Farmacologia delle alte diluizioni

Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

 
  • 18,70 invece di € 22,00 Sconto del 15%
  • Disponibilità Immediata. Pronto per la spedizione



torna suDescrizione

Quest’opera è un originale contributo alla letteratura sulle basi scientifiche dell’omeopatia, di notevole interesse anche alla luce della crescente diffusione di questa disciplina medica nel sistema sanitario. Il libro è unico nel suo genere, perché spazia dalla biologia molecolare alla clinica, dalla fisica atomica alla tecnica farmaceutica, senza dimenticare di fare riferimento ai principi tradizionali e classici enunciati dai primi Maestri omeopatici. In particolare, qui si affronta la questione più “incredibile”: come è possibile un’azione farmacologica di soluzioni diluite al punto da non contenere più dosi ponderali di molecole del principio attivo?

Il testo, dopo un’ampia e documentata presentazione, si svolge in quattro capitoli:

Nel primo sono descritti i modi per preparare i rimedi omeopatici e per conservarli.

Il secondo capitolo tratta delle evidenze cliniche ottenute a sostegno delle alte diluizioni nell’uomo, unitamente ad esperimenti di laboratorio fatti su animali, piante e tessuti o cellule.

Il terzo capitolo descrive le caratteristiche fisiche dei medicamenti in diluizioni ultra-alte, così come sono evidenziate mediante la risonanza magnetica nucleare e gli spettri all’infrarosso.

Nel quarto capitolo vengono discussi i possibili meccanismi d’azione delle alte diluizioni sui sistemi viventi.

Rivelare i misteri dell’omeopatia, questo importante sistema terapeutico, è una sfida non solo per il biologo ma anche per il fisico e per il chimico. La ricerca scientifica sull’omeopatia aprirà certamente nuove strade per il benessere dell’umanità.

Gli Autori sono ricercatori e docenti dell’Università di Visva-Bharati (India), la traduzione e la presentazione sono del prof. Paolo Bellavite, dell’Università di Verona.


Farmacologia delle alte diluizioni  Nirmal Sukul Anirban Sukul  Salus Infirmorum
 
Farmacologia delle alte diluizioni
Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

Nirmal Sukul, Anirban Sukul



torna suIndice Generale

Capitolo 1 - PREPARAZIONE DI SOSTANZE  IN ALTE DILUIZIONI
1.1. ORIGINE DELLE SOSTANZE OMEOPATICHE
1.1.1. Materiali vegetali
1.1.2. Sostanze animali
1.1.3. Minerali e sostanze chimiche
1.1.4. Altri materiali biologici
1.2. IL PROVING DEI FARMACI
1.3. PREPARAZIONE DELLE TINTURE MADRI
1.4. DINAMIZZAZIONE DELLE SOSTANZE
1.4.1. Diluizione e succussione
1.4.2. La triturazione
1.4.3. Conversione delle potenze solide in potenze liquide
1.5. CONSERVAZIONE DEI RIMEDI E FORME FARMACEUTICHE
SOMMARIO

Capitolo 2 - EVIDENZE DI EFFETTI DELLE ALTE DILUIZIONI
2.1. EVIDENZE CLINICHE
2.2. EVIDENZE SU ANIMALI DA ESPERIMENTO
2.2.1. Effetti biologici su animali e uccelli
a) Modello di catalessi
b) Modello del riflesso di raddrizzamento
2.2.2. Effetti biologici su anfibi
a) Rospi giovani
b) Rospi adulti
2.2.3. Effetti sull’alcolismo cronico
a) Consumo di etanolo
b) Neuropatia alcolica
2.2.4. Effetti su malattie infettive e parassitarie
2.2.5. Studi elettrofisiologici
a) Neuroni ipotalamici laterali del gatto
b) Neuroni corticali dell’area frontale media di ratto
c) Risposte neuronali ipotalamiche a Nux vomica in ratti alcolisti
d) Risposte neuronali ipotalamiche al Natrum muriaticum in rattitenuti a dieta ipersalina
e) Effetti sulla trasmissione sinaptica
2.3. EVIDENZE SPERIMENTALI SU PIANTE
2.3.1. Effetti su parassiti e germi patogeni delle piante
2.4. EVIDENZE DA TEST IN VITRO
2.4.1. Esperimenti in vitro di Boyd ed altri esperimenti correlati
2.4.2. Esperimenti in vitro su eritrociti
SOMMARIO

Capitolo 3 - STUDI E IPOTESI SULLE BASI FISICO-CHIMICHE DELLE ALTE DILUIZIONI
3.1. SPETTROSCOPIA RMN
3.1.1. Spettri RM delle potenze omeopatiche
3.2. SPETTROSCOPIA ALL’INFRAROSSO
3.2.1. Spettri IR di potenze omeopatiche
Spettroscopia con trasformazione di Fourier (TF)
3.3. TERMOLUMINESCENZA
3.4. ASSOCIAZIONE MOLECOLARE E STRUTTURA DELL’ACQUA
3.4.1. Struttura e forze dinamiche dell’acqua allo stato liquido
3.4.2. Fenomeni di trasporto nell’acqua
3.4.3. Azione di una potenza omeopatica
3.4.4. Struttura dell’acqua in presenza di soluti
3.4.5. Triturazione e nanoparticelle
3.4.6. Etanolo in fase idroalcolica come solvente
SOMMARIO

Capitolo 4 - ASPETTI DEL MECCANISMO D’AZIONE DEI MEDICAMENTI DINAMIZZATI
4.1. LA LATERALITÀ DEI SINTOMI E L’OMEOPATIA
4.2. LE MODALITÀ TEMPORALI E L’OMEOPATIA
4.3. IL PRINCIPIO DEL SIMILE E L’OMEOPATIA
4.4. I SISTEMI NON LINEARI E L’OMEOPATIA
4.5. I MIASMI E LE LORO BASI BIOLOGICHE
4.6. POLICRESTI, RICOMPARSA DI VECCHIE PATOLOGIE  E VISIONE SISTEMICA
4.7. AZIONI CHIMICHE E BIOCHIMICHE DEI MEDICAMENTI IN ALTE DILUIZIONI
4.7.1. Le molecole d’acqua e l’informazione biologica
4.7.2. Le due componenti di un medicinale omeopatico
4.7.3. I possibili principali bersagli biomolecolari delle potenze omeopatiche
4.7.4. La cellula e la membrana citoplasmatica
4.7.5. Proteine di membrana
4.7.6. Biomolecole in un mezzo acquoso continuo
4.7.7. Le acquaporine
a) Distribuzione negli animali
b) Altre pompe dell’acqua
c) Acquaporine nelle piante
d) Acquaporine nei funghi e nei batteri
e) Struttura delle acquaporine
f) Funzione dell’acquaporina: passaggio dell’acqua
g) Regolazione della funzione delle acquaporine
h) Le acquaporine in patologia
4.7.8. Interazione tra una potenza omeopatica e le biomolecole
4.8. RUOLO DEI CARBOIDRATI NEI PROCESSI DI RICONOSCIMENTO
4.9. ACQUA STRUTTURATA E LA VITA NASCENTE
SOMMARIO


Farmacologia delle alte diluizioni  Nirmal Sukul Anirban Sukul  Salus Infirmorum
 
Farmacologia delle alte diluizioni
Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

