Celiachia, Intolleranze, Allergie Alimentari

800 ricette naturali senza glutine, uova, latte vaccino, lievito

 
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Dagli antipasti ai dessert, 800 ricette per una tavola equilibrata e un'alimentazione naturale a misura della salute.

La scienza ha ormai dimostrato l'importante ruolo che allergie e intolleranze alimentari rivestono in molte patologie come la celiachia o intolleranza permanente al glutine (malattia molto diffusa, ma raramente diagnosticata) che, se trascurata, può provocare danni anche molto gravi all'organismo.
Celiachia, intolleranze, allergie alimentari nasce proprio per chi, affetto da intolleranza o allergie, desidera gustare pietanze deliziose a base di ingredienti biologici che restituiscano equilibrio e forza al proprio organismo. Preparazioni senza glutine e senza proteine del latte vaccino, uova, maiale, zucchero bianco, lieviti ecc., vi aiuteranno a seguire le indicazioni dell'omeopata, dell'omotossicologo e dei test praticati.

Finalmente anche voi potrete assaporare un trancio di pizza, un cremoso gelato e dei soffici bigné.

Troverete inoltre: teorie di orientamento per una sana alimentazione, indicazioni sui metodi di cottura e gli utensili da adoperare, tante informazioni utili circa le allergie e le intolleranze alimentari e per una sana alimentazione.

La celiachia non diagnosticata riguarda circa 550.000 individui in Italia. Asma, ipertensione, artrite, diabete, calcolosi, linfomi e molti altri disturbi possono essere correlati a allergie e intolleranze alimentari.


Celiachia, Intolleranze, Allergie Alimentari  Teresa Tranfaglia   Macro Edizioni
 
Celiachia, Intolleranze, Allergie Alimentari
800 ricette naturali senza glutine, uova, latte vaccino, lievito

