Etica per le Professioni. SENSO DEL LAVORO

 
Etica per le Professioni. SENSO DEL LAVORO  Etica per le Professioni Rivista   Fondazione Lanza
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Editoriale

Senso del lavoro

DOSSIER

Il fondamento del lavoro: la persona
- di Francesco Totaro
La questione del valore del lavoro deve essere affrontato dal punto di vista della persona e porta ad interrogarsi su come il lavoro si inserisce nella ricchezza complessiva dell’uomo e su come il lavoro possa esprimere la sua ricchezza peculiare. Il saggio premette a questa indagine di natura filosofico-antropologica, alcuni cenni storici, evidenziando come si sia passati da una esaltazione della positività del lavoro umano (che l’autore denomina splendida ipertrofia), che si estende da Locke sino a Marx, ad una “ipertrofia debole” del lavoro tipica della situazione attuale, nella quale il fine del lavoro, assente nel lavoro stesso, diventa il consumare. Per superare questo appiattimento, l’autore propone una visione antropologica più articolata, grazie alla quale rintracciare l’indicazione del limite del lavoro e del suo trascendimento in relazione alle direzioni dell’essere e dell’agire umano, che significa contenere o limitare il lavoro quando esso minaccia di impoverire le nostre capacità di essere e di agire. Nello stesso tempo, si tratta di ritornare al lavoro facendo emergere in esso quei profili di valore altrimenti soffocati da un vissuto lavorativo meramente quantitativo. In un’attività lavorativa connessa con l’agire è possibile una triplice declinazione etica del lavorare, che l’autore indica come etica del lavoro, etica nel lavoro ed etica per il lavoro.

Imprenditori di se stessi - Intervista a Bruno Bernardi a cura di Giampietro Parolin
L’intervista mira a far emergere le direzioni verso le quali sta oggi evolvendo il senso del lavoro nel mondo delle imprese. Si esamina anzitutto il tema della formazione in azienda, divenuta un importante strumento per lo sviluppo di sé, e non solo dell’organizzazione di appartenenza, segno anche di un diverso bilanciamento del rischio e delle responsabilità all’interno dell’impresa e di una modifica delle forme organizzative della medesima. Sono poi presi in considerazione i fenomeni dell’internazionalizzazione e della flessibilizzazione e i loro riflessi sull’esperienza lavorativa. Il nodo centrale attorno al quale ruotano molto dinamiche del mondo delle imprese è quello attinente la capacità di creare, accanto ai raggiungimento dei livelli promessi di remuneratività, dei valori intangibili, di acquisire cioè credibilità ed affidabilità. Ciò passa anzitutto attraverso processi di “disclosion” nei processi di comunicazione, che significa possibilità di controllo. Il lavoro non produce solo beni e servizi ma anche un substrato relazionale che connota e fa evolvere una civiltà e che dipende, prima ancora che da un sistema giuridico e sanzionatorio, da comportamenti e scelte coerenti a principi deontologici.

Flessibilità priva di tutele sociali - di Francesca Venuleo
I contratti di lavoro flessibile sono destinati ad assumere un peso crescente e già rappresentano la maggioranza dei nuovi posti di lavoro. Essi agevolano l’inserimento lavorativo specie delle componenti più deboli. Il processo di flessibilizzazione è però accompagnato da non pochi rischi che riguardano le opportunità di crescita personale e professionale del lavoratore, relegato in uno stato di precarietà lavorativa ed esistenziale di lungo periodo. L’articolo evidenzia come la trasformazione dei rapporti di lavoro abbia modificato in più aspetti il senso del lavoro. Sono messi in discussione il modello lineare di carriera, la formazione di una identità professionale definita, la fedeltà all’azienda, sostituita da rapporti di natura transitoria, da perdita di forza contrattuale, da compiacenza rispetto all’organizzazione. L’obiettivo del lavoro sembra meno legato alla realizzazione dell’identità personale e più di natura strumentale. Una identità professionale in crisi si riflette sui percorsi socio-esistenziali, che diventano insicuri e disagevoli, provocando ansie, forme di superlavoro, rallentamento del cammino verso l’adultità, basso livello di fecondità ecc. Secondo l’autrice è necessario predisporre un sistema di ammortizzatori sociali che tuteli i lavoratori flessibili da tali situazioni rischiose.

Nel "tempo" il senso vero del "fare" - di Francesco Jori
L’imprenditore occidentale che delocalizza o che intraprende comunque commerci con i paesi economicamente emergenti – l’articolo prende a riferimento soprattutto il rapporto con la Cina – non può ignorare come è inteso e vissuto il senso del lavoro nelle culture “altre”. Cambiano i valori, i comportamenti organizzatori, i riflessi delle diverse tradizioni e religioni, i concetti di giustizia e di correttezza. Diversa è soprattutto la concezione del tempo (circolare per i cinesi, lineare per gli occidentali). Nello stesso tempo queste culture “altre” sono investite da irreversibili e repentini processi di trasformazione, gli stessi che nel passato hanno accompagnato la rivoluzione della cultura occidentale. Queste esperienze, con le quali siamo destinati a venire sempre più in contatto, ci interrogano e ci richiedono una sforzo di coerenza e di confronto.