Nirmal Sukul, Anirban Sukul



torna suNota Editore Italiano

La pubblicazione di questo libro in italiano si deve alla Prof.ssa Noemi Favero del Dipartimento di Biologia dell’Università di Padova, che a suo tempo me ne parlò consigliandone la traduzione. Quindi, prima di tutto è a lei che deve andare il nostro ringraziamento. Oggi non è facile trovare docenti universitari con cuore e mente aperti a ciò che può sembrare contrario a quello che è tuttora il pensiero scientifico dominante, come è il caso dell’omeopatia.
Il lavoro di Nirmal e Anirban Sukul, che ho apprezzato per lo sforzo intellettuale fatto per cercare di dimostrare gli effetti “farmacodinamici” dei preparati omeopatici ad alta diluizione, non è stato sicuramente facile: organizzare, completare e pubblicare ricerche sperimentali con medicamenti omeopatici è molto difficile per carenza dei finanziamenti necessari, dato che la ricerca mondiale è nelle mani delle grandi multinazionali farmaceutiche, che sono economicamente disturbate da tutto ciò che parla di omeopatia.
Il merito dei Sukul è duplice: oltre ad avere intrapreso molti studi sperimentali con rimedi omeopatici, studi documentati dall’ampia letteratura riportata anche alla fine di questa loro opera, sono riusciti a riassumerli nel presente volume permettendone la diffusione e una fattibile comprensione. Ciò non è poco, specie in questi giorni in cui l’omeopatia fa molto parlare di sé.
È vero, oggi si parla tanto di omeopatia ma, strano a dirsi specie in ambito scientifico, troppo spesso ne parlano di più quelli che ne sanno di meno.
È questa la nostra onestà intellettuale?
È questa la nostra Scienza “moderna”?
Fortunatamente, la potenza terapeutica del medicamento omeopatico è evidente sia a moltissimi pazienti sia ai loro medici e sappiamo tutti che la verità può essere nascosta o infangata, ma non può essere cancellata. Lo conferma la storia della stessa omeopatia, che da due secoli viene attaccata da ogni dove, ma che continua silenziosamente a progredire donando salute e serenità a coloro che ricorrono ad essa.
Le prove scientifiche a favore dell’omeopatia sono già molte, ma oggi si arricchiscono anche di questo lavoro dei Sukul che dischiude molti segreti del mondo naturale anche ai non addetti ai lavori, portando luce e stupore a coloro che con animo aperto e indagatore gli si accostano.
Alcuni passaggi, particolarmente nel capitolo 3, sono molto tecnici e potrebbero creare qualche difficoltà di comprensione a coloro che non hanno competenze di fisica quantistica. In questo caso, si consiglia al Lettore di leggere tali parti cogliendo il senso generale, anche senza soffermarsi sui dettagli specialistici. Rispetto al testo originale, alcuni punti sono stati sviluppati o chiariti con note a fondo pagina a cura dell’Editore e del Traduttore italiani. Nelle note sono stati talvolta anche condensati dei dettagli sperimentali, originariamente presenti nel testo ma non necessari per la comprensione del discorso fondamentale.
Come ogni opera scientifica, il testo può non essere esente da imperfezioni di natura tecnica e probabilmente da errori, particolarmente nella parte che riguarda le prove chimico-fisiche. A questo proposito, segnalo che, per garantire la massima correttezza nell’informazione, il testo del capitolo 3 è stato sottoposto anche all’attenzione di un docente di chimica, con il contributo del quale è stato possibile rivedere alcune parti che, con il consenso degli Autori, sono state pertanto modificate rispetto l’originale inglese.
Anche se l’Editore e il Traduttore non hanno la competenza per avvallare ogni affermazione tecnica o interpretazione dei dati qui contenuti, pensano però di avere l’esperienza sufficiente per affermare con convinzione il valore di quest’opera pionieristica, testimonianza di una ricerca tanto povera nei mezzi quanto, giustamente, ambiziosa negli obiettivi.
Vorrei infine porgere un ringraziamento anche all’amico Paolo Bellavite, professore di Patologia Generale presso l’Università di Verona e traduttore di quest’opera, che da anni ha indirizzato i suoi interessi di ricerca, attraverso non pochi ostacoli, alle azioni farmacologiche e fisiopatologiche dei medicamenti omeopatici. La Presentazione da lui scritta arricchisce il volume con un’aggiornata rassegna delle questioni attualmente più dibattute in questo campo di frontiera della Medicina.
Come insegna Socrate, l’umiltà di fronte alla grandezza della natura è principio e garanzia di sapienza. Ed è sulla consapevolezza dei limiti di ogni umana conoscenza che dovrebbero fondarsi anche la Scienza e la Medicina.

 

Dr. Roberto Gava


Farmacologia delle alte diluizioni  Nirmal Sukul Anirban Sukul  Salus Infirmorum
 
Farmacologia delle alte diluizioni
Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

Nirmal Sukul, Anirban Sukul



torna suPrefazione Autori

Al giorno d’oggi, il concetto di farmacologia è limitato all’interazione tra farmaci e biomolecole. Ogni interazione, che vada oltre le molecole o la specificità dell’interazione molecolare, nell’arena della scienza è considerata un mito. Poiché le alte diluizioni dei medicamenti che superano il numero di Avogadro non contengono molecole, si ritiene che tali diluizioni non possano causare alcuna attività su un sistema biologico. Eppure, gli effetti delle alte diluizioni sono divenuti esperienza comune dei medici omeopati e dei loro milioni di pazienti in tutto il mondo.
Oltre alle evidenze cliniche, oggi esistono moltissime evidenze sperimentali che confermano che un’azione dei medicamenti sull’organismo che vada oltre le molecole è una grande realtà. Una sostanza lascia qualcosa, che potrebbe forse essere considerata come un’entità “ombra”, nella sua alta diluizione.
Qual è la natura fisica di questa “ombra”?
In che modo le “ombre” di sostanze diverse differiscono tra loro?
Come agiscono su un organismo?
È sempre necessario un organismo vivente per produrre un’azione, oppure tali medicinali in alte diluizioni si comportano esattamente come una sostanza chimica che reagisce con un’altra sostanza chimica?
Questo libro esprime il tentativo di trovare risposta a tutte queste domande attraverso un approccio totalmente scientifico e basato sulle attuali conoscenze scientifiche.
Medicamenti in diluizioni ultra-alte vengono usati nel sistema terapeutico conosciuto come omeopatia da circa 200 anni. Tale sistema declinò verso la metà del XX secolo per una marcata competizione con la farmacologia tradizionale, ma nelle ultime due decadi pare aver riguadagnato la popolarità di un tempo.  Ciò è dovuto soprattutto al fatto che i suoi medicinali sono ritenuti efficaci, sono relativamente poco costosi e sicuramente non invasivi rispetto ai farmaci convenzionali, avendo pochi effetti collaterali negativi.
Rivelare i misteri di questo importante sistema terapeutico è una sfida non solo per il biologo ma anche per il fisico e per il chimico. Benché il business farmaceutico dei rimedi omeopatici ora non sia così lucrativo come quello dei farmaci tradizionali, la ricerca scientifica sull’omeopatia aprirà certamente nuove strade per il benessere dell’umanità.
Il libro ha quattro capitoli, oltre all’introduzione.
Nel primo capitolo sono descritti i modi per preparare i rimedi omeopatici e per conservarli.
Il secondo capitolo tratta delle evidenze cliniche ottenute a sostegno delle alte diluizioni negli esseri umani e inoltre vengono riportati alcuni esperimenti di laboratorio fatti su animali e su piante.
Il terzo capitolo descrive le caratteristiche fisiche dei medicamenti in diluizioni ultra-alte, così come sono evidenziate mediante la risonanza magnetica nucleare, gli spettri all’infrarosso, gli spettri elettronici e di fluorescenza di alcune preparazioni “dinamizzate”. Poiché l’acqua è ritenuta essere capace di trattenere le informazioni delle molecole o delle particelle sciolte in alte diluizioni, vengono discusse la struttura e le dinamiche dell’acqua liquida, che è il principale mezzo di soluzione dei medicinali omeopatici.
Nel quarto capitolo vengono discussi i possibili meccanismi d’azione delle alte diluizioni sui sistemi viventi, in termini di interazione molecolare fra l’acqua strutturata di una determinata soluzione ed il suo principale bersaglio molecolare in un organismo. Infine, viene discussa la possibilità che la strutturazione dell’acqua abbia avuto un importante ruolo nelle forme di vita primordiali durante la comparsa della vita su questa terra.
Noi considereremmo il nostro lavoro come degno di essere compiuto se sviluppasse interesse negli scienziati e nei medici pratici al fine di incrementare una ricerca seria ed aprire la “scatola nera” dell’omeopatia all’esplorazione del suo vasto potenziale terapeutico.
Ringraziamo gli studenti Palamita Sarkar, Souvik Ghosh, Ashis De e Sudeshna Ghosh per avere condotto tutte le ricerche sperimentali. Ringraziamo il Dr. B.N. Chakravarty per il suo supporto finanziario alle nostre ricerche più recenti ed il direttore del dipartimento di zoologia dell’Università di Visva-Baratti per aver messo a disposizione le necessarie strutture di laboratorio alla ricerca sperimentale sull’omeopatia.