Teresa Tranfaglia



torna suEstratto Capitolo 1

CAPITOLO 1 - Allergie e intolleranze alimentari

1.1 Un’esperienza per caso
Nel 1986 nacque la mia seconda figlia: un parto un po’ difficile, una lussazione a una clavicola della piccola, ma, tutto sommato, niente di particolare da segnalare. Mi venne detto di avere poco latte e che dovevo aggiungere latte in polvere. Qualcosa mi suggerì di fare di testa mia, di lasciare, cioè, che la bimba succhiasse fino al punto da farmi produrre maggiore quantità di latte. Così fu. Fino a nove mesi e mezzo prese il latte del mio seno ed era splendida. Qualche problema era emerso nel primo mese proprio per l’aggiunta del latte in polvere, che rifiutava categoricamente; poi un altro problema, definito serio, lo ebbe a due mesi (bronchiolite virale), ma con il mio latte, risolse quella situazione e altre che le si presentarono. Dopo la prima vaccinazione, si intensificarono muchi e asma. Le cose divennero difficili quando mi fu imposto di toglierle il mio latte, perché i medici sostenevano che non avesse più sostanze nutritive; inoltre ciò si rendeva necessario per costringere la piccola a mangiare, cosa che sembrava lei non accettasse. Mi lasciai convincere. Dopo solo venti giorni eravamo al Policlinico di Napoli “Federico II”.
Le diarree continue e i malori disperati della piccola indussero i medici a praticarle di tutto: colonoscopia, scintigrafia epatica, TAC cerebrale e addominale con mezzo di contrasto, per escludere la diagnosi sospetta di un neuroblastoma (l’esame delle catecolamine urinarie risultava alterato), prova d’assetamento, esami ematici, batteriologici ecc. Alla fine di un lunghissimo ricovero, uscimmo dal Policlinico con tale diagnosi descrittiva: intolleranze alimentari multiple; la dieta, che ancora tremo a ricordare, era la seguente: amido di mais crudo e sei liofilizzati di agnello al giorno. La bimba stava sempre peggio. Seguì dunque, un altro ricovero per effettuare una biopsia duodenale perorale, con prelievo di un campione di succo duodenale, che avrebbe dovuto dirci un po’ di più circa le condizioni del suo intestino. Dal prelievo risultò una modica infiltrazione eosinofila e mononucleare e normale morfologia dei villi; l’esame microbiologico del succo duodenale riportò una carica di 10 alla quinta CFU/ml con presenza di lattobacilli, Stafilococco coag.+ acinetobacter. Non fu possibile accertare una celiachia sospettata perché mia figlia non stava assumendo glutine.
Questa volta, i pediatri del Policlinico decisero per lei una dieta “non dieta”: un idrolisato proteico 12,5% + olio MCT + Aminogram minerale. L’idrolisato proteico era costosissimo, per il fabbisogno della bimba superava le 150.000 lire giornaliere. Esso era costituito da maltodestrine e amminoacidi.
In seguito l’idrolisato proteico che la bimba doveva assumere ogni 2-3 ore, anche di notte, ci fu garantito dall’ASL. I suoi problemi metabolici compresi “poliuria” e “polidipsia” continuavano e ogni tentativo “tradizionale” di alimentarla falliva. Le cose non cambiarono per lei, fino a due anni e mezzo; anzi il suo sistema immunitario perdeva sempre più colpi: bronchiti, asma, broncopolmoniti, febbricole, diarree e stipsi erano costantemente presenti. Eczema atopico, iperammoniemia e fotosensibilità coronavano la scena, ma ciò che maggiormente mi preoccupava era il suo repentino cambiamento di “umore” o, per essere più esplicita, di “natura”. A momenti si “snaturava”, era cioè irriconoscibile, sia per il colore della pelle, sia per ciò che le vedevo segnato nel volto: la invadevano all’improvviso veri e propri disturbi della coscienza con stati confusionali sempre preannunciati da problemi vasomotori; sembrava che mi attraversasse con lo sguardo, come se non mi riconoscesse; in più si attaccava a me come una ventosa e cominciava a darmi pizzicotti sulle braccia e non si fermava continuando per ore quel contatto per me indecifrabile; altre volte