimamente dirsi "scuola" e, insieme ai licei, costituiscono il "sistema educativo di istruzione e formazione" delineato dalla legge 53/2003. Secondo l'autore, il problema principale della formazione professionale è di carattere culturale, identitario prima ancora che di ordinamento e di risorse. Essa stenta a dirsi o a sentirsi chiamare scuola, perché è ancorata a un'idea di scuola che accentua la dimensione cognitiva, mentre dovrebbe essere consapevole di rappresentare un modo peculiare di "fare scuola", quello che attraverso la cultura operativa mette al centro di ogni attività formativa la persona concreta. Da una formazione professionale che si sente fino in fondo "scuola" può provenire una spinta al rinnovamento della didattica per tutta la scuola.

Sanità / AIDS e segreto professionale
Responsabile della salute di tutti
- di Giovanni Del Missier
L'articolo affronta il discusso tema del segreto medico in relazione all'AIDS, alla luce del quadro normativo di riferimento desunto dalle disposizioni normative contenute nelle leggi n. 135/1990 e n. 675/1996, nonché dai precetti del codice deontologico italiano del 1998. Si ammette, seguendo un'impostazione ontologica personalistica (e in polemica con le posizioni utilitaristiche) la partner notification, parificata alla legittima difesa, in presenza di circostanze che mettono a rischio il bene della vita umana. Viene altresì affrontata la questione della pratica del contact tracing, la quale tuttavia non trova adeguata collocazione nella legislazione italiana.

Spazio aperto / Ordini professionali
Una riforma finalmente in arrivo?
- di Ivone Cacciavillani


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Il titolo del dossier - Diritto al figlio? - potrebbe suonare come una provocazione o come una inutile forzatura. Posta la domanda in questi termini, è anche facile prevedere quale sarà la risposta: no, non c'è un diritto al figlio, tanto piú se questo dovesse essere perseguito e realizzato a ogni costo e con qualsiasi modalità; e in effetti la risposta rinvenibile nelle pagine che seguono è proprio questa. Prima però di anticipare precipitosamente le conclusioni del dossier, va chiarita la scelta culturale che ha guidato le decisioni della Redazione e alla quale allude, appunto, anche l'indicazione del titolo.
L'occasione del dossier è stata ovviamente rappresentata dall'approvazione, dopo un lungo e travagliato iter, della legge 40/2004 sulla procreazione medicalmente assistita e ancor piú dall'accesa discussione che ha fatto seguito alla raccolta delle firme per i referendum abrogativi di alcune parti della legge stessa. Tuttavia, per affrontare adeguatamente la tematica della procreazione medicalmente assistita è sembrato opportuno allargare, per cosí dire, la prospettiva, e collocare la riflessione sulla procreazione (non necessariamente solo quella artificiale, ma anche quella cosiddetta naturale), in un orizzonte piú ampio, che interpella la nostra stessa identità personale, il significato dell'essere genitori, madri e padri, il significato della vita di coppia, il desiderio dell'avere un figlio.
Non c'è donna o uomo sulla faccia della terra che non sia figlia o figlio; l'esperienza dell'essere figli è costitutiva dell'essere uomini. L'essere chiamati alla vita è comunque attestazione del carattere specifico e insostituibile di ogni essere umano: il figlio, ogni figlio, si dà ai genitori come un essere connotato di una sua propria personale identità, della quale tra l'altro rende testimonianza la particolarità del suo corredo genetico. Tra genitori e figli si stabilisce sin dal momento del concepimento, e addirittura sin da prima, nella storia soggettiva e di coppia che lo precede, un legame inscindibile; ma è comunque un legame di persone "altre", ciascuna delle quali è chiamata a essere sé stessa, nella sua ricchezza personale e nella sua libertà.
Sta forse in questo legame inscindibile, eppure libero, il fascino che accompagna l'esperienza straordinaria della genitorialità: per quanto un figlio possa essere cercato e voluto egli rappresenterà sempre un "altro", col quale comincerà a intrecciarsi una storia di vita. La madre e il padre guarderanno alla realtà con occhi nuovi; la "novità" costituita dal figlio, non solo al momento della nascita o quando egli viene atteso, ma anche negli anni a venire, non potrà non lasciare delle tracce nell'essere dei genitori, anche quando la novità nel tempo potrà essere fonte di tensione e di conflitto.
Il desiderio di avere un figlio è come tale umanamente comprensibile, e si può ben spiegare la sofferenza che a molte coppie arreca la sterilità o l'infecondità; ed è come cura della sterilità e dell'infecondità che dovrebbero giustificarsi le tecniche di procreazione assistita. Va anche detto che il desiderio del figlio non è sempre facilmente identificabile, per lo meno non in una società contraddistinta da tassi bassissimi di fecondità, in cui molte coppie decidono invece, intenzionalmente, di non procreare. Stupisce, poi, la percezione, sempre piú diffusa, che questo desiderio non possa essere soddisfatto in altro modo che attraverso una genitorialità biologica, anche se ottenuta con una defatigante serie di esami, di lunghe attese, di possibili frustrazioni e fallimenti che le tecniche comportano. Al contrario, la genitorialità sociale, figura a lungo costruita anche come prescrizione comportamentale - dal momento che non basta mettere al mondo dei figli per essere automaticamente dei buoni genitori - o come valorizzazione delle scelte dell'adozione o dell'affidamento o della cura in genere di minori, nel sentire comune appare essere piú problematica e incerta.
Desiderare il figlio non legittima comunque alcun diritto al figlio, soprattutto se questo si trasforma nel diritto a programmare un altro uomo. La vera questione morale da questo punto di vista non risiede tanto nel carattere artificiale della procreazione assistita, quanto nel rischio che essa si possa trasformare in un atto di programmazione e di selezione eugenetica. Se cosí fosse assisteremmo allo stravolgimento del significato proprio del generare e dell'essere figli: verrebbe negata in origine quella irriducibile alterità, quella novità, quella libertà di cui ogni essere umano è misteriosamente latore e di cui il nostro vivere sociale avverte drammaticamente la carenza.

Il Direttore
Antonio Da Re


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