Santiniketan (West Bengal),

 

Prof. Nirmal C. Sukul
Prof. Anirban Sukul


Farmacologia delle alte diluizioni  Nirmal Sukul Anirban Sukul  Salus Infirmorum
 
Farmacologia delle alte diluizioni
Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

Nirmal Sukul, Anirban Sukul



torna suPresentazione Prof. Paolo Bellavite

L’opera ‘Farmacologia delle alte diluizioni’ rappresenta un originale contributo alla letteratura sulla questione omeopatica, di notevole interesse anche alla luce della crescente diffusione di questa disciplina nel mondo medico e del favore che riscontra presso il pubblico. Diffusione e favore che non sono – va detto subito – adeguatamente e proporzionatamente sostenuti dal supporto del mondo scientifico ed accademico. Spesso l’omeopatia è ridicolizzata utilizzando definizioni quali (testualmente): “acqua fresca”, “il nulla”, “un oltraggio alla ragione” e via dicendo. Tali opinioni sono espresse più che altro sulla base di un ragionamento alquanto semplicistico, fondato sul senso comune: “basse dosi, basso effetto, non dosi, no effetto”. Come se tutto in biologia dipendesse dalla quantità di materia, come se l’unica informazione fosse quella molecolare, come se l’unica ragione risiedesse nel pensiero “lineare”, che pure le scienze farmacologiche, immunologiche, biofisiche, neurologiche, per non parlare delle scienze dei sistemi dinamici, si sono lasciate alle spalle.
Esistono molti pregiudizi nei confronti dell’omeopatia anche in alcuni importanti organismi istituzionali. Vedi ad esempio la mozione del Comitato Nazionale di Bioetica (CNB), secondo cui “il CNB è preoccupato della proposta di inserire le materie di insegnamento relative alle Medicine e alle pratiche non convenzionali nei corsi di laurea di Medicina, di Odontoiatria, di Farmacia, di Medicina Veterinaria, di Scienze Biologiche e di Chimica” (mozione del 24 aprile 2004) e la conclusione di un lavoro che si riferisce alla conferenza dei Presidenti dei corsi di laurea in Medicina (maggio 2004): “In sostanza, non è accettabile in alcun modo l’inserimento di insegnamenti di Medicine alternative e complementari nel corso di laurea in Medicina” 1. Si tratta di posizioni che trascurano il semplice fatto che le medicine complementari (da altri chiamate anche “non convenzionali”), e tra queste soprattutto l’omeopatia, sono largamente utilizzate dalla popolazione e dai medici e quindi andrebbero più investigate e meglio conosciute. Sulla questione etica e legislativa è intervenuto anche il nostro gruppo con un lavoro pubblicato dalla rivista “Medicina e Morale” 2, con un intervento presso la Conferenza Nazionale degli Ordini dei Medici dei Terni nel 20023 e con un’articolata risposta al documento del CNB4.
Una delle accuse più frequentemente mosse all’omeopatia è di essere “irriducibile alle conoscenze scientifiche consolidate nella e dalla tradizione epistemologica occidentale” (CNB, 18 marzo 2005). Ma anche qui si cela un equivoco. Esiste infatti un criterio fondamentale che distingue la conoscenza scientifica da qualunque altra forma di sapere, criterio che consiste nell’uso del metodo sperimentale. Da questo punto di vista è chiaro che la scienza è fondamentalmente una e che non ha letteralmente senso pretendere di contrapporre alla scienza cosiddetta “ufficiale” un’altra scienza “alternativa”. Questo libro ne è un chiaro esempio, prima ed al di là della forza delle prove sperimentali: è noto che ogni scienza cresce col tempo e, spesso, con percorso accidentato. Va anche detto, per la precisione, che l’omeopatia ha avuto un’impronta sperimentale sin dall’inizio, rappresentando addirittura il primo esempio di ricerca sistematica degli effetti dei medicinali sull’uomo sano.
A fronte dell’acceso dibattito presente nel mondo sanitario e spesso anche nei mass-media, che tocca persino il “diritto di esistenza” dei medicinali omeopatici, ben venga quindi un lavoro di sintesi e di rassegna sull’argomento più “spinoso” e paradossale: quello della possibile azione farmacologica di soluzioni diluite al punto da non contenere più molecole del principio attivo originale.
Non si tratta di un’opera enciclopedica, quanto di un “reportage” dal banco di lavoro, principalmente volto a presentare organicamente i risultati del gruppo di ricerca indiano, per lo più sconosciuti al pubblico ma anche a gran parte degli “addetti ai lavori”, in quanto pubblicati su riviste molto specialistiche.
Il lavoro dei Sukul e dei loro collaboratori è unico nel suo genere, perché spazia dalla biologia molecolare alla clinica, dalla fisica atomica alla tecnica farmaceutica, senza dimenticare di far riferimento ai principi tradizionali e classici enunciati dai primi Maestri dell’omeopatia. In questa vastità di orizzonti stanno insieme il pregio ed il limite: da una parte l’utilità di una visione d’insieme e una consequenzialità che esaltano l’importanza delle singole scoperte, finalizzandole alla valorizzazione dell’intera omeopatia, dall’altra la difficoltà di risultare totalmente convincenti nei dettagli, mancando talvolta il nesso tra il risultato descritto – chiaramente importante e spesso clamoroso – e una esaustiva presentazione del metodo seguito per conseguirlo. Questo limite è comunque inevitabile per un’opera come questa, che si rivolge ad un pubblico di non-specialisti.
Oggi è possibile trattare l’omeopatia come una disciplina medica che ha una sua dignità, non solo storica ma anche biomedica e farmacologica, e quindi cominciare a comporre un mosaico di evidenze e di teorie coerenti, dalla figura affascinante e sempre più convincente. Il lavoro sperimentale dei Sukul, riportato in molte pubblicazioni scientifiche e compendiato in questo libro, fornisce molti tasselli a tale mosaico, perché aumenta notevolmente la mole di prove sperimentali in favore della realtà di un “effetto omeopatico”, evidenziabile in sistemi di laboratorio. Tuttavia, tale lavoro non si limita ad una serie di studi frammentati, piuttosto cerca di costruire una teoria più completa, integrando i dati nell’ambito di ipotesi fisiche e biochimiche di ampia portata.
In questa presentazione cercherò di fornire un quadro degli studi scientifici e delle ipotesi correnti, senza riassumere né ripetere ciò che riferisce chiaramente ed ampiamente il testo dei Sukul, ma collocando tale contributo in un contesto di problematiche che riguardano l’omeopatia e presentando risultati di altri gruppi di ricerca, che tale testo spesso trascura in quanto orientato principalmente al lavoro dei nostri due Autori. In tal modo ci si potrà fare un’idea più completa dell’argomento e valutare meglio anche alcuni evidenti limiti dell’opera dei Sukul, con la consapevolezza delle difficoltà tecniche che sono di fronte a chiunque si approcci all’investigazione dell’omeopatia, come avviene in ogni campo di frontiera.