Il successo che viene da lontano - Iintervista a Tiziana Votta a cura di Marilina Colella

Fine del lavoro o del tempo libero? - di Igino Frigo
L’epoca post-moderna è caratterizzata da processi che mettono radicalmente in discussione il valore e il significato del lavoro per l’uomo, al punto tale che si è giunti ad immaginare un futuro dove il lavoro, così come oggi lo conosciamo, potrebbe non esistere più. L’intervento è dedicato al senso del “tempo libero”, un tema di forte interesse, non solo per le conseguenze che il ridimensionamento del lavoro ha per l’individuo, ma anche per le ricadute di carattere politico e sociologico. Il tempo libero può essere inteso come una “liberazione” dai gravami del lavoro e come l’apertura di spazi di realizzazione per l’individuo. Per converso, c’è chi ritiene che il lavoro sia indispensabile per la realizzazione dell’uomo e per la socializzazione degli individui. L’autore reputa infruttuosa una radicalizzazione delle due posizione e suggerisce invece una diversa prospettiva, quella che assume come punto di partenza il fenomeno odierno della “precarizzazione” che caratterizza allo stesso tempo la disponibilità di tempo libero e di lavoro per le persone. Precarizzazione da intendersi non solo nella dimensione quantitativa, ma soprattutto quale conseguenza di un meccanismo di induzione di tipo mercantile e secondo modelli standardizzati. Un corretto ed equilibrato rapporto tra lavoro e tempo libero richiede di affrontare la domanda sul senso dell’uomo e sul significato del suo agire.

APPLICAZIONI

Selezionatore del personale
L'etica inizia con la scelta del manager
- di Pietro Defend

Agenzia interinale
Duplice fedeltà: al lavoratore e all'impresa
- di Claudio Soldà

Sindacalista
Un profondo cambiamento di mentalità
- di Pier Paolo Baretta

Psicologo
Il lavoro come un "gioco intelligente"
- di Massimo Bruscaglioni

Indicazioni bibliografiche

RUBICHE PER AMBITI PROFESSIONALI

Ambiente / Tutela della montagna
La solidarietà eco-intergenerazionale
- di Luca Cetara
L’articolo affronta il tema delle politiche ambientali solidali, con riferimento specifico alle aree di montagna. Ricordati i fondamenti storico-etimologici del termine, vengono definiti i caratteri del concetto di solidarietà. Nel contesto ambientale, la solidarietà si presenta come solidarietà intertemporale, mirata a sanare disuguaglianze tra soggetti che vivono in periodi differenti. Chiaro il riferimento al concetto di sviluppo sostenibile, il quale – ad avviso dell’autore – è declinabile in modo significativo nelle aree di montagna, ove si rende necessaria una politica che tenda a sanare situazioni di deprivazione. Con riferimento anche alle esperienze internazionali avviate, l’autore ritiene indispensabile che le politiche di solidarietà coinvolgano le popolazioni montane, impegnate ad agire nel loro stesso interesse a favore dell’ambiente.

Economia / Diritti umani
L'economia non è più sola
- di Roberto M. Burlando
L’intervento focalizza la sua attenzione sul rapporto tra diritti umani, loro tutela e mondo economico. Si esprime la convinzione che l’effettivo rispetto dei diritti umani, intesi tradizionalmente come diritti civili e politici, implichi necessariamente il riconoscimento di fondamentali diritti in ambito economico e sociale. Questa concezione oggi incontra ancora l’opposizione di coloro i quali, specialmente nel mondo della finanza, sostengono l’a-moralità dell’economia, la sua separazione dal mondo dei valori e una visione dell’uomo come “egoista razionale”. Il tema è affrontato nel contesto del dibattito, da alcuni anni molto diffuso, generato dalle esperienze della finanza etica e della responsabilità sociale dell’impresa. Sono altresì ricordati i fondamenti filosofici dell’etica economica, i passi compiuti a livello internazionale per una traduzione dei principi etici in norme giuridiche, senza mancare di riferirsi alla pratica quotidiana del rispetto dei diritti e delle norme, misura del grado di evoluzione etica e civile di una società.

Formazione / Modelli educativi
La formazione accorcia le distanze
- di Silvia Mastropaolo

Sanità / Infermiere
Il professionista della cra e della relazione
- di Alessandro Ferioli
In questo articolo l’autore si propone di evidenziare due problematiche urgenti che pertengono alla deontologia nell’esercizio della professione infermieristica: in primo luogo la difficoltà nell’agire secondo le norme del codice deontologico in contesti lavorativi diversificati e non sempre facili, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo dell’infermiere nella compensazione delle carenze istituzionali; in secondo luogo le incognite per il corretto agire professionale derivanti dal grande afflusso di infermieri stranieri.