la vedevo a terra che cercava di raggiungermi strisciando dichiarandomi la necessaria urgenza di attaccarsi al mio corpo e iniziare “l’indispensabile” pratica dei “pizzichilli”. In cartella medica è stato sottolineato: “Alterazione della capacità di orientamento spazio-temporale, meteorismo addominale, alitosi, epatomegalia”. Più tardi una malattia reumatica con glomerulonefrite completò il quadro. Consultammo telefonicamente vari reparti di pediatria, dei policlinici consigliatici, per avere un supporto in quella situazione disperata. Molti problemi chiudevano le porte alla soluzione della malattia, in particolare le sue alterate risposte alle penicilline e altri antibiotici. Reazioni quali edemi della glottide, shock anafilattico, problemi vasomotori e di termoregolazione erano le temute risposte alle cure che, in quelle condizioni, avrebbe necessariamente dovuto fare.
Eravamo disperati, in quella occasione mio marito e io comprendemmo alla lettera cosa vuol dire “battere la testa contro il muro”. Fu allora che un’amica, Rosanna Vitola, ci suggerì di provare la medicina omeopatica, di cui sapevamo praticamente… niente.
La bimba fu visitata dall’insigne prof. Negro e poi affidata allo scrupoloso e affettuoso dottore Gianni Merolla. A noi pareva assurdo che quattro zuccherini insignificanti potessero risolvere una situazione tanto grave. Prima di allora eravamo abituati a pensare che quanto più le cure fossero dolorose e pesanti, tanto più i risultati potevano essere efficaci. Con enorme diffidenza (e, preciso, solo per disperazione!! visto che non potevano somministrare alla piccola null’altro che cortisonici) iniziammo la cura dolce consigliata dagli omeopati. Le cose andarono bene, la bimba guarì.
I controlli ematici e delle urine, eseguiti scrupolosamente in ospedale dall’attento nefrologo dott. L. Martucciello, ci garantivano che gli “zuccherini” funzionavano.
Confesso che pensammo a un miracolo, anche se, per scaramanzia, continuammo, nel tempo, a usare questa medicina per ogni problema che si presentava in famiglia.
Spesso mi dicevo: “Dovrei informarmi di più, voglio capire se davvero mia figlia è guarita per miracolo o se gli zuccherini funzionano”.
Iniziai a pormi delle domande circa l’ambito che meglio credevo di conoscere: la cura della medicina ufficiale o allopatica. La prima domanda che mi posi fu: «Cosa ha, in realtà, a disposizione questa medicina ufficiale per guarire mia figlia?». Antibiotici, e mia figlia molti non li poteva usare e, comunque, fanno male a tutti; cortisonici, e la piccola ne aveva fatto un uso abbondante senza che la sua malattia fosse regredita; antinfiammatori, antistaminici, e neppure quelli avevano portato a una qualche soluzione definitiva; antidolorifici, ma negli allergici si sa che possono solo causare danni; immunosoppressori, chemioterapia, radioterapia, ne avevo solo sentito parlare, e sapevo che avevano controindicazioni serie e grazie a Dio la piccina non ne aveva bisogno.
Forse quei “dottori delle palline dolci” (così li chiamava la piccola) davvero avevano il rimedio mirato e innocuo per i problemi della povera gente?
Forse la guarigione dalla malattia reumatica non era stato un “miracolo”?
E, in termini più cinici, mi dissi: “Male che vada, se non la guariscono, almeno non l’ammazzano”.
Oggi sappiamo che il “miracolo” è garantito. In casa non abbiamo più antibiotici, cortisonici, antistaminici, macchinette per l’aerosol, antidolorifici ecc. Usiamo “zuccherini”, gocce omeopatiche e, di rado, iniezioni omeopatiche; anche molti dei nostri parenti, perfino quelli più restii a credere che un po’ di “acquetta” e tre “palline dolci” potessero dare esiti nel campo della salute, oggi le utilizzano soddisfatti. Superato lo scoglio della malattia reumatica, restava da affrontare il problema alimentare.
Mia figlia, come diceva la diagnosi del II Policlinico di Napoli, aveva intolleranze alimentari multiple. Di certo, però, non poteva vivere d’idrolisato proteico a vita.