La ricerca clinica
L’effettiva utilità clinica è il primo problema che si pone a chi si rivolge, con mente indagatrice e scevra da pregiudizi, all’omeopatia. Pare ovvio che, in assenza di qualsiasi prova attendibile della sua efficacia, sarebbe spreco di tempo e di energie addentrarsi nello studio del suo meccanismo d’azione. Il libro dei Sukul nella prima parte cerca di rispondere – positivamente – a tale domanda, portando alcune esperienze degli omeopati. Va detto con franchezza che le prove ivi riportate non corrispondono agli standard metodologici e qualitativi che oggi sono richiesti per la validazione dei farmaci. Sono quindi solo delle indicazioni, come dei suggerimenti, che indicano che l’omeopatia “potrebbe” essere efficace. Non è però né intenzione né scopo del libro quella di riportare una rassegna aggiornata sulla letteratura clinica in omeopatia.
Gli omeopati hanno da sempre svolto ricerca clinica, se non altro per affinare le conoscenze degli effetti dei medicinali, cercando nella cura del malato la controprova delle proprietà di medicinali scoperte nei soggetti sani. La letteratura omeopatica è vastissima, ma è anche difficilmente accessibile sia perché fatta da una serie di osservazioni frammentarie, sia perché pubblicata per lo più su riviste oggi non più in corso di pubblicazione. La ricerca condotta con criteri moderni ha cominciato a svilupparsi negli anni ‘70-‘80 del secolo scorso ed oggi ha una discreta diffusione ed accessibilità, sebbene ad un livello incomparabilmente ridotto rispetto a quella sui farmaci ufficiali. L’omeopatia trova ostacoli nella relativa piccolezza del mercato (di dimensioni inferiori ad 1/100 di quello dei farmaci convenzionali), nella non brevettabilità della maggior parte dei medicinali omeopatici unitari, nella mancanza di interesse – o persino nella perdurante opposizione - da parte del mondo accademico e nella mancanza di cattedre universitarie.
La ricerca clinica in omeopatia è complicata dal fatto che le dosi di medicina-le sono bassissime o persino inesistenti sul piano molecolare, cosa che spesso preclude l’analisi farmacocinetica. Tuttavia, l’ostacolo più grosso nella ricerca clinica in omeopatia – soprattutto in quella classica - è di ordine metodologico: è molto probabile che pazienti con la stessa malattia, ma con diversa storia, di-versa reattività vegetativa, diverso tipo costituzionale, diversa localizzazione dei sintomi, richiedano diverse prescrizioni.
Un’altra ragione della scarsità di ricerca clinica in questo campo sta nel fatto che nel corso della sua bicentenaria storia, l’omeopatia si è differenziata in molti filoni, alcuni dei quali alquanto distanti dalla metodologia classica hahnemanniana, e le Scuole omeopatiche hanno sviluppato vari approcci clinici e varie farmacopee (es.: diluizioni decimali o centesimali, formulazioni singole o in complessi, alte o basse diluizioni), cosicché è difficile valutare l’efficacia senza scendere in dettagli metodologici complessi. La letteratura che viene passata in rassegna come “omeopatica” spesso non distingue tra tutte queste diverse possibilità.
Gli studi clinici controllati (“trials”) condotti con criteri metodologici moderni sono entrati nell’uso in tempi relativamente recenti e consistono in qualche centinaio di pubblicazioni concernenti soprattutto le patologie dell’apparato vascolare e coagulazione, dell’apparato gastrointestinale, dell’apparato muscolo-scheletrico (inclusa la reumatologia), le patologie otorinolaringoiatriche e le sindromi influenzali, la chirurgia e l’anestesiologia, le patologie dermatologi-che, quelle neurologiche, quelle ostetrico-ginecologiche e le allergie.
In sintesi, si osserva che il trattamento omeopatico si è dimostrato efficace in molti studi clinici controllati, mentre altri studi hanno dato risultati negativi, indicando che l’omeopatia può essere trattata, dal punto di vista statistico, come altre forme di terapia. Alcuni Autori hanno messo in evidenza come la rigida applicazione del doppio cieco rischia di snaturare il metodo clinico dell’omeopatia, rendendo perciò la ricerca meno aderente a quella che è la reale pratica dell’omeopatia, che richiede un continuo “feedback” di informazioni dal paziente al medico curante.
I problemi metodologici, perciò, non possono dirsi ancora risolti in modo definitivo. Le più recenti rassegne e meta-analisi, inclusa quella di un Gruppo di Studio istituito appositamente dalla Comunità Europea, indicano che nel loro insieme tutte le ricerche fin qui compiute sono a favore di un effetto terapeutico dell’omeopatia, statisticamente distinguibile da quello di un placebo. Anche seguendo i criteri di giudizio più rigorosi e “prudenti”, si deve concludere che la probabilità che i risultati positivi finora riportati siano dovuti ad un effetto placebo “generalizzato” o ad errori della ricerca è sicuramente trascurabile. Un recente lavoro di meta-analisi pubblicato dalla rivista The Lancet che, contrariamente ai precedenti, sosteneva la equivalenza di omeopatia con placebo 5 è stato molto criticato perché ha preso in esame solo otto lavori, scelti in modo inappropriato 6. Un generale ripensamento metodologico sui trials clinici è in corso nella letteratura. Vari Autori sostengono, con buone ragioni, che nelle terapie “complesse” (come omeopatia ed agopuntura) è scorretto e non ragionevole considerare come variabili indipendenti (cosa che fa il metodo classico in doppio cieco) gli effetti “specifici” del medicinale e quelli “aspecifici” legati alla conduzione della terapia ed alle aspettative del paziente 7;8. un’adozione a-critica del trial clinico in doppio cieco potrebbe portare a risultati falsamente negativi.
È pur vero che la mole di lavori indiscutibilmente dimostrativi è comunque scarsa – anche perché sono moltissime le variabili nosologiche, metodologiche  e farmacologiche in gioco - e che mancano studi di conferma da parte di gruppi indipendenti, cosa che rende difficile raggiungere conclusioni certe e fare raccomandazioni sull’efficacia del trattamento omeopatico in una specifica patologia. A questo scopo, sarebbe necessario che i principali trials clinici pubblicati finora venissero ripetuti.
Anche il problema degli eventuali effetti avversi dell’omeopatia è stato già analizzato 9-12. Gli Autori hanno concluso che i medicamenti omeopatici in alte diluizioni, prescritti da medici esperti, sono probabilmente sicuri e non provocano importanti reazioni avverse. Secondo alcuni Autori, in una discreta percentuale dei casi (circa un quarto) si verifica il cosiddetto “aggravamento omeopatico”, vale a dire un aumento dei sintomi o una comparsa di sintomi pregressi, dovuti ad una reazione terapeutica dello stesso organismo 13, ma questa è controllabile se la terapia è seguita da medici esperti. Secondo altri 14, che hanno esaminato la letteratura dei trial clinici, l’aggravamento omeopatico è un evento molto più raro di quanto comunemente si ritenga.
Le ricerche cliniche finora disponibili sono sufficienti per sostenere che, se il paziente lo richiede, sia giustificabile un approccio omeopatico nella terapia di pazienti affetti da vari disturbi, sopra citati, particolarmente se tali condizioni cliniche non mostrano andamento velocemente progressivo. In ogni caso, il trattamento omeopatico non dovrebbe essere visto come “alternativo”, nel senso di “opposizione” a quello convenzionale, ma come un trattamento di primo livello, applicato con prudenza e razionalità, quando ne sussistano le indicazioni, almeno come ipotesi di lavoro.
Soprattutto, ed è ciò che più conta per il problema enunciato all’inizio a questa trattazione della materia, dall’esame della letteratura si deve concludere che l’omeopatia non equivale al “placebo”, come molti oppositori sono troppo frettolosamente portati a dichiarare. Pertanto, gli studi sul meccanismo d’azione dell’omeopatia sono non solo utili ma necessari, al fine di dare dignità scienti-fica a questa disciplina, di precisarne natura e limiti e di sfruttarne le potenzialità sperimentali per far avanzare le conoscenze scientifiche sull’uso dei farmaci.