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Gli studi di sociologia del lavoro e delle professioni concordano nel rilevare che l'odierna divisione sociale del lavoro è profondamente diversa da quella che avevamo conosciuto negli ultimi due secoli. Alla divisione sociale imperniata sulla dicotomia padrone-operaio (prima rivoluzione industriale) e a quella che ruotava attorno alla differenza tra colletti bianchi e tute blu, secondo il modello tayloriano-fordista fortemente gerarchico e con una determinazione assai precisa e rigida di mansioni e compiti (seconda rivoluzione), ha fatto seguito un'organizzazione del lavoro assai diversa, con il proliferare di nuovi ruoli lavorativi e professionali, inseriti in una struttura meno gerarchica, meno rigida, piú autonoma e flessibile (terza rivoluzione).
Se in precedenza, per descrivere la struttura del lavoro, si evocava l'immagine della "macchina", ora la metafora più appropriata sembra essere quella della "rete". Tale trasformazione radicale è accompagnata dall'emergere di nuova soggettività del lavoro, ovvero di un nuovo modo di comprendere la propria esperienza lavorativa e professionale. Ora il soggetto che lavora è in genere più consapevole ed esigente, meno vincolato. L'esigenza di una maggiore responsabilizzazione e creatività è chiaramente presente nella scelta di molte persone di esercitare il proprio lavoro in forma autonoma o atipica, ma spesso è rintracciabile anche in coloro che lavorano come dipendenti e che ciononostante si percepiscono, almeno in parte, come autonomi professionalmente.
È questo un nuovo modo di dare senso al proprio lavoro, in cui gli aspetti qualitativi vengono privilegiati rispetto a quelli quantitativi, in cui il lavoro non è piú abbandonato a una prospettiva puramente strumentale, come modalità per procacciarci il necessario per vivere, o peggio, a rappresentazioni religiose punitive, in cui risalta come esclusivo l'elemento della fatica, che pure è sempre in qualche misura presente. Una decina d'anni fa, in un fortunato libro Jeremy Rifkin annunciò profeticamente la "fine del lavoro" e preconizzò un'epoca di crescita senza lavoro, resa possibile dalle straordinarie trasformazioni tecnologiche e informatiche. L'enorme disponibilità di tempo libero avrebbe finalmente permesso agli individui di realizzarsi personalmente e socialmente, coltivando attività piacevoli e gratificanti quali il gioco, lo sport, la cura degli affetti, l'arte, il volontariato, e via dicendo.
È lecito dubitare della plausibilità di una simile visione utopica, come pure di quella ricerca di autonomia soggettiva nel lavoro, rispetto alla quale si può far valere il detto che "non è tutto oro quel che luccica". In verità non c'è stata alcuna fine del lavoro. Si sono creati nuovi posti di lavoro, ma spesso con bassa professionalità e scarsa retribuzione; il lavoro flessibile in molti casi è diventato sinonimo di precarietà e di mancanza di tutele (non può non preoccupare il dato che il 90 % dei lavoratori atipici in età compresa tra i 18 e i 39 anni siano celibi, perché evidentemente in una situazione di insicurezza esistenziale non sono in grado di poter progettare il proprio futuro); la linea di demarcazione tra lavoro e tempo libero si è fatta piú incerta: proprio grazie agli strumenti informatici siamo continuamente raggiungibili, di modo che il nostro tempo di lavoro con il fax, il telefonino e la posta elettronica si prolunga anche quando siamo a casa o in vacanza. Semmai il lavoro di cui è stata decretata la fine è quella costruzione ideologica e sociale che prende forma nell'Ottocento, e che via via diviene realtà totalizzante e pressoché esaustiva dell'essere uomini, oltre che, in forza dell'influsso esercitato dal marxismo, fattore potente di emancipazione individuale e collettiva. Tuttavia, per contrastare una simile visione, non è di grande aiuto affidarsi a un'indebita esaltazione del tempo finalmente liberato dal gravame del lavoro.
Sia la sopravalutazione del lavoro, come pure la sua sottovalutazione, sino ad auspicarne persino la scomparsa, come se esso fosse una semplice variante storica e contingente dell'essere dell'uomo, sono posizioni estreme che non permettono di coglierne l'autentico senso e valore, oltre che il suo limite intrinseco. Si fa fatica a trovare un senso al proprio lavoro quando di esso si ha una rappresentazione inadeguata; l'esaltazione e la svalutazione rinviano, infatti, a un'antropologia riduttiva, perché l'uomo è un essere che lavora, ma non è solo questo. In tale prospettiva interrogarsi sulle motivazioni e sul senso significa sollevare una domanda che non concerne solo l'essenza del lavoro o l'essere di chi lo pratica (il lavoratore), ma ancor prima l'essere stesso dell'uomo.


Il Direttore
Antonio Da Re


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