Ricordo che, quando compì il suo secondo compleanno, un caro amico, (oggi anche maestro shiatsu), Giovanni Mascia, laureato in architettura, le costruì una bellissima torta di cartone molto ben colorata e decorata. All’interno, inserimmo un bel giocattolo e, sulla base, le due candeline che la bimba felice spense. Quel giorno giurai che il suo terzo compleanno non sarebbe stato così e che qualcosa da mangiare, compatibile con il suo organismo lo avrei trovato a tutti i costi.
Mi ripetevo spesso, anche quando amici medici provavano a dissuadermi dal fare prove alimentari, che un qualche alimento per lei doveva per forza esistere! Mi dicevo: «Io non so cosa può mangiare, ma di sicuro a questo mondo esiste qualcosa anche per lei e devo scoprirlo».
E invece tutte le prove fallivano, dalla mela grattugiata con lo zucchero, al riso bollito con zucchero, dalla pastina alla pera e, perfino, la soia ecc…
Ci sconsigliavano di andare oltre tali prove, visto che la bimba reagiva male perfino a tali innocenti alimenti.
Non ero più disposta ad accettare che la piccola dovesse vivere d’idrolisato proteico; eppure non si riusciva a intravedere una strada per uscirne.
La nostra vita era sconvolta. La mia, in particolare, dal momento che la bimba doveva ingerire la sua bottiglietta ogni 2-3 ore, anche di notte, e la mattina, in ogni caso, mi attendeva il lavoro. Di conseguenza mia figlia non aveva una regolare crescita. Disturbi molteplici, in particolare problemi vasomotori e reazioni allergiche affliggevano i suoi pochi anni di vita. Per me era un disastro continuare così. Conciliare lavoro, famiglia, problemi di salute, dissensi e scompensi familiari: era davvero dura!
Mi trovavo ad accantonare spesso anche le esigenze affettive della mia prima figlia. In questo caos non riuscivo a capire nulla. Mi sentivo in un “oscuro medioevo” dove neppure comprendevo se avessi potuto mai raggiungere la soluzione.
Eravamo di continuo, spasmodicamente alla ricerca del “Santo” che l’avrebbe guarita: consultammo via fax l’insigne prof. Fanconi, del Kinder Hospital di Zurigo, telefonicamente il grande dott. Cadranel in Belgio, ma entrambi ci rimandarono alla scuola medica napoletana, che ancora una volta si accollò il peso del mio piccolo “casatiello extraterrestre”, per continuare a trovare vie d’uscita.
Convinsi perfino mio marito a consultare un grande immunologo lombardo, visto che le ragioni dei problemi di nostra figlia, sembrava fossero dovuti al sistema immunitario.
Il tutto costò fiumi di denaro: ci indussero ad “albergare” in una lussuosissima clinica per praticarle per l’ennesima volta i Prick test. Inoltre, per l’anamnesi, pretesero anche la presenza del nostro pediatra il quale ci accompagnò con grande affetto, pur dovendo ritornare subito a Salerno per i suoi impegni di lavoro. Per l’ennesima volta questi test non diedero risposta durante il ricovero. Però dopo 36 ore la bimba ebbe una grave reazione allergica. Eravamo in treno, per fortuna quasi a casa. Purtroppo non riuscimmo neppure a comprendere quale di quei Prick test l’avesse scatenata, perché quando telefonammo in clinica, ci dissero che non avevano più la segnalazione scritta dei Prick test praticati.
Da quell’ennesimo, disperato ricovero venne fuori che l’idrolisato proteico che stava assumendo andava sostituito con un altro idrolisato proteico simile, che si produceva in Inghilterra. Quando il prodotto arrivò, pensavamo di avere tra le mani la “manna”. La bimba lo assunse e di lì a poco iniziò a star male. Ritornammo così all’idrolisato prescritto dall’équipe del Policlinico Federico II di Napoli, che si dimostrava, tutto sommato, in quella situazione, il male minore.
Nell’88 arrivò dall’America zia Maria, una sorella di mia madre. Tutti rimanemmo molto colpiti dal suo ottimo aspetto (anni prima non era così in forma, tanto bella e luminosa). Ci spiegò che il miglioramento era dovuto a una dieta non dimagrante, ma praticata sulla base di esami che avevano evidenziato le sue intolleranze alimentari: escludendo dal piatto solo gli alimenti a cui era risultata incompatibile, aveva riacquistato salute, energia, bellezza. La cosa mi colpì profondamente. Corsi dal mio pediatra con mia zia (che appariva quasi più giovane di me), per raccontargli ogni cosa. Non ebbi in risposta né un sì, né un no. Con mio marito, decidemmo di far eseguire quegli esami a nostra figlia.
Non fu semplice. Dovemmo recarci a Roma, dove un medico associato con il centro americano in Florida (luogo in cui venivano eseguite tali analisi) fece il prelievo alla piccola per poi spedirlo nel laboratorio americano. A distanza di un mese ricevemmo i risultati. Ciò che in particolare la paziente non poteva toccare erano gli zuccheri, compresi i malti, le maltodestrine, nonché il latte, le farine, gli insaccati ecc.
Iniziammo a capire qualche piccola cosa. Fino ad allora ogni alimento le era stato proposto sempre con lo zucchero. Inoltre l’idrolisato di cui si nutriva era proprio a base di maltodestrine più amminoacidi.
Di lì a poco il grande incontro… Sempre per caso, una mattina mi fermai in un negozio di alimentazione naturale per comprare delle merende senza zucchero (quest’ultimo iniziava a essermi particolarmente antipatico) per la mia prima figlia. Il padrone del negozio mi disse di essere a conoscenza delle condizioni della “piccolina”, e mi propose di farla visitare da un tal Naboru Muramoto, che in quel periodo si trovava a Salerno; un maestro giapponese grande esperto di alimentazione, che viveva in California. Stavo per perdere la pazienza: una gran quantità di specialisti l’avevano visitata, in famiglia si faceva a gara a proporre questo o quell’insigne luminare che, di sicuro, l’avrebbe fatta mangiare, e quest’uomo si permetteva di farmi una proposta tanto assurda?
Tutti ci aspettavamo una medicina miracolosa… che ci avrebbe permesso di nutrirla in modo “normale”… e quel tizio insisteva per la consultazione con un emerito sconosciuto, per giunta giapponese! “Esperto macrobiotico”… E che vuol dire?! Non era neppure laureato in medicina! Pensai: «Ma come si permettono certe persone di fare tali proposte…!?». Ma, tornata a casa, l’idea del negoziante mi ritornava di continuo nei pensieri, finché mi dissi: «Ma sì…, in fondo che ho da perdere?».
Telefonai al negoziante e prenotai.
A quel tempo l’idrolisato proteico, nonostante i disturbi che le comportava, appariva ancora l’unica sostanza capace di tenerla in vita, ma fino a quando avrebbe dovuto o potuto ancora prenderlo… visto che qualunque tentativo di introduzione di alimenti falliva?
Ricordo che avevo cortisonici in pastiglie e in fiale sparsi dovunque; una volta, mi trovai due fiale anche nella tasca dell’auto.
Vivevamo fuori dal mondo. Io in particolare, vedevo la scuola e quel poco di vita che si scorgeva dalla finestra della cameretta delle mie bambine, quasi sempre con la piccina in braccio, che mostrava, giorno dopo giorno, l’affievolirsi delle sue forze. A volte, pensavo che un volo giù da quella finestra avrebbe liberato almeno mio marito e la mia prima figlia da tanto travaglio. E sempre da quella finestra, quando di notte la bimba stava male, chiedevo a Chi era oltre le stelle, lassù, di aiutarmi a trovare la giusta via per risolvere…
Evidentemente da lassù qualcuno mi rispose… Arrivò il giorno della consultazione con il “giapponese”. Mi mancano le parole per dire l’impressione che ne ebbi.
Prima di quell’incontro mia figlia era stata visitata da insigni professori di vari policlinici sia in strutture pubbliche che in lussuosi studi privati. Avevamo consultato grandi luminari della gastroenterologia nazionale e anche europea, e il meglio delle personalità dell’immunologia pediatrica conosciuta in Italia. Fu un po’ dura incontrare, in un contesto completamente anomalo, questo anziano giapponese che:

1) trovammo seduto a terra, sulla soglia del negozio di alimentazione naturale macrobiotica; 2) aveva almeno ottant’anni; 3) non aveva più di sei denti in bocca; 4) parlava giapponese e inglese (quindi dovevamo fidarci di un interprete che traducesse il suo pensiero); 5) la “visita” avvenne in un retrobottega umilissimo; lui seduto su di una sediolina, come me che avevo la bimba in braccio; mio marito, in piedi, accanto all’interprete.

In tale confusa, impressionante e singolare situazione, ciò che appariva evidente era il volto di mio marito e ancor più esplicito il suo sguardo che mi comunicava a chiare lettere: «TU SEI PAZZA!», «TU HAI PERSO LA RAGIONE». «DOVE CAVOLO CI HAI PORTATI?».
Lì invece compresi, dopo aver ascoltato il “vecchietto giapponese” che niente e nessuno mi avrebbe potuto fermare. Oramai non avevo nulla da perdere, quindi ero fermamente determinata ad ascoltare i semplici, saggi e naturali consigli di quell’uomo. Ovviamente non capivo nulla di ciò che diceva, ma assorbivo con attenzione quel che riferiva l’interprete. Muramoto asseriva che la bimba era molto, molto debole (ma questo lo sapevamo già), e che lui avrebbe potuto davvero nutrirla indicandoci alimenti adatti al suo stato, cioè alimenti “puliti” e naturali, anzi mi disse che le avrebbe preparato lui stesso l’indomani il primo pasto.
Risposi subito che per me andava bene. A casa capii quanto invece per mio marito andasse malissimo. Egli infatti mi vietò di dare alla piccola il cibo che avrebbe preparato il giapponese. Così fu. Telefonai, allora, al negozio di prodotti naturali macrobiotici per riferire che non sarei andata a ritirare il cibo che il giapponese aveva appositamente preparato, sentendomi ovviamente in soggezione per aver disatteso l’impegno. Il negoziante cercava di spiegarmi che il maestro era da molte ore intento alla preparazione del latte di riso, quindi il mio trarmi indietro risultava molto scorretto. Mentre questo accadeva, Muramoto, che era nel negozio di alimentazione naturale, chiese all’interprete se sapesse il motivo della reazione un po’ accesa del negoziante. E dopo che gli furono spiegati i fatti, non esitò, né si scompose minimamente: prese la ciotola destinata a mia figlia e la bevve tutta, poi esclamò: «Ne avevo proprio bisogno!».
Quindi il negoziante, che era ancora al telefono con me, all’improvviso cambiò tono… e disse: «È andata».
Tornai dopo due giorni da Muramoto pregandolo ancora di prepararmi quel cibo, perché per due notti non avevo fatto altro che pensare a quella ultima possibilità. Mi rispose che stava per tornare in California ma mi lasciò la ricetta. E mi indicò un suo libro nel quale avrei trovato molti suggerimenti.
Ed eccomi di nuovo sola: tra le mani una ricetta e un libro. Restai ferma davanti al negozio per un bel po’.
Non riuscivo a comprendere il perché non mi sentissi disperata, visto che avevo perduto un’occasione. Mi ripetevo: «Forse non ho perso niente, forse neppure quell’uomo avrebbe potuto aiutarmi! O, forse, non ho perso niente perché ho tutto tra le mie mani? Forse la risposta che chiedevo dal cielo è in questa ricetta che stringo nella mano destra, e nel libro che tengo con la sinistra?».
Tornai a casa e iniziai a preparare ciò che si rivelò essere il primo “cibo benefico” per la mia bambina: il latte di riso integrale biologico. Quando le somministrai il primo piattino, chiesi a Rosanna Vitola (una mia cara amica), di essere presente per una eventuale corsa in ospedale, in caso di gravi reazioni allergiche, a cui la bimba era solitamente soggetta, dopo ogni nuova introduzione alimentare.
Non ebbe assolutamente alcuna reazione, né grande né piccola: mia figlia aveva ingerito, per la prima volta, un alimento vero, un alimento prodotto da Madre Natura e non un freddo idrolisato… E non aveva reagito male! Mi riempii di speranza, mantenni, però, il segreto per alcuni giorni, un po’ per paura di qualche reazione ritardata, un po’ per scaramanzia. Sembra banale gioire per un misero pasto ingerito dalla propria creatura, a molti apparirà esagerata e assurda tanta felicità, ma per me si trattava di un vero e incredibile miracolo. Il suo organismo era riuscito finalmente a metabolizzare, digerire e assimilare un cibo vero, un cibo non “costruito” in laboratorio. Era il 1° maggio 1989 e non lo dimenticherò mai.
Da quel giorno ha inizio la mia lunga storia ai fornelli; da quel giorno si è ricominciato a vivere; da quel giorno, una schiera di angeli si è trasferita a casa mia per aiutarmi e incoraggiarmi: prende servizio prima che io mi svegli e mi rimbocca le coperte la sera tardi.
Un anno e mezzo più tardi ritornò a Salerno il maestro Muramoto; con grande gioia gli riportai la piccola perché potesse verificare di persona i miglioramenti ottenuti. Il saggio giapponese rimase commosso e felice nel vedere la bimba. La guardava sorridendo e l’accarezzava con dolcezza. Ad un tratto divenne pensieroso e rivolgendosi all’interprete pronunciò un breve discorso. L’interprete ci tradusse il suo pensiero: «cercate una capra sana, che, magari, non sia stata vaccinata, che non prenda medicinali e si nutra solo di erba e portate al maestro un poco del suo latte, se siete d’accordo egli proverà a darne una piccolissima parte alla piccina».
Così facemmo, trovammo la capra, prendemmo il latte e lo portammo a Muramoto.
Il maestro ne fece bollire un poco e ne diede un cucchiaino alla bimba.
Lo salutammo e lasciammo una piccola somma in danaro.
La notte la piccola ebbe 40 di febbre, ma la mattina successiva era in perfette condizioni di salute, e quel che più mi stupì fu che non ebbe risentimenti gastroenterici.
Telefonai al maestro per riferire l’accaduto. Mi disse di andare subito da lui. Arrivata da Muramoto, questi mi consegnò una busta e mi raccomandò di aprirla solo a casa, poi mi disse di non riprovare a introdurre il latte alla piccola e di somministrarle invece l’olio di fegato di merluzzo 2 volte a settimana. Si scusò più volte per aver provocato un fastidio a mia figlia e con gesti molto “orientali” mi accennava ossequiosi inchini.
Cercai subito l’olio consigliatomi. Giunta a casa, con molto timore, mi accinsi a proporre l’olio a mia figlia, sapevo che non era gradevole e molti lo detestano. Con grande stupore constatai che la bimba non solo lo accettava ma dovetti perfino nascondere la bottiglietta, perché la cercava di continuo per berne il contenuto.
Mi ricordai a un tratto della busta consegnatami dal maestro e corsi ad aprirla.
Non potreste mai immaginare cosa vi trovai dentro, la mia meraviglia in quel momento toccò alti apici: c’era una scritta in inglese “sorry” e i soldi che gli avevamo lasciato qualche giorno prima.
Quando chiesi ragione di ciò mi fu risposto: in Oriente il medico si paga solo quando il malato sta bene, altrimenti è il medico che paga il paziente.
(Due anni più tardi mia figlia potette assumere, ogni tanto e senza avere problemi, un po’ di latte di capra e formaggio fresco biologico di capra o pecora. Muramoto aveva anticipato i tempi!).
Ho sviluppato negli anni una discreta competenza che mi ha permesso di far crescere al meglio la mia creatura che, nel tempo, ha superato quasi tutti i suoi problemi. Gli ingredienti indispensabili per il raggiungimento di tale traguardo sono stati quelli antichi quanto il mondo: attenzione, dedizione, costanza, buona volontà e tanto, tanto amore. Questo luminoso percorso (che a volte si è presentato complesso), mi ha donato davvero tanto: una figlia bellissima, sana, allegra, dolce, interessata alla vita, impegnata nello studio, nello sport, nella musica, simpatica e benevola con gli amici. Ciò che meraviglia soprattutto me, è che, pur potendo oggi finalmente scegliere, essa opta “per la natura”, ovvero per una sana alimentazione naturale sul tipo macrobiotico.
Non posso dire che sia stato semplice raggiungere l’attuale livello di conoscenza e consapevolezza circa questa particolare “arte”, né posso affermare che sia stato del tutto casuale incontrare, tredici anni fa, le giuste “guide”.
È invece opportuno affermare che “chi cerca trova”, e “chi cammina incontra”. Una serie di “coincidenze” mi ha messa in contatto con grandi esperti in alimentazione naturale e macrobiotica, i quali hanno dato forte spessore alla mia volontà di apprendere e d’imparare in fretta. Da allora i policlinici e gli ospedali non hanno più avuto la piccola come paziente, se non per qualche accidentale slogatura.
I nostri unici referenti in medicina sono stati gli omeopati e gli omotossicologi. Da tredici anni mia figlia non assume medicinali chimici allopatici, grazie a Dio, le poche e semplici malattie che ha avuto le abbiamo sempre risolte con le “palline e le gocce omeopatiche”, ma soprattutto con l’alimentazione.
Oggi agisco con una certa competenza in cucina grazie a molte straordinarie letture effettuate, a un corso di cucina specifico tenuto da Gianni Canora e, soprattutto, grazie agli incontri prima citati. Ognuna delle persone, che ho avuto la fortuna di conoscere, ha aggiunto alla mia precedente povertà di conoscenze sempre maggiore ricchezza. Se l’incontro con Muramoto è stato “essenziale e determinante”, quello con Ferro Ledvinka fu decisivo per entrare nel merito della cucina naturale macrobiotica e scoprirne più a fondo i principi.
Ringrazio anche Carlo Guglielmo, incontrato anni fa a Perugia, e che spesso ho avuto modo di consultare per telefono: mi ha insegnato come equilibrare lo Yin (energia espansiva) e lo Yang (energia contrattiva).
Un giorno parlandogli al telefono degli alimenti che facevo assumere a mia figlia, scoppiò in una lunga risata. Nervosamente attendevo che finisse di ridere per capirne i motivi. Infine esordì: «Io, al posto di sua figlia, andrei a svaligiare una pasticceria». Mi fece rapidamente comprendere che la stavo alimentando in modo troppo Yang, e che, quindi, era necessario un cibo più Yin, cioè, in quel caso, più dolce. Di sicuro ho commesso tanti errori, ma c’era di bello che “sapevo molto bene di non sapere” e, quindi, ero di continuo alla ricerca di chi mi potesse insegnare a fare di meglio, ed ero tanto contenta quando mi veniva indicato un modo, un principio, per migliorare che mi sentivo “crescere” ogni qualvolta riuscivo ad “ammannire” a mia figlia cose nuove, più buone, più equilibrate e quindi più salubri.
In proposito ricordo quando Gianni Canora, durante il corso di cucina, ci insegnò a fare le “palle di pop-corn”. Tornai a casa così contenta ed eccitata che tardavo a prendere sonno. L’indomani preparai questa leccornia debitamente addobbata, poi chiamai le mie due figlie perché gustassero questa bella e originale merenda. La più grande mi disse: “Mamma sei sicura che la sorellina può mangiarla?”. Al mio “sì” le vidi partire all’assalto delle palle di popcorn che consumarono con grande entusiasmo.
Uno stretto e atipico regime alimentare, che nel mio caso non era una scelta, mette a dura prova (l’ho sperimentato) le relazioni con le persone che non hanno esperienza in tale ambito. Tutti coloro che per allergie, intolleranze o per strette diete dimagranti o altri motivi di salute devono sottostare a precise regole alimentari sanno bene quanto sia antipatico affrontare l’isolamento che a volte ne deriva.
Entrano in gioco molti fattori che possono frustare coloro che devono attenersi alla dieta. Ci si sente emarginati anche quando gli altri “fanno finta di niente”; oppressi per i discorsi dei “saggi di turno” che si accaniscono a definire la dieta una “folle fissazione”: per dirla con la satira di Guglielmo Giannini, “ogni tanto spunta un fesso!”; più spesso, specie quando gli alimenti sono sconosciuti, si è considerati addirittura come esemplari appartenenti a strane sette.
Chi vi accetta per ciò che siete anche a tavola, con semplicità e senza compromessi, è di certo una persona dotata di intelligenza viva, sensibilità, notevole apertura mentale e che vi vuole bene con tutta l’anima. I pochi a rimanervi accanto, dunque, saranno i migliori!
Affinché in ogni occasione “gli intolleranti” possano partecipare con gioia e senza desiderare la leccornia “dell’altro”, ho dedicato molto tempo alla preparazione di dolci, merende, gelati ecc., che potessero essere simili a quelli che, di solito, si preparano per le varie festività: delizie che, ovviamente, non contengono gli ingredienti da evitare.


Celiachia, Intolleranze, Allergie Alimentari  Teresa Tranfaglia   Macro Edizioni
 
Celiachia, Intolleranze, Allergie Alimentari
800 ricette naturali senza glutine, uova, latte vaccino, lievito

Teresa Tranfaglia




Scritto da Debora
Valutazione: 

ricette molto interessanti





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