Il “Simile”
Il “Principio dei Simili”, anche noto come “Principio di Similitudine” o semplicemente “il Simile”, costituisce un interessante esempio di come un’idea basilare atta ad orientare le scelte terapeutiche possa “affiorare” nella storia della Medicina in diversi Paesi ed in diversi contesti culturali. Nella sua forma più tradizionale, applicata dall’omeopatia ma risalente già ad Ippocrate, tale principio afferma che quando una sostanza è capace di indurre una serie di sintomi in un organismo sano, essa sarebbe anche in grado, in certe condizioni, di curare quegli stessi sintomi se applicata a bassa dose (“Similia Similibus Curentur”). Nelle sue versioni più scientificamente sviluppate, l’utilizzo del “simile” in ambito medico si collega alle pratiche della vaccinazione (prevalentemente a scopo preventivo) e della desensibilizzazione/induzione della tolleranza (prevalentemente a scopo terapeutico).
Il principale contributo di Hahnemann “assimila” le manifestazioni delle malattie spontanee alle manifestazioni di quelle malattie “artificiali” che si possono provocare e studiare mediante sperimentazioni sui soggetti sani. I sintomi, se ben individuati e raccolti in modo ragionato, sono l’espressione esterna del disordine interno indotto dal medicinale. La sperimentazione sul sano - che mette in luce gli effetti cosiddetti “puri” dei farmaci in quanto non influenzati dall’effetto terapeutico - consente di definire l’effetto del medicinale in modo molto fine e dettagliato, comprendendo tutte le molteplici manifestazioni che una certa sostanza è in grado di produrre, a livello fisico e psicologico; la farmacologia viene così enormemente raffinata in qualità. Allargando lo studio a molte e svariate sostanze chimiche o biologiche, si amplia la farmacopea dal punto di vista quantitativo, riuscendo a definire centinaia di diversi quadri sintomatologici caratteristici di diversi medicinali.
Quando i due versanti, le conoscenze derivanti dalla sperimentazione sul soggetto sano da una parte ed i sintomi del malato con la malattia naturale dall’altra, sono messi a confronto per la similitudine, si osserva che la “malattia” naturale è definita nel suo complesso con linguaggio e criteri analoghi a quelli che sono usati per definire gli effetti “puri” dei medicinali.
Secondo il “simile” hahnemanniano, il malato si trova in una situazione fisiopatologica di disregolazione tale per cui i suoi sintomi sono l’espressione di una attivazione/inibizione di determinati sistemi omeodinamici coinvolti nella malattia. Pertanto, per andare a “toccare” farmacologicamente quegli stessi sistemi e regolarli in senso terapeutico, è plausibile che si possa usare quel medicinale che nel sano provoca gli stessi sintomi. A fronte di un simile trattamento, il malato risponde in modo che il disordine viene reversibilizzato avviando un processo di guarigione integrato su diversi livelli.
Questo è il “cuore” dell’ipotesi di lavoro rappresentata dal metodo omeopatico, che non ha nulla di “magico” ma si fonda sulle regole dell’omeodinamica dei sistemi complessi. Infatti, per comprendere adeguatamente il possibile modo d’azione dell’omeopatia, è necessario inquadrare il problema all’interno di una concezione di patologia ad impostazione sistemica e dinamica, che trova molto sostegno nelle scoperte della scienza biomedica, pur non essendo (ancora) la veduta prevalente. 15,16.
La visione dinamica del processo patologico, cui è necessario riferirsi per collocare nella giusta posizione l’intervento medico, potrebbe essere così sintetizzata: la storia patobiografica dell’individuo, fatta di fattori predisponenti di tipo genetico e di incontri con i molteplici fattori patogeni, presenta continua-mente fasi reattive, lontane dall’equilibrio, nelle reti omeodinamiche locali e sistemiche. L’evoluzione di tali processi reattivi, nella maggior parte dei casi, termina con il raggiungimento spontaneo (auto-organizzazione) di nuovi stati d’equilibrio, descrivibili come attrattori fisiologici. Tuttavia, quando il danno è molto grave e/o non è rapidamente riparato, il sistema continua ad allontanarsi dall’equilibrio e provoca ulteriori danni (malattia acuta), oppure si sposta in un nuovo attrattore (malattia cronica).
In altre parole, la malattia “acuta” può guarire spontaneamente – anche se spesso a prezzo di marcati sintomi e di perdite di tessuto - perché appartiene allo stesso “bacino d’attrazione” della fase reattiva e dell’attrattore fisiologico, ma può costituire un momento critico in cui il sistema cambia il bacino di attrazione. La malattia cronica consiste sia in una forma di “adattamento”, cosicché il nuovo attrattore in sé è una forma di ordine con una certa stabilità energetica, sia in un “disordine” della gestione dell’energia, quindi delle comunicazioni e delle informazioni, un “blocco” del flusso informativo tra i nodi della rete locale e/o delle sue comunicazioni con le reti sistemiche. Essenzialmente per questi due motivi, la malattia cronica non può guarire da sola e, allo stesso tempo, è questo il punto in cui si può vedere un grande spazio per un intervento terapeutico basato sulla complessità dell’informazione sistemica (come quello omeopatico), piuttosto che per un intervento settoriale e meccanicistico (come quello allopatico).
Il risultato terapeutico del metodo omeopatico ha quindi una sua plausibilità scientifica e fisiopatologia che risiede essenzialmente nel principio di azione-reazione, evocato dallo stesso Hahnemann nei paragrafi 63 e 64 del suo libro Organon, dove egli torna sulla questione sostenendo che qualsiasi sostanza causa una certa alterazione nello stato di salute dell’essere umano per la sua azione primaria. A quest’azione primaria del medicamento, l’organismo oppone la sua forza di conservazione, chiamata azione secondaria o reazione, diretta a neutralizzare o compensare il disturbo arrecato dall’azione primaria. Il principio d’azione-reazione evocato è uno dei pilastri della fisiologia e della biochimica. Pertanto, non si capisce perché non dovrebbe essere valido anche in farmacologia.
La ricerca delle basi scientifiche del principio di similitudine, almeno per quanto riguarda le sue applicazioni biologiche, può essere facilitata dalla formulazione di ipotesi di lavoro e modelli razionali. A questo proposito abbiamo proposto che questo principio, nella sua accezione fondamentale, possa essere ricondotto al principio della “inversione degli effetti”: 17-19 stimoli farmacologici o di altra natura (es. regolazioni biofisiche o psicologiche) possono determinare su un sistema omeostatico complesso (cellula, organo, organismo) effetti inversi o paradossali (rispetto all’effetto previsto o atteso) qualora siano modificati o la dose dei farmaci stessi, o l’intensità e la durata dello stimolo (es.: apparente danno nel breve periodo, riattivazione e cura a tempi lunghi), o le modalità di preparazione e di somministrazione, o la sensibilità e suscettibilità dello stesso sistema trattato (es. stimolazione di una funzione nel sistema normale, inibizione o rallentamento nel sistema già attivato o stressato).
Questa espressione del principio di similitudine può essere utilizzata come definizione operativa di un’ampia serie di fenomeni che vanno dal livello cellulare a quello clinico, fenomeni le cui basi comuni possono essere ritrovate nella versatile adattabilità dei sistemi fisiologici e biologici.
Anche se con essa non si può ritenere di aver incluso tutti i problemi posti dall’utilizzo terapeutico del “simile”, si ritiene di poter gettare le basi per una comprensione dei suoi meccanismi fondamentali, che non sono né “omeopatici” né “convenzionali”, essendo iscritti nella natura degli esseri viventi e nel modo con cui essi rispondono ai trattamenti farmacologici.

La questione delle diluizioni/dinamizzazioni
Poiché uno dei principali argomenti in discussione nella teoria omeopatica riguarda proprio la possibilità che esistano azioni farmacologiche in assenza di molecole, il tema delle alte diluizioni omeopatiche si collega ai temi di biofisica dell’acqua e di elettromagnetismo, già trattati da noi in altra sede 19 e oggetto principale del lavoro che presentiamo.
Affinché si possa accettare che il medicinale omeopatico ultra-diluito agisca con meccanismo biofisico, bisogna affrontare le seguenti due questioni fondamentali:
a) Può un solvente, quale acqua o una soluzione idroalcolica, incorporare e mantenere qualche forma di ordine o organizzazione che sia veicolo di informazioni in assenza del soluto originario? In altre parole: esiste la famosa “memoria dell’acqua”? E se esiste, come eventualmente la si può spiegare?
b) Ammettendo che ordine e informazione possano essere incorporate e mantenute nelle soluzioni altamente diluite, in quale modo possono interagire con il livello biologico? In altre parole: in che modo l’organismo legge e recepisce tali proprietà del rimedio omeopatico e le utilizza in senso regolativo?
Alla prima questione rispondono soprattutto le ricerche di laboratorio, per la seconda è necessario integrare le conoscenze sul medicinale omeopatico con quelle sulla sensibilità biologica e le regolazioni sistemiche dell’organismo vivente.
A nessuno può sfuggire che solo se tali domande avranno una risposta convincente, si potrà affermare l’esistenza di basi scientifiche dell’omeopatia delle alte diluizioni. Cercheremo di accennare alle sperimentazioni ed alle ipotesi proposte per spiegare il possibile effetto biologico di tali preparazioni, che sono sicuramente molto utili per integrare quelle proposte da questo libro dei Sukul.
Negli ultimi anni vi sono stati molti tentativi di affrontare lo studio dei medicinali omeopatici con esperimenti fatti su colture cellulari e su piante, oppure su animali da esperimento. Il lavoro dei Sukul a questo proposito è molto significativo sia quantitativamente sia qualitativamente, ma non essendo un lavoro di rassegna non comprende molti altri interessanti studi, che per completezza noi quei citiamo in bibliografia 20-39.
Tra le varie scoperte derivanti dagli studi su animali, che sono riportate dai Sukul, ci pare importante sottolineare quelle che evidenziano un chiaro effetto del medicinale omeopatico sul sistema nervoso centrale. Tali osservazioni, in accordo anche con altri recenti studi su animali 40 e sull’uomo 41;42, indicherebbero che il rimedio agisce su sistemi di controllo “centrali” e quindi “sistemici” e non (solo) su singoli bersagli molecolari, cellulari o tessutali e ciò rafforzerebbe le vedute sistemiche dell’effetto omeopatico 43-48.
I principali studi di laboratorio riguardano cellule del sistema immunitario e del sangue. Uno dei campi dove i fenomeni di similitudine e di infinitesimalità sono stati maggiormente indagati è quello della regolazione dei basofili e delle mastcellule, che sono cellule fondamentali dell’infiammazione acuta. 49-52. Due gruppi di ricercatori non sono riusciti a riprodurre l’effetto di alte diluizioni di IgE53,54. Tuttavia, secondo Benveniste, questi studi che apparentemente hanno sconfessato i suoi risultati erano soggetti ad alcuni errori metodologici e statistici 55. L’inibizione della “degranulazione” dei basofili è stata ottenuta dal gruppo di Belon/Sainte-Laudy anche con alte diluizioni/dinamizzazioni della stessa istamina pura, cioè con diluizioni/dinamizzazioni omeopatiche. Questi risultati sono stati riprodotti molte volte nel corso di oltre dieci anni da diversi laboratori 56-64 tranne che da uno 65, che ha osservato un effetto della soluzione 10-22 moli/l ma non della soluzione 10-34 moli/l. Tale modello sperimentale è stato quindi molto fruttuoso e può ritenersi particolarmente consolidato e credibile, anche se, al pari di molte ricerche in questo campo, vi sono dei fattori metodologici e tecnici, ancora sfuggevoli che impediscono la riproducibilità completa del fenomeno in diversi laboratori.
Vi sono anche altri filoni di ricerca, su leucociti, fibroblasti e cellule vegetali, ma non è questa la sede di una completa rassegna, riportata, almeno fino al 2002, su un nostro libro 19 e comunque ormai reperibile per gli anni più recenti nella banche-dati internazionali.
Alla luce delle prove cliniche, ma soprattutto di quelle biochimiche e biologiche, risulta quindi sempre più rafforzata la conclusione che l’effetto di soluzioni altamente diluite, sia reale, non quindi frutto di suggestione o di artefatti. Permangono indubbiamente delle controversie metodologiche e difficoltà nella replica dei risultati, ma non tali da cancellare la grande serie di evidenze in favore del “fenomeno omeopatico”. Anche per questo il lavoro sperimentale e le ipotesi esplicative proposte dai Sukul sono preziosi ed attuali, in quanto con-sentono di rivedere un’ampia porzione di tali problematiche in modo integrato e organizzato.
Molti Autori si sono cimentati nel tentativo di formulare delle spiegazioni sulla natura fisico-chimica del medicinale omeopatico quando si entra nella fascia delle alte diluizioni. In estrema sintesi, la maggior parte delle vedute converge sull’idea che esista una informazione non-molecolare (o meglio “meta-molecolare”) legata alla struttura del solvente (acqua o miscele di acqua ed alcol) e che questa possa interagire per risonanza con dei sistemi di regolazione biofisici operanti nell’organismo. Ogni livello della gerarchia organizzativa dell’organismo (molecolare, cellulare, organico, sistemico) possiede un caratteristico spettro di oscillazioni elettromagnetiche endogene originanti dai vari processi metabolici ed elettrofisiologici. Interazioni di risonanza intra-livello ed inter-livello devono avvenire per mantenere il funzionamento armonico, fornendo una correlazione tra i vari processi. La risonanza è una proprietà dei sistemi capaci di oscillare ad una determinata frequenza quando posti in relazione (ottica, acustica, meccanica) con altri sistemi aventi frequenze simili di oscillazione. Le frequenze risonanti stabiliscono un certo tipo di interazione tra oggetti che hanno lo stesso periodo (o multipli di esso - armoniche) cosicché il moto di un oggetto influenzerà quello dell’altro senza un contatto materiale e diretto.
Lo studio dell’acqua costituisce un grosso capitolo della fisica. Nonostante le conoscenze su questa straordinaria sostanza siano ben lungi dall’essere complete, quanto attualmente si sa consente, quanto meno, di non poter escludere che essa funga da deposito e trasmettitore di informazioni biologicamente significative. Nel libro dei Sukul viene presentata un’ampia serie di prove sperimentali e di teorie fisiche a sostegno della possibilità che le molecole d’acqua e di etanolo, tipici solventi dei medicinali omeopatici, siano “connesse” in una specie di rete dinamica che possa codificare l’informazione necessaria ad atti-vare i processi biologici, probabilmente a livello della membrana cellulare. Il modello si riallaccia a precedenti lavori 66-68 secondo i quali la “memoria dell’acqua” sarebbe basata sulla formazione di aggregati di molecole d’acqua in forma di “clatrati” o “cluster”. Si intende per clatrati, dal latino “clathrus” (= inferriata), delle formazioni cave che verrebbero ad assumere le molecole d’acqua con una disposizione a rete, ripiegata attorno ad una nicchia interna.
La possibilità di formazione di cavità in liquidi è universalmente accettata. Nell’acqua, le molecole possono allinearsi in forme pentagonali o esagonali grazie a legami idrogeno. A loro volta, varie conformazioni poligonali possono costruire, in certe condizioni (agitazione o sonicazione del liquido), figure geometriche complesse, cave al loro interno 69-71. Un certo numero di molecole del composto originale verrebbe circondato, una volta sciolto nell’acqua, da un maggior numero di molecole d’acqua che formano come un piccolo guscio, una nicchia. Una simile nicchia potrebbe avere stabilità anche se il composto originale viene espulso dalla nicchia stessa. Quindi, con continue diluizioni e succussioni, comincerebbero a formarsi clatrati vuoti all’interno, i quali a loro volta potrebbero divenire il nucleo per la formazione di altri clatrati, sempre con lo stesso schema originale.
Il modello dei clatrati è interessante in quanto consentirebbe di spiegare come “aggregati” di molecole d’acqua possano divenire il mezzo di trasmissione dell’informazione. Tuttavia, bisogna ammettere che ancora non esiste una base fisica per spiegare la permanenza di tali aggregati, in forme definite, per un tempo sufficientemente lungo. L’ipotesi corrente è che si verifichino processi di auto-organizzazione (eventualmente “guidati” dal soluto) e che questi “aggregati” di molecole di acqua (o acqua ed etanolo) riescano a mantenere, anche in modo dinamico (vale a dire sciogliendosi, riformandosi e riorganizzandosi) traccia della struttura originale. L’acqua, in altre parole, non va vista come un liquido “amorfo, ma come un sistema “intelligente”, vale a dire capace di auto-organizzazione e di modifiche adattative e dinamiche, secondo le condizioni fisiche (temperatura,  elettromagnetismo, pressione, ecc.) e chimiche (presenza di soluti, legame a macromolecole strutturali, formazione di specie radicaliche, ecc.).
A riprova delle difficoltà che i ricercatori incontrano in questo campo, va anche notato che le analisi spettroscopiche finora eseguite direttamente sui medicinali omeopatici (risonanza magnetica, fluorimetria, assorbimento della luce, ecc.), del tipo di quelle riportate nel capitolo 3 di questo libro, non sono di una forza dimostrativa tale da risultare del tutto convincenti e indiscutibili. Di fatto, come anche riportano gli stessi Sukul, altri autori con le stesse metodiche non sono stati in grado di evidenziare i segni di una “diversità fisica” delle soluzioni diluite e “dinamizzate”. Fondamentalmente, si torna anche qui alla questione della riproducibilità: se prove apparentemente simili (ma è impossibile ripetere esperimenti assolutamente identici nei particolari) forniscono risultati diversi, a quale si deve “credere”? Ma, così posta, la questione trascura il fatto che la scienza raramente fornisce certezze inconfutabili e perenni, essa piuttosto  è il campo dell’osservazione del fenomeno nuovo, dell’ipotesi, dell’esperimento, della nuova teoria, la quale si consolida (o si indebolisce fino a sparire) solo col tempo. La questione è quindi ancora molto aperta a nuove ricerche e ci si approssima alla verità per piccoli passi.
Un diverso approccio alla biofisica dell’acqua, e quindi dell’omeopatia, è stato seguito da un gruppo di fisici dell’Istituto di Fisica Nucleare milanese (E. Del Giudice, G. Preparata e collaboratori), il cui lavoro non è riportato nel testo dei Sukul, ma merita ugualmente di essere conosciuto. Gli Autori si riallaccia-no alle teorie dell’Elettrodinamica Quantistica (Quantum Electro-Dynamics: QED), che sono state pienamente stabilite sperimentalmente nel corso della seconda parte del XX secolo 72;73. L’idea basilare di questa riconsiderazione della QED nella materia condensata, liquida e solida, è che insiemi macroscopici di identici sistemi microscopici al di sotto di una certa temperatura (temperatura critica) ed al di sopra di una particolare densità (densità critica) si comportano in un modo completamente diverso da un insieme di oggetti microscopici tenuti insieme da forze elettrostatiche di corto raggio d’azione, come ora viene universalmente ritenuto. Questi “regimi coerenti”, che sono stati chiamati “Stati Fondamentali Coerenti” (Coherent Ground State: CGS), sono la conseguenza rigorosa delle equazioni dinamiche della Teoria Quantistica dei Campi, come la QED, e danno un quadro completamente nuovo della materia condensata. Si dovrebbe notare che il livello incredibile di coerenza ed armonia tra materia e campo stabilito all’interno del dominio di coerenza dalle interazioni elettrodinamiche consente un modo completamente nuovo di interazione tra tale sistema collettivo ed i campi elettromagnetici esterni ed in particolare uno scambio efficiente di informazione basata sulle frequenze di oscillazione, tra i CGS di sistemi differenti. Gli Autori 73-77 riferiscono di aver scoperto suggestive proprietà superconduttive dei “Domini di Coerenza” (CD) dell’acqua, tali da renderli sistemi capaci di immagazzinare informazione in forma di frequenze, diventando allora impermeabili agli effetti disorganizzanti della temperatura.
Esistono evidenze che qualcosa di simile sia effettivamente operativo nella realtà fisica e biologica: è stato mostrato che l’irradiazione di una soluzione fisiologica con onde elettromagnetiche nel range delle microonde (non-termiche) modifica la capacità della soluzione di influenzare l’apertura e chiusura dei canali ionici di membrana. Anche dopo la fine del periodo di irradiazione, l’acqua mantiene le proprietà acquisite 78-80. Ciò suggerisce che gli effetti dei campi elettromagnetici sulle strutture biologiche potrebbero essere mediati da modificazioni nella strutturazione del solvente (in questo caso l’acqua). Gli Autori citati parlano esplicitamente di un fenomeno di “memoria” elettromagnetica dell’acqua.
Recentemente, altri risultati sperimentali, non riportati in questo libro, si sono aggiunti. Il gruppo di Vittorio Elia dell’università di Napoli ha condotto una notevole serie di analisi chimiche sulle diluizioni omeopatiche adoperando varie tecniche: calorimetria isoterma, pHmetria, conducibilità  elettrica e misure di forza elettromotrice di celle galvaniche per la determinazione del coefficiente di attività di NaCl aggiunto 81-85. Da questi studi si può affermare che esiste una differenza misurabile tra i parametri chimico-fisici  relativi al solvente acqua ed alle diluizioni omeopatiche la cui composizione chimica è notoriamente quella dell’acqua pura. Le differenze sono permanenti nell’arco di due tre anni dalla preparazione, con una tendenza all’incremento nel tempo. Gli Autori attribuiscono tale differenziazione tra solvente e diluizioni omeopatiche alla formazione di aggregati molecolari di molecole di acqua che alterano la struttura sovramolecolare dell’acqua, innescate dal processo di dinamizzazione. In altre parole una diluizione omeopatica è rappresentabile come una soluzione acquosa il cui soluto è formato da molecole di solvente organizzate diversamente  dal solvente di partenza.  Questo nuovo soluto lo si potrebbe definire un “soluto fisico” per sottolineare la sua composizione chimica identica a quella dell’acqua, ma la cui diversa organizzazione molecolare lo porta a differenziarsi dal solvente.
Lungi dall’aver chiarito o dimostrato inequivocabilmente la base fisica dell’omeopatia, ed ancora in attesa di una esaustiva dimostrazione sperimentale della loro validità, le teorie fisiche come quella dei “cluster” e dei “domini di coerenza” rendono quanto meno plausibile l’ipotesi che l’omeopatia delle alte diluizioni abbia una consistente base fisico-chimica. In tal senso, il libro dei Sukul fornisce ulteriore spessore a questa posizione, pur non fornendo certamente “la” spiegazione definitiva e indiscutibile del fenomeno.

Prospettive
La principale difficoltà dell’omeopatia, evidente quando utilizza medicinali in alte diluizioni, è costituita dal fatto che essa apparentemente contraddice il modello biomedico dominante, che è quello biochimico-molecolare. In una preparazione omeopatica, poche o nessuna molecola di medicinale sono presenti e quindi non si riesce a capire, con le conoscenze farmacologiche attuali, come una tale preparazione possa avere effetto.
Tuttavia, sta emergendo dalle frontiere della scienza, soprattutto dalla fisica quantistica e da teorie e ricerche matematiche ancora non sistematizzate, una nuova visione della materia e della vita, più compatibile col possibile “modus operandi” dell’omeopatia. Gli organismi sono visti come sistemi dinamici altamente regolati e complessi, che mostrano una caratteristica meta-stabilità attorno a certi livelli omeostatici. Tale meta-stabilità è fatta da continue oscillazioni, ritmi, network, amplificazioni e cicli di retroazione. I sistemi viventi sono “sospesi” tra ordine e caos, partecipano di queste due fondamentali caratteristiche della materia e le sfruttano in modo finalisticamente orientato alla sopravvivenza. Ordine e caos si ritrovano a tutti i livelli dell’omeostasi, dalle molecole alla psiche e non si vede come tali nuove prospettive non possano avere un peso anche nei nuovi orientamenti della medicina. La teoria, la metodologia e la tecnologia della medicina sono sempre state strettamente connesse alle teorie scientifiche generali ed alle situazioni socio-economiche del tempo.
L’omeopatia torna a rivivere nell’epoca attuale, che vede un vertiginoso aumento di conoscenze scientifiche accompagnate dalla consapevolezza di una sostanziale indeterminatezza del reale. Ciò non equivale, come molti sono portati a credere, al ricorso a paradigmi meta-fisici o esoterici per sfuggire all’angoscia del caos ed alla sfiducia nel sistema sanitario moderno. E’ invece più verosimile che buona parte del successo dell’omeopatia dipenda proprio dai suoi antichi presupposti, che sono insieme realistici nella teoria ed empirici nei contenuti.
L’omeopatia rappresenta quindi un tentativo di approccio alla regolazione bioenergetica dell’organismo umano, utilizzando una interfaccia fisico-biochimica dovuta alla estrema sensibilità dei sistemi biologici a questo tipo di regolazioni. Il punto forte del metodo consiste nel fatto che si cerca di raggiungere il massimo grado di specificità dell’intervento regolatore esogeno. Come già precedentemente avanzato, le dosi efficaci sono tanto più basse quanto più specifico è uno stimolo e quanto più sensibile è il sistema in oggetto. Ammettendo che un’informazione sia contenuta in forma meta-molecolare nel rimedio omeopatico, tale informazione potrebbe agire in modo meta-molecolare anche sul sistema bioenergetico in oggetto.
Un altro “segreto” dell’omeopatia è che essa si rivolge a tutto l’essere umano, prendendo in considerazione massima i sintomi di tipo psicologico e quelli peculiari di ogni individuo (individualizzazione). Facendo così, essa raggiunge un alto livello di specificità, perché è ormai noto a tutti che la risposta ai medicinali può variare in base alle caratteristiche dell’individuo stesso.
La razionalità scientifica non solo non contrasta con l’omeopatia, ma la pone come una delle frontiere della farmacologia moderna. Per l’accettazione generale di questo principio, però, non basta qualche ipotesi sperimentale e qualche evidenza di farmacologia paradossale, serve un cambiamento più profondo nel-la considerazione della natura delle malattie. Se la visione prevalente rimane quella di un difetto locale o molecolare di qualche meccanismo organico, l’unico approccio è quello di cercare di modificare quel meccanismo (farmaco-logicamente, geneticamente, chirurgicamente,…). Se invece la malattia è vista come un disordine sottile, complesso, sistemico e dinamico (e questa è la natura della maggior parte delle malattie odierne e in ogni caso del disordine che sempre accompagna anche le malattie apparentemente “semplici” nel loro meccanismo prevalente), l’opzione di cercare una regolazione sottile, complessa, sistemica e dinamica sfruttando il principio del “simile” diviene una possibilità effettiva.
Il “simile”, trasferito sul piano operativo mediante l’uso dell’analogia tra i sintomi del paziente e quelli patogenetici del medicinale, diviene un principio “euristico” vale adire un sistema per trovare il medicinale che, almeno in via ipotetica, potrebbe essere in grado di evocare risposte autoorganizzative teleonomiche in un sistema complesso quando non si possono controllare singolarmente i molteplici fattori patogenetici in gioco. Il ricorso a “principi” e “analogie” piuttosto che a “certezze matematiche” non è un salto nel buio, ma un modo ragionevole di affrontare l’incertezza che accompagna la scienza e l’arte della medicina. Si tratta di un percorso metodologicamente già tracciato, grazie al lavoro degli omeopati, che attende di essere consolidato e perfezionato.
La farmacologia tradizionale punta alla modifica precisa e controllabile di un meccanismo, di un insieme cellulare, di un organo. Il metodo basato sul “simile”, invece, punta all’organizzazione dei sistemi complessi, dove ciò che conta è l’integrità del progetto, la teleonomia, la regolazione dinamica.
Riduzionismo ed integrazione hanno ciascuno dei vantaggi e degli svantaggi, certamente nessun approccio può dirsi esaustivo e può pretendere di escludere l’utilità dell’altro. L’omeopatia deve rinunciare alle “certezze” del riduzionismo scientifico galileiano, ma ritrova la scienza a suo supporto nella teoria dei sistemi dinamici, insieme agli sviluppi della biofisica e degli studi clinici, che stanno dando un forte contributo alla rivalutazione dell’omeopatia come metodo terapeutico. Certamente, si prende coscienza anche della difficoltà di agire in un campo dove molte “certezze” vengono a mancare e per ora bisogna affidarsi a “principi” dal valore orientativo e molto generale. Al letto del paziente, comunque, in questo modo l’intervento/missione del medico conserva una grande componente intuitiva e “artistica”, come in ogni disciplina medica. 86
Il testo interesserà sicuramente i cultori di omeopatia, tra cui mi auguro contribuisca a far crescere la passione per la ricerca scientifica, che è altrettanto necessaria quanto una buona pratica clinica. Ma il testo merita di essere conosciuto anche da chi, utilizzando la medicina tradizionale, vuole ampliare i propri orizzonti attingendo a fonti documentate.
È giunta l’ora che la medicina che si definisce scientifica cessi di considerare l’omeopatia con sufficienza, pregiudizio o persino disprezzo, per vederla finalmente nel ruolo di una disciplina sperimentale, con sue peculiari potenzialità nella cura delle malattie umane, veterinarie e probabilmente anche dell’ecosistema. Nonostante la sua antichità storica, l’omeopatia si ripresenta oggi come un campo emergente della medicina, che merita di essere più conosciuto nella didattica medica e soprattutto più sostenuto nella ricerca scientifica. Questo libro è un passo avanti verso una medicina unita ed integrata.


Prof. Paolo Bellavite

 


Farmacologia delle alte diluizioni  Nirmal Sukul Anirban Sukul  Salus Infirmorum
 
Farmacologia delle alte diluizioni
Studi biochimici e fisici sul medicinale omeopatico

Nirmal Sukul, Anirban Sukul



allegati  Indice del libro     allegati  Scheda libro     allegati  Presentazione    


Scritto da Giorgio
Valutazione: 

Molto interessante.





CATEGORIE LIBRI


I clienti che hanno scelto questo prodotto hanno acquistato